Un ragazzo di 21 anni, Sebastiano Piaggi, è disperso in mare dal tardo pomeriggio di sabato 15 agosto, dopo essere caduto da un gommone al largo di Porto Venere, a Ferragosto. Secondo le prime ricostruzioni, il giovane era a bordo con alcuni amici e stava rientrando dalla Palmaria quando un’onda o una brusca manovra lo ha sbalzato in acqua insieme a un altro ragazzo. Quest’ultimo è riuscito a risalire a bordo, mentre di Sebastiano si sono perse le tracce. L’allarme è scattato poco prima delle 20 e da allora è in corso una vasta operazione di ricerca nel tratto di mare compreso tra il Golfo della Spezia e le Cinque Terre. Alle unità navali si sono aggiunti elicotteri e imbarcazioni private, mentre le ricerche proseguono anche lungo la costa. L’area delle ricerche è stata progressivamente ristretta, ma le operazioni restano particolarmente complesse anche per la conformazione dei fondali, che in alcuni punti raggiungono profondità considerevoli.

Restano da chiarire con precisione la dinamica dell’incidente e le circostanze della navigazione. mentre cresce l’angoscia della famiglia e degli amici, che amici aspettano notizie. Una tragedia annunciata secondo chi vive in zona, e conosce bene le dinamiche del mare e del traffico crescendo di imbarcazioni. Come la giornalista e blogger Irenei Renei, con marito e figlio che lavorano sulle imbarcazioni turistiche Con lei abbiano provato a fare alcune riflessioni a caldo su un fenomeno drammatico e ricorrente che non riguarda solo questa zona (pensiamo per esempio al 29enne di Caltanissetta, Cristiano Daniele Giamporcaro, ucciso una settimana fa dall'elica di un gommone mentre faceva una battuta di pesca nelle acque di Lampedusa).

Lo stretto tra Portovenere e l'Isola Palmaria: in estate viene attraversato da migliaia di imbarcazioni, spesso a velocità sostenuta (Getty Images)

Chi conosce e vive questo mare sa bene come stanno le cose. E sa anche che è arrivato il momento di rompere il silenzio.

Non solo per dare voce a un dolore che ci attanaglia tutti, ma per dire ad alta voce ciò che sapevamo già: prima o poi, il mare ci avrebbe chiesto il conto.

È il conto della scelleratezza con cui troppa gente naviga, senza rispettare le regole nautiche basilari, senza dare le precedenze e senza moderare la velocità.

Entrare e uscire dalle bocche di Portovenere diventa ogni anno più pericoloso. In teoria si dovrebbe transitare tenendo sempre la dritta; in pratica ognuno passa dove vuole, mettendo a repentaglio la propria vita e quella degli altri. In quel canale il limite è di sei nodi. Eppure si vedono continuamente yacht, gommoni e motoscafi sfrecciare a velocità folli. Impuniti e sbruffoni.

Chi abita qui la domenica spesso sceglie di non uscire in barca. A Ferragosto ancora meno. Per godersi un bagno in sicurezza salpano alle sette in punto per rientrare non dopo le dieci del mattino all'ormeggio.

Rientrare dalle Bocche alle nove e mezza del mattino è già come giocare alla roulette russa: barche cariche di persone che zigzagavano senza la minima cognizione di cosa significhi andare per mare.

La situazione peggiora ogni anno. E allora viene da chiedersi: chi deve vigilare, cosa sta controllando?

Come mai i mezzi della Capitaneria di Porto e della Guardia di Finanza, che un tempo sostavano nel canale per i controlli, non si vedono più?

Spesso si trovano in altri specchi d'acqua a fare le pulci sui documenti a chi con il mare ci lavora, in particolare ai pescatori. Ci si chiede perché si permetta tutto questo. Così come si tollera da anni quella che i ragazzi chiamano "L'illegalona", una festa in barca in una baia della Palmaria il cui nome dice già tutto.

Il punto non è vietare il divertimento ai giovani, ma educare all'ovvietà che guidare ubriachi in mare o in mezzo alla strada è esattamente la stessa cosa: si uccide.

Qualcuno dirà che questo è il momento del silenzio. Ma forse di di silenzio ce n'è stato anche troppo. In Italia si aspetta sempre la tragedia per aprire gli occhi, per poi rifugiarsi subito dopo in un finto rispetto. Mentre rispetto è preservare la vita dei ragazzi. Dobbiamo parlarne ora. Ora che siamo arrabbiati e addolorati, ma per nulla stupiti.

Non sapevamo quando, non sapevamo a chi, ma che sarebbe successo qualcosa era scritto. E allora parliamo. Parliamo del fatto che si possano affittare gommoni da 40 cavalli a ragazzi giovanissimi senza patente nautica. Bastano 40 cavalli per farsi male e uccidere qualcuno?

Sì, bastano e avanzano.

Parliamo di un turismo marittimo che ormai vende solo l'immagine di spritz e discoteche galleggianti, come se lo sballo della terraferma dovesse per forza colonizzare anche l'acqua.

È normale? Va tutto bene? La risposta è no. Il mare ha le sue leggi: va rispettato, temuto e amato. Il mare è mare. Chi cerca una discoteca dovrebbe percorrere altre strade.

Non è il momento di cercare il singolo colpevole, ma di cambiare radicalmente le cose. Dobbiamo riprendere coscienza, per fare in modo che la vita di Sebastiano non ci venga strappata invano. Chi ha il potere di fermare questo circo, che ormai si estende da Lerici alle Cinque Terre, lo faccia, usando le leggi che esistono o cambiandole se necessario.

Perché quel figlio che oggi piangiamo, per cui ancora speriamo, poteva essere il nostro.

E lo sappiamo tutti molto bene.