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Da quando l’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite con una veemenza simile a quella di un ariete che sfonda una porta, la gran parte delle persone prova un forte dualismo nei confronti di questa nuova avanguardia tecnologica: ne siamo affascinati, e come potrebbe essere altrimenti, d’altronde lo strumento ci “semplifica” un po' la vita e ha potenzialità ancora del tutto inesplorate, ma dall’altro ci spaventa, abbiamo paura ci sottragga idee, ci renda piatti, ma soprattutto che ci rubi il lavoro prima o poi.
Prima dell’intelligenza artificiale però, gravava un altro spettro sulle spalle dei lavoratori, rimasto sopito per un po', ma tornato attualissimo dopo l’esperimento condotto dalla startup californiana Figure AI: i robot umanoidi.
L’azienda fondata nel 2022 da Brett Adcock è specializzata nella creazione di robot che possano lavorare a stretto contatto con le persone. Basandosi infatti sul principio che l’intelligenza artificiale debba avere una forma fisica e non possa essere “semplicemente” un chatbot come quella che utilizziamo quotidianamente, Figure AI è cresciuta rapidamente arrivando ad assumere 650 dipendenti. E sono proprio loro ad aver esultato stappando bottiglie di spumante alle spalle della loro ultima creazione, il robot Figure 03, dopo che quest’ultima ha raggiunto le 200 ore di lavoro consecutive.
Nella diretta trasmessa online negli ultimi istanti dell’esperimento, visibile anche su YouTube, si vedono i tecnici festeggiare mentre il robot, soprannominato Rose, continua a muoversi nella catena di smistamento quasi indifferente all’entusiasmo umano. Una scena che sembra uscita da un film di fantascienza, ma che racconta molto del nostro presente.
Il modello, presentato nell’ottobre del 2025, è stato ideato con uno scopo ben preciso: aiutare l’umano nelle faccende domestiche, grazie all’intelligenza artificiale Helix, che permette al robot di elaborare in tempo reale ciò che vede, sente e riceve come istruzione, traducendo queste informazioni in movimenti fisici precisi. Il salto in avanti rispetto ai modelli precedenti sta proprio qui: riprodurre il movimento umano nel modo più fedele possibile affinché le interazioni uomo-robot siano il più sicure possibili.
Grazie alla collaborazione con BMW, l’azienda ha già avuto modo di mostrare che i suoi robot funzionano, e portano un beneficio concreto ai lavoratori quando utilizzati nella maniera corretta. Figure 02, il modello precedente a Figure 03, è stato impiegato nello stabilimento di produzione di Spartanburg della nota casa automobilistica dove ha supportato la produzione di 30.000 veicoli, lavorando dal lunedì al venerdì per 10 ore al giorno. Qui l’innovazione viene vista come uno strumento utile ai lavoratori, e non pensata per rubargli lo stipendio come spesso erroneamente si crede: perché per quanto il progresso stia viaggiando velocemente, il fattore umano resta una componente difficilmente sostituibile.
Figure 03 è un’eccellenza nella robotica, ma il compito realizzato era ripetitivo: smistare dei pacchi di diverso colore e volume affinché il codice a barre fosse rivolto verso il basso. Rose, così è stato chiamato l’androide che ha portato a termine quest’impresa, è stato attivo per 200 ore consecutive, smistando 249.560 pacchi.
C’è da fare una sottolineatura doverosa: Figure 03 è stato pensato per aiutare in casa: caricare la lavatrice, muoversi tra i mobili, riporre i piatti nella lavastoviglie…
Eppure, senza modifiche di hardware, ha tenuto il ritmo di una catena di smistamento per otto giorni lavorativi. Ed è proprio a questo che mira Figure AI: creare robot dalle fattezze umane senza che siano programmati per uno specifico compito, ma che possano essere riprogrammati per compiti diversi, senza doverne modificare la fisionomia.
Guardare Rose smistare pacchi per ore ricorda inevitabilmente “Can’t Help Myself”, la celebre installazione realizzata nel 2016 dagli artisti cinesi Sun Yuan e Peng Yu e diventata virale durante la Biennale di Venezia del 2019. L’opera consiste in un enorme braccio robotico industriale racchiuso dentro una teca trasparente: il suo compito è contenere una pozza di liquido rosso sangue che continua ad allargarsi sul pavimento. Il robot lo raccoglie, lo spinge, lo rincorre senza sosta. Ma non riesce mai davvero a fermarlo.
L’installazione era nata come riflessione sul controllo, sulla sorveglianza e sull’ossessione contemporanea per il contenimento dei confini. Eppure il pubblico globale, soprattutto sui social, ha finito per leggerla in un altro modo: come metafora dell’alienazione umana. Milioni di persone hanno visto in quel braccio meccanico un lavoratore esausto, intrappolato in una routine infinita, incapace di sottrarsi a un compito tanto preciso quanto inutile.
È forse questa la vera inquietudine che emerge oggi osservando i robot umanoidi di nuova generazione: non tanto la paura che le macchine diventino simili agli esseri umani, ma il sospetto opposto, cioè che gli esseri umani rischino di adattarsi sempre di più alla logica delle macchine. Ritmi continui, movimenti ripetuti, efficienza costante, assenza di errore.
Rose non si stanca, non protesta, non chiede pause. Ma proprio questa perfezione meccanica finisce per interrogarci su cosa renda davvero umano il lavoro. Perché se il futuro sarà popolato da androidi capaci di svolgere compiti sempre più complessi, la vera sfida non sarà soltanto tecnologica. Sarà culturale, sociale e perfino filosofica: capire quale spazio resterà all’imperfezione, alla creatività e alla fragilità dell’uomo.










