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Il drappellone dipinto dall'artista romena Teodora Axente per il Palio del 16 agosto, dedicato alla Madonna dell'Assunta
A Siena il Palio non è soltanto una corsa di cavalli. È una tradizione nella quale la dimensione civile, quella popolare e quella religiosa si intrecciano fino a diventare quasi inseparabili. Per questo il drappellone del Palio dell’Assunta, che il 16 agosto vedrà in gara dieci delle diciassette Contrade della città, non è mai semplicemente un’opera d’arte.
Il “cencio” realizzato quest’anno dall’artista rumena Teodora Axente, svelato il 10 agosto, lo ha ricordato in modo particolarmente evidente. Il volto della Madonna, raffigurata con tratti androgini e secondo le proporzioni volutamente lontane dal naturalismo, ha suscitato reazioni e perplessità in una parte della città. Una discussione che ha rapidamente trovato nei social una potente cassa di risonanza e che ha finito per intrecciare giudizio estetico, sensibilità religiosa, libertà dell’artista e significato stesso del Palio.
Il drappellone è dedicato alla Madonna dell’Assunta e celebra anche il quinto centenario della battaglia di Camollia, combattuta nel 1526. È stato il Comune di Siena, committente dell’opera, ad affidare l’incarico ad Axente, artista nata a Sibiu nel 1984 e formatasi a Cluj-Napoca, uno dei centri più significativi dell’arte contemporanea dell’Europa orientale. Il Comune aveva annunciato già in aprile che il drappellone avrebbe commemorato la battaglia nella quale l’esercito nemico fu respinto e la Repubblica senese mantenne la propria indipendenza.


Il drappellone dipinto dall'artista romena Teodora Axente, per il Palio del 16 agosto, dedicato alla Madonna Assunta, che andrà in premio alla contrada vincitrice
(ANSA)La scelta dell’artista non è dunque casuale. Axente aveva già un rapporto con Siena: nel 2025 aveva esposto al Santa Maria della Scala il progetto Metamorfosi del Sacro e nell’estate 2026 è tornata in città con una mostra dedicata ad Ambrogio Lorenzetti. La sua ricerca pittorica si muove proprio lungo il confine tra tradizione, memoria, spiritualità, corpo e dimensione visionaria.
È in questo contesto che va letta la presa di posizione dell’arcivescovo di Siena, il cardinale Augusto Paolo Lojudice. Dopo lo svelamento del drappellone, il presule aveva osservato che alcuni tratti, soprattutto quelli del volto della Madonna, avevano urtato la sensibilità di molti senesi, che non vi avevano ritrovato i tradizionali canoni stilistici e devozionali della Vergine Assunta.
La questione, però, non è diventata un veto ecclesiale. Il drappellone entrerà infatti nel Duomo e sarà benedetto dall’arcivescovo il 15 agosto, alla vigilia della corsa. Una scelta che Lojudice ha motivato ricordando che la benedizione non riguarda semplicemente una stoffa dipinta, ma la comunità e il popolo di Dio che celebrano una delle feste più importanti della città.
Ed è proprio su questo punto che interviene ora, con una riflessione più ampia, don Enrico Grassini, rettore del Collegio dei Correttori, organismo che riunisce i sacerdoti che accompagnano spiritualmente le Contrade.
La nota diffusa dalla diocesi parte da una premessa quasi metodologica: tra percezione e realtà esiste una distanza che deve essere colmata dalla riflessione e dall’informazione. Un’opera può piacere o non piacere, osserva Grassini, ma il giudizio estetico immediato non dovrebbe esaurire il confronto con l’arte.
Nel caso di Axente, secondo il sacerdote, bisogna entrare nel linguaggio dell’artista. La formazione maturata nella cosiddetta Scuola di Cluj, dove l’arte contemporanea dialoga frequentemente con la tradizione e con i temi spirituali cristiani, aiuta a comprendere una pittura nella quale l’alterazione delle proporzioni e l’androginia dei volti non costituiscono necessariamente una provocazione.
«L’artista viene da una formazione cristiana di tradizione ortodossa», scrive don Grassini, sottolineando come questo possa costituire un elemento da considerare quando ci si confronta con gli sviluppi dell’iconografia e della spiritualità mariana occidentale degli ultimi cinque secoli.
