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Una manifestazione contro la disoccupazione
L’Istat ci consegna un quadro che si presta a due letture. La prima, quella celebrata dalla premier Giorgia Meloni («Continuiamo su questa strada»), parla chiaro: l’Italia tocca un record storico di occupati, 24 milioni e 208mila persone. Un primato che coincide con un tasso di occupazione del 62,7%, in aumento rispetto al mese precedente.
La seconda lettura, meno esultante, racconta però un Paese che fatica a fare spazio a chi dovrebbe costruirne il futuro. Perché mentre da un lato gli occupati aumentano (+75mila in un mese), dall’altro la fascia 25-34 anni arretra, in un silenzio statistico che pesa più di mille dichiarazioni trionfali.
Per capire il paradosso bisogna guardare dentro i numeri. I dipendenti permanenti sono 16,4 milioni, 2,5 milioni quelli a termine, 5,2 milioni gli autonomi. Ma è proprio nel segmento più giovane della forza lavoro che si registra l’emorragia. E non è un dettaglio: quella fascia è il motore potenziale dell’innovazione, della natalità, del consumo. Se perde terreno oggi, pagheremo il conto domani.
Crescono gli occupati, ma da dove arrivano?
Su base annua gli occupati aumentano di 224mila unità, un bilancio che mescola crescita dei contratti stabili (+288mila) e degli autonomi (+123mila) con un calo pesante dei contratti a termine (-188mila).


Una manifestazione del 2020 all'esterno di Montecitorio per denunciare il poco interesse da parte delle istituzioni sul fenomeno della disoccupazione giovanile
(ANSA)Una tendenza apparentemente virtuosa: più stabilità, meno precarietà. Ma c’è un effetto collaterale non irrilevante. Le forme di lavoro che storicamente intercettano i giovani - tempi determinati e attività autonome di primo ingresso - sono proprio quelle che arretrano. A salire sono invece le fasce più mature, quelle che il sistema già include e protegge più facilmente.
Gli inattivi restano immobili al 33,2%, un dato che l’Istat definisce “stabile”. Stabile, sì: ma a livelli che nessuna economia moderna può permettersi a cuor leggero.
Giovani, gli esclusi del record
La disoccupazione generale scende al 6%, un segnale incoraggiante. Quella giovanile è al 19,8%, in calo rispetto all’anno precedente ma ancora su un gradino troppo alto per festeggiare.
Non basta. Perché il tasso rimane quasi fermo da mesi: le oscillazioni ci sono, ma minime. Un Paese che crea lavoro senza inserirvi i giovani è come un’azienda che cresce senza investire nel reparto ricerca: campa oggi, non sa come campare domani.
Le rilevazioni Istat confermano che nel trimestre agosto-ottobre gli occupati sono sostanzialmente stabili, mentre calano le persone in cerca di lavoro (-4,4%) e aumentano gli inattivi. Tradotto: molti giovani non cercano più, convinti che non valga la pena provarci. Una rinuncia silenziosa, che non fa rumore ma lascia cicatrici profonde.
Il vero problema non è il presente, è il futuro
L’Italia vira verso un mercato del lavoro più solido per chi un lavoro già ce l’ha. Crescono i contratti permanenti, si consolida l’occupazione adulta, si riduce la precarietà. Tutto bene, verrebbe da dire.
Ma la nuova occupazione non è nuova davvero: è un rimpasto generazionale che premia chi è già dentro e lascia fuori chi dovrebbe entrare ora. È un Paese che invecchia anche nel lavoro, oltre che nelle culle.
E mentre le statistiche esultano, la forbice tra giovani e adulti si allarga. Non per cattiveria del destino, ma per un mercato che preferisce il lavoratore già formato, già esperto, già prevedibile. Il giovane è un investimento, e questo non è un tempo in cui si ama investire.
«Il nostro Paese ha bisogno di sviluppo e di competenze nuove. Per questo è fondamentale che i giovani entrino nel mercato del lavoro, non solo per pagare attraverso i contributi le pensioni di coloro che ne stanno uscendo», spiega Alessandro Rosina, docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano, autore del saggio dal significativo titolo La scomparsa dei giovani (Chiarelettere).
«Se abbiamo bisogno di un mercato del lavoro dinamico, c’è bisogno delle nuove generazioni. Finora abbiamo compensato le uscite pensionistiche dei baby boomers con la generazione X. Ma con la generazione Z sarà impossibile a questi ritmi. Il problema non è solo aumentare i posti di lavoro per i giovani, ma anche migliorare le condizioni, perché di solito l’occupazione di queste generazioni è molto precaria. Avremo forti problemi a trovare manodopera, operai specializzati e impiegati e dirigenti di alto livello con un forte know how: nei prossimi anni ci attende l’uscita dal mercato del lavoro di oltre sei milioni di persone. Molte aziende si stanno attrezzando per favorire l’occupazione giovanile, altre no, preferiscono basarsi sui senior, bloccando il ricambio e l’innovazione».
Ecco perché non basta dire che l’occupazione cresce. Bisogna chiedersi per chi cresce. Oggi la risposta dell’Istat è chiara: non per i giovani.




