PHOTO


In un periodo storico dove la situazione geopolitica si fa incandescente in molte parti del mondo, cresce la preoccupazione per l’educazione che i giovani ricevono all’interno delle scuole. Nel processo formativo i concetti di pace e di democrazia vengono spesso scavalcati a favore di percorsi PCTO, che portano verso un rischio di militarizzazione degli istituti scolastici. Questo è il tema principale intorno al quale si è svolto oggi il Primo Forum Nazionale delle “Scuole per un'educazione nonviolenta”.
L’evento, ideato da EDUMANA e finanziato dal Polo Europeo della Conoscenza, si è tenuto oggi al CAM Garibaldi di Milano alla presenza di un centinaio di persone. Docenti, presidi, psicologi e attivisti hanno potuto confrontarsi per l’intera giornata su cinque tavoli di lavoro interattivi in modalità Worldcafè.
La mattinata si è aperta con un omaggio a Danilo Dolci, di cui in questo 2024 ricorrono i cent’anni dalla nascita. A ricordare il sociologo, educatore e soprattutto attivista della nonviolenza (corrente di pensiero che rifiuta la violenza ma anche la collaborazione in ambito militare) è intervenuta Tiziana Morgante, insegnante di scuola Primaria e collaboratrice del compianto Dolci.
Morgante ha fissato l’attenzione sull’approccio di maieutica reciproca: «Questo approccio diventa sempre più fondamentale nell’educazione odierna dei giovani e nel loro percorso verso la nonviolenza. Serve capire i bisogni dei ragazzi, incoraggiarli, valorizzarli e coinvolgerli in un processo di reciprocità. In questo modo si può arginare l’abbandono scolastico. I ragazzi di oggi infatti manifestano sempre di più un senso di disagio e isolamento».


Condivisione, reciprocità e coinvolgimento sono alcuni dei fattori che contribuiscono ad un’educazione nonviolenta contro la quale invece si oppone appunto il pericolo della militarizzazione delle scuole. L’argomento è stato affrontato in uno dei cinque tavoli di dialogo creati.
Michele Lucivero -giornalista, docente e membro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università- ha guidato il dibattito in cui i partecipanti hanno espresso preoccupazione per le iniziative che vedono la presenza e l’intervento di membri delle forze armate all’interno delle scuole. E sullo stesso piano vengono messe le visite che gli studenti svolgono in caserme o basi militari.
«Non è normale che un bambino assista ad una dimostrazione con tanto di spari come avvenuto negli scorsi giorni a Palermo. Queste attività spesso vengono avallate da presidi e docenti, che poi si rimbalzano le responsabilità. Ma in altri casi, soprattutto nei luoghi periferici dove il processo educativo è più faticoso e trascurato, sono direttamente membri della politica o delle forze armate a proporre iniziative simili. Senza dimenticare l’influenza delle multinazionali che si occupano di produrre armi e di fare propaganda», ha spiegato Lucivero.
Alcuni docenti delle scuole primarie hanno poi sottolineato come «i bambini vedono le armi come un gioco e non hanno consapevolezza della vita o della morte. E in questi casi si crea in loro confusione». In un secondo tavolo di dialogo, tenuto dallo psicologo-psicoterapeuta Nicola Iannaccone, è stato invece affrontato il tema della salute. Per ottenere un sistema nonviolento la scuola deve essere un ambiente sano.
I docenti devono essere capaci di promuovere la salute, anche sotto gli aspetti psicologici e sessuali ed evitare di lasciare i ragazzi privi di conoscenze solide. Negli altri tavoli di discussione infine sono stati trattati temi sempre legati all'educazione: giustizia rigenerativa e mediazione tra pari, comunicazione generativa e relazione nonviolenta e pratiche didattiche a sostegno della nonviolenza.