L’interpretazione proposta dalla diocesi è dunque netta: «L’androginia dei volti e le proporzioni volutamente estrapolate dal naturalismo, più che una forma di provocazione, sono espressione del suo linguaggio artistico». Anche il riferimento storico scelto per il drappellone assume, nella lettura di Grassini, un significato preciso. Cinquecento anni fa, durante la battaglia di Camollia, i senesi si affidarono nuovamente alla protezione della Madonna. Un precedente artistico importante è il dipinto di Giovanni di Lorenzo conservato nella chiesa di San Martino, dove la Vergine viene rappresentata mentre apre il proprio manto sulla città.
«Come Giovanni di Lorenzo, anche l’artista contemporanea vede la Vergine aprire il suo manto su Siena vista da Porta Camollia», osserva il rettore dei Correttori.
Ma la parte più interessante della riflessione della diocesi riguarda ciò che il drappellone è, e soprattutto ciò che non è.
La domanda posta da don Grassini è radicale: «Può un drappellone essere realizzato come piena espressione artistica di un autore?». La risposta è no, almeno se si considera il Palio nella sua specificità storica e rituale: «Il drappellone del Palio può essere un’opera d’arte, ma intesa alla maniera antica, in cui l’artista doveva necessariamente muoversi nei canoni indicati dalla committenza», spiega. È proprio nella capacità di interpretare quei vincoli, aggiunge, che si manifestava il genio dell’artista.
«Accompagnare gli artisti»
È una riflessione che porta il confronto oltre la polemica sul volto della Madonna. Il problema, infatti, non sarebbe soltanto stabilire se un’immagine sia più o meno conforme a una determinata sensibilità iconografica. La domanda è chi abbia il diritto – e il dovere – di accompagnare l’artista nella comprensione del mondo nel quale la sua opera entrerà.
Il drappellone, infatti, non rimane nel museo di una contrada come una normale opera d’arte. Dopo la corsa, viene portato in chiesa, accanto all’altare dell’Oratorio della Contrada vincitrice. È lì che, per quasi un anno, diventa memoria di una vittoria e insieme segno di una storia comunitaria.
Per questo, scrive Grassini, l’artista dovrebbe conoscere prima di dipingere ciò che sta per rappresentare: «Deve vivere, toccare e percepire il magnetismo che i luoghi del Palio emanano, deve confrontarsi con chi vive la quotidianità di Siena e dei suoi rioni».
E la diocesi riconosce che, nel caso di Axente, il Comune ha effettivamente cercato di accompagnare l’artista, ospitandola a Siena in diverse occasioni. «Forse doveva essere solo un po’ più accompagnata nel viaggio dell’anima che ancora oggi, nonostante le crisi, questa Città propone», osserva però Grassini.
È qui che la vicenda del drappellone diventa una questione più ampia. Non soltanto il rapporto tra arte contemporanea e devozione, ma quello tra libertà creativa e committenza. Un problema che, peraltro, non è nuovo nella storia dell’arte cristiana: per secoli gli artisti hanno lavorato all’interno di programmi iconografici, richieste dei committenti e destinazioni precise delle opere. La libertà dell’artista non coincideva necessariamente con l’assenza di vincoli.
Per la diocesi, la libertà artistica non può prescindere dalla conoscenza del destinatario e del significato che l’opera assumerà. Per questo Grassini invita ad abbandonare sia la censura improvvisata sia l’improvvisazione iconografica: «Anziché improvvisarsi improbabili censori ed esperti di iconografia sacra, si accompagnino piuttosto gli artisti», scrive. È una posizione che cerca una terza via tra due estremi: da una parte l’idea che ogni critica all’opera equivalga a un attacco alla libertà dell’artista; dall’altra la tentazione di trasformare una sensibilità religiosa ferita in una richiesta di esclusione o di censura.
Il 15 agosto il cardinale Lojudice benedirà dunque il drappellone. La benedizione, nella prospettiva indicata dalla diocesi, è rivolta alla comunità che quella festa vive e alla Madonna che Siena da secoli invoca.
Il 16 agosto, poi, il drappellone sarà conteso dalle dieci Contrade in gara. Sarà il trofeo della vittoria, ma anche un segno destinato a entrare nella vita di una comunità.
La Chiesa di Siena, conclude don Grassini, non chiede privilegi né pretende di sostituirsi agli artisti: «Chiediamo il permesso di servire, con umiltà e amore, in ciò che ci è proprio: con la bellezza del Vangelo nel cuore e la bellezza di Siena negli occhi».



