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Il governatore della Federal Reserve Jerome Powell.
L’America sta mettendo sotto processo uno dei pilastri invisibili della sua potenza. Non è un’esagerazione: l’inchiesta penale senza precedenti contro Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana, non riguarda soltanto un presunto falso al Congresso sui costi di ristrutturazione di un edificio federale. È lo scontro più esplicito degli ultimi decenni tra la politica di Donald Trump, un potere che non ammette confini e argini e l’ultimo grande potere tecnocratico rimasto indipendente negli Stati Uniti. La reazione di Powell – un video di due minuti, duro, diretto, quasi solenne – segna una rottura irreversibile con la Casa Bianca. Fino a ieri il banchiere centrale aveva scelto la linea del silenzio prudente, come si conviene a un banchiere centrale, convinto che la forza della Fed – un soft power per definizione - fosse nella discrezione. Oggi invece Powell accusa apertamente l’amministrazione di Trump di intimidazione politica: «In gioco – dice – è se i tassi d’interesse continueranno a essere fissati sulla base dei dati economici o sotto la pressione del potere». È un linguaggio che negli Stati Uniti si ascolta di rado. Ed è proprio questo ad aver allarmato mercati e capitali globali. Formalmente l’indagine nasce dal sospetto che Powell abbia mentito al Congresso sui costi della riqualificazione dello storico quartier generale della Fed, l’Eccles Building in Constitution Avenue, a Washington (tra l’altro a pochi passi dalla Casa Bianca e dalla sede del Tesoro), un progetto da 2,5 miliardi di dollari, lievitato oltre il preventivo. A guidare i procuratori è Jeanine Pirro, figura simbolo del trumpismo giudiziario, con una carriera a cavallo tra tribunali e ospitate a Fox News, la Tv Maga per eccellenza. La Casa Bianca parla di tutela dei contribuenti. Ma pochi, a Washington, prendono sul serio questa versione. A dirlo non sono solo gli investitori, ma l’establishment economico americano nella sua forma più istituzionale. In un documento congiunto, tre ex presidenti della Fed – il mitico Alan Greenspan, Ben Bernanke e Janet Yellen – insieme ad ex segretari al Tesoro, denunciano «attacchi volti a minare l’indipendenza» della banca centrale, evocando scenari da Paesi con istituzioni fragili. Un paragone che pesa, perché tocca un nervo scoperto americano: la fiducia nello Stato di diritto come base del successo economico. Per capire perché Trump voglia piegare la Fed bisogna uscire dal dettaglio giudiziario e guardare alla macroeconomia. Con una premessa: la Banca Centrale americana, a differenza della Bce, che ha come stella polare la stabilizzazione dell’inflazione attraverso le leve dei tassi – ha voce in capitolo anche nelle scelte di politica economica.


Il presidente americano Donald Trump
(EPA)L’inflazione americana, gonfiata dalle misure straordinarie del periodo Covid, è scesa faticosamente al 2,7% nel novembre 2025. Ma è una media che nasconde rincari ben più dolorosi per le famiglie: alloggi, assicurazioni, auto usate. Trump chiede tagli aggressivi dei tassi (che significa in parole povere rendere il denaro più a basso costo, aprendo i rubinetti del credito alle imprese e alle famiglie) per rilanciare la crescita in vista delle elezioni del Midterm, a novembre. Powell resiste, perché sa che iniettare liquidità ora rischia di riaccendere l’inflazione e di far esplodere il già colossale debito pubblico americano, la madre di tutte le questioni economiche, geopolitiche e strategiche che assillano la Casa Bianca.
Se il debito pubblico americano dovesse davvero sfuggire di mano, le conseguenze non resterebbero confinate ai grafici di Wall Street. Sarebbero effetti concreti, quotidiani. Mutui e prestiti diventerebbero più cari, le carte di credito soffocherebbero i consumi, le imprese ridurrebbero investimenti e occupazione. I fondi pensione, pieni di titoli del Tesoro, renderebbero meno. Il dollaro perderebbe parte del suo status di valuta rifugio, rendendo più costose importazioni e inflazione e finirebbe di divenire la moneta mondiale per eccellenza.
È per questo che l’indipendenza della Federal Reserve non è un feticcio tecnocratico, ma una garanzia sistemica: finché la politica monetaria resta credibile, l’America può permettersi debiti enormi. Quando la fiducia vacilla, anche l’impero scopre di essere vulnerabile. È uno scontro di visioni. Da una parte il presidente-immobiliarista, che nel 2016 si definiva «il re dell’indebitamento» e vede il credito come leva politica. Fosse per Donald Trump, Powell dovrebbe stampare banconote su banconote, salire su un elicottero e gettare dall’alto sugli americani mazzette di dollari (Milton Friedman chiamava l’uso smodato del denaro “helicopter money”) come farebbe The Joker o un fumetto della Marvel. Dall’altra una banca centrale nata per fare l’esatto contrario: dire no, quando tutti – compreso l’uomo probabilmente più potente del mondo – chiedono sì. Non a caso la Fed è oggi l’ultimo argine nel sistema dei cosiddetti checks and balances, perché Trump controlla Congresso e i “justice” (l’appellativo dei giudici) della Corte Suprema, con una maggioranza risicata ma disciplinata. Il precedente di Lisa Cook, minacciata di rimozione nel 2025 e ancora in battaglia legale, mostra che la strategia è chiara: usare la pressione giudiziaria per indurre dimissioni, liberare seggi, nominare fedelissimi. Poiché per Trump l’unico argine è sé stesso. Powell è il bersaglio più grosso. Se lasciasse anche il board prima del 2028, la Casa Bianca avrebbe mano libera sulla politica monetaria per anni. Le conseguenze vanno ben oltre Washington. La credibilità del dollaro come valuta di riserva mondiale dai tempi di Nixon (che ruppe con gli accordi di Bretton Woods basati sull’oro) si fonda su una promessa implicita: che la politica monetaria americana non sia ostaggio del ciclo elettorale. Se quella promessa vacilla, il rischio viene prezzato. E il conto arriva sotto forma di tassi più alti sul debito Usa, proprio mentre i tagli fiscali lo fanno esplodere. Senza contare che Trump preferisce apertamente le criptovalute (che si fondano sul nulla, o meglio, su cabine di regia misteriose) al biglietto verde. Trump guarda ai Midterm. Powell guarda ai mercati globali. In questa asimmetria di orizzonte c’è la vera posta in gioco. Paradossalmente, oggi il difensore più efficace dell’America First non siede alla Casa Bianca, e nemmeno al Congresso, ma al numero 2051 di Constitution Avenue. Perché senza istituzioni credibili, anche la potenza più grande scopre di essere fragile.




