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di Lorenzo Rossi
A Cannes, in questi giorni, non si celebra solo il cinema. Si celebra una memoria collettiva, un’idea di cultura che oggi sembra appartenere a un mondo perduto. Robert De Niro, ricevendo la Palma d’oro alla carriera, ha trasformato il palcoscenico in una tribuna politica e morale. Il silenzioso, il laconico, l’attore che da decenni recita più con lo sguardo che con le parole, stavolta ha parlato. E ha colpito duro.
Contro Trump, certo. Ma anche contro un certo tipo di amnesia che affligge la democrazia americana. «Stiamo lottando con tutte le forze per difendere la nostra democrazia, che pensavamo garantita per sempre», ha detto De Niro. Poi ha aggiunto: «È il momento di svegliarsi, organizzarsi, protestare e soprattutto votare». Non è la prima volta che lo fa. Da anni gira l’America chiamando Trump «tiranno» e «clown». Ma farlo da Cannes, con la Palma d’oro in mano, significa trasformare un premio alla carriera in un atto di resistenza civile.
Il suo discorso è stato politico, sì, ma nel senso più nobile del termine: politica come scelta di campo, come dovere morale, come fedeltà a un’idea di Paese che non si rassegna al declino. De Niro parla come un reduce della cultura alta, quella che affonda le radici nel cinema che educava, che scavava, che raccontava l’uomo.
E infatti ha parlato anche di cinema, e con la stessa forza. Nel dialogo con il pubblico, ha rievocato i suoi personaggi, le sue scelte artistiche, il sodalizio con Martin Scorsese. Ha spiegato cosa significhi, per lui, essere attore: non esibirsi, ma trasformarsi. Parole che oggi suonano quasi rivoluzionarie, in un’industria che ha sostituito le storie con i marchi registrati, i personaggi con le saghe, l’arte con il franchise.
“Franchise” è la parola chiave. De Niro, con Scorsese, ha incarnato l’ultima grande rivoluzione del cinema americano: il New Hollywood degli anni ’70, la risposta americana alla Nouvelle Vague. Un cinema fatto di registi-autori e attori che rischiavano, che raccontavano la violenza, il disagio, la psiche collettiva. Non il cartone animato in technicolor in cui si è trasformata Hollywood oggi.
Dopo i tributi a Francis Ford Coppola e Paul Schrader, Cannes chiude un cerchio: saluta l’epoca d’oro e interroga il presente. In un’epoca di contenuti veloci e identità liquide, De Niro resta una roccia. Un simbolo di coerenza, di profondità, di quel talento che non si lascia sedurre dalla semplificazione.
E mentre parlava, il festival sembrava ritrovare un’anima. Perché in un mondo che dimentica in fretta, De Niro ci ha ricordato che resistere è ancora possibile. Anche a colpi di cinema.




