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Ero arrivata a Roma da poco, nella redazione di Segno Sette, il settimanale dell’Azione cattolica italiana. Nella Chiesa di Napoli che in cui ero cresciuta, in Ac, il Vaticano II non era un’idea o una teoria, ma il modo in cui vivevamo come comunità, in parrocchia e poi in diocesi.
Laici, laiche, giovani e preti, insieme. Roma allargò il respiro. Laboratorio di idee, comunità di giovani giornalisti che condividevano le scrivanie e le serate in pizzeria, Segno Sette, diretto da Angelo Bertani, aveva la bussola nel Concilio: l’amore per la Parola, l’attenzione alla pace nella giustizia, i diritti dei popoli, il dialogo ecumenico. Bianchi era un punto di riferimento. E lo divenne sempre più. Negli anni bui della Chiesa italiana, nel lungo autunno del laicato cattolico, Enzo Bianchi, con il cardinale Carlo Maria Martini, sono stati punto di riferimento, canali attraverso i quali scorreva l’acqua pura di un Parola che libera, la mente e i cuori. Enzo è morto il primo settembre, il giorno dopo il 14º anniversario della morte di Martini.
Il mio primo incontro con Bose fu agli inizi degli anni ’90. Quella comunità di uomini e donne innamorati dal Vangelo, ecumenica, un po’ strana, mi incuriosiva. Bianchi teneva un corso sulla lectio divina. Ricordo di aver condiviso una camerata con altre ospiti. Di aver pregato a lungo nella piccola cappella in pietra, il cuore della comunità. Non c’era ancora la grande chiesa, i monaci e le monache chiacchieravano con gli ospiti e condividevano gli spazi. Ci si chiamava per nome.
Bose, negli anni, è diventata un punto di riferimento. Uno spazio dove fare sosta e riprendere il fiato. Dove scendere nelle profondità delle Parola. Le lectio di Enzo, la scoperta di padri e madri spirituali attraverso i libri editi da Qiqajon, i convegni ecumenici, aiutavano a respirare, a guardare all’essenziale di una fede che va al di là delle barriere poste dalle Chiese e dall’arroganza di chi sente già salvo.
Enzo, negli anni, è sempre stato un amico disponibile, a ogni tipo di invito. Dai grandi raduni con migliaia di persone – come all’incontro nazionale dei giovani di Ac, all’Olimpico, nel maggio del ’97, dove insieme al presidente Scalfaro parlarono della pace e dell’importanza di farsi ponte, tra i popoli e le persone –, alla presentazione del rapporto annuale del Centro Astalli, sul tema dello straniero. Generoso anche a rilasciare una dichiarazione, all’ultimo momento, per il pezzo da chiudere al volo. Scorrendo le decine di interviste fatte in questi anni, a Bose, al telefono, a margine di un incontro a Roma o di una conferenza in giro per l’Italia, tornano alcuni punti focali. Per esempio la testimonianza dei cristiani in politica: «Da decenni abbiamo una politica in cui molti cristiani, e soprattutto molti cattolici, sono diventati afoni, e quando devono mostrare l’ispirazione cristiana non sono all’altezza. Ma non basta dire una professione di fede, innalzare dei simboli, rivendicare delle appartenenze, quando poi queste cose non hanno un riscontro non dico nella vita privata – dove ognuno ha dei limiti, tenta di vivere il vangelo ma resta sempre un peccatore – ma nell’azione politica. In questi casi credo che dobbiamo mostrare questa incoerenza». L’attenzione ai giovani: «La grande domanda dei giovani è una vita felice. Come possono averla nelle storie di amore, nel lavoro, nel vivere con gli altri? Questa è la domanda che li accomuna tutti. Da parte nostra la risposta sovente è un teismo, pensiamo di parlare di Dio, che per loro è una parola estranea, non ne sentono il bisogno, sono diversi da una generazione come la mia in cui il quaerere Deum, il cercare Dio, ci infiammava; ormai Dio è una parola addirittura abusata, legata al terrorismo, al fanatismo, all’integralismo, non ne vogliono sapere. Eppure ricercano qualcosa che giustifichi la loro vita singolare, che gli dia una ragione di vivere. Credo che da parte nostra bisognerebbe tenere conto che non Dio, ma il Vangelo, Gesù Cristo sono delle possibilità di annuncio, perché Gesù Cristo può intrigare con la sua vita buona, bella, in cerca di felicità e dunque anche beata. Da parte nostra non si tratta tanto di annunciare, quanto di vivere questa realtà. E mi chiedo: se non gli abbiamo trasmesso la fede, abbiamo almeno comunicato una bella vita umana?». E soprattutto il tema dello straniero, al quale, nel 2006, aveva dedicato uno dei suoi tanti best seller (Ero forestiero e mi avete ospitato), poi ripreso nella conferenza (leggi qui) ad Astalli. «I risorgenti nazionalismi e le tendenze localistiche si accompagnano sempre a spinte xenofobe e razziste che tendono all’esclusione dell’altro e si risolvono in un autismo sociale, in cui si vive un auto-isolamento che si presume dorato ma che in realtà si risolve in un sistema chiuso, senza più incontri con l’altro, in uno spazio asfittico in cui può solo avanzare la barbarie… Cristo si identifica con lo straniero, così come con l’affamato, l’assetato, il povero, il malato, il carcerato: egli è qui e ora nell’uomo, l’unica e sola vera immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), non è altrove... Sì, l’atteggiamento verso lo straniero che vive tra di noi e con noi narra niente meno che il nostro atteggiamento verso Cristo, verso Dio». Testimonianza cristiana, giovani, stranieri, ma anche sinodalità e dialogo ecumenico, sono alcuni dei temi che ritornano nel blog con cui, in questi anni, dopo la dolorosa vicenda della frattura della comunità di Bose e la costituzione della nuova esperienza, La Casa di Madia, ha mantenuto i rapporti con quanto lo seguivano, anche a distanza.
Ma al di là delle conferenze, dei libri, del lavoro, mi piace ricordare che Enzo amava condividere la buona tavola. Cuoco raffinato, se poteva ti invitava a pranzo. Era un momento di incontro, di scambio di idee in libertà, davanti a un buon bicchiere di vino e a piatti prelibati. Era un modo di farti sentire di famiglia. «Il regalo più grande che puoi fare per un amico», diceva, «è cucinare con amore». Buon cammino, amico.








