«Cristo è risorto dai morti, con la morte ha distrutto la morte e ai morti nei sepolcri fa dono della vita». Con le parole del tropario di Pasqua, che nella Comunità di Bose viene cantato ogni domenica mattina, la comunità monastica ha annunciato la morte di Enzo Bianchi, fondatore di Bose e per molti anni suo priore. Bianchi si è spento martedì mattina, 1° settembre, dopo un aggravamento delle sue condizioni di salute.

L'annuncio è arrivato dalla stessa Comunità di Bose, che ha scelto di accompagnare la notizia con un passaggio particolarmente significativo: l’ultimo scambio di messaggi tra Bianchi e Sabino Chialà, attuale priore della comunità e suo successore. È il racconto di una riconciliazione cercata negli ultimi giorni di vita, dopo anni dolorosi e dopo la frattura che aveva segnato profondamente i rapporti tra Bianchi e la comunità da lui fondata. «La nostra fede nella resurrezione ci fa sperare che la comunione non viene meno. Eppure ogni distacco è perdita», scrivono i monaci e le monache di Bose sulla propria pagina social, «ma è anche motivo di memoria e di ringraziamento per quello che abbiamo vissuto, pur fra tante contraddizioni». La Comunità ricorda Bianchi come «colui che è stato all’inizio della Comunità di Bose e che l'ha accompagnata per lungo tempo, come priore». E non nasconde il dolore degli ultimi anni: «Come sapete, amici e amiche, gli ultimi anni sono stati per la nostra Comunità molto dolorosi. Abbiamo sofferto e vi abbiamo fatto soffrire. Il male però non vanifica il bene».

«È venuto davvero il tempo di sciogliere le vele»

Proprio per questo, Bose ha deciso di rendere pubblico il contenuto dello scambio avvenuto in occasione della festa della Trasfigurazione del Signore, lo scorso 6 agosto. Una scelta motivata dalla volontà di condividere con quanti hanno seguito e accompagnato la vicenda della comunità «questo desiderio che ora si realizza nelle mani di Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno».

Nel suo messaggio, Bianchi raccontava anzitutto le sue condizioni di salute. Un'infezione agli occhi lo aveva reso cieco e gli aveva lasciato una capacità visiva molto limitata. E annunciava il ritorno alla dialisi: «Caro Sabino, cari fratelli e sorelle», scriveva, «avrei voluto scrivervi nei giorni intorno al 20 luglio, ma purtroppo una infezione agli occhi mi ha reso cieco e ancora adesso non riesco a vedere bene dall’unico occhio che mi resta. La salute non è proprio buona anzi dovrò tornare presto in dialisi e ho la consapevolezza che ormai sono alla fine dei miei giorni e che è venuto davvero il tempo di sciogliere le vele …». Poi, il passaggio più importante. Bianchi esprimeva il desiderio di ricucire, prima della morte, la frattura con la comunità che aveva fondato: «Vorrei proprio in questi ultimi giorni che si trovassero cammini di riconciliazione visibile con voi e che fosse possibile incontrarci e vederci … Spero che questo avvenga prima che io me ne vada. Troviamo una via perché io possa morire in pace e riconciliazione con voi». Il messaggio si concludeva con parole di affetto e speranza: «Buona festa, siate nella gioia e nella speranza e contate sulla mia e sulla nostra intercessione, con affetto fedele Enzo».

«Il tuo desiderio di un incontro raggiunge anche il mio»

La risposta di Sabino Chialà e arrivava con parole altrettanto nette. Il priore di Bose accoglieva la richiesta di Bianchi e manifestava il proprio desiderio di un incontro: «Caro Enzo, grazie del tuo messaggio e delle tue parole fraterne. Sono contento di sentirti, soprattutto in questo giorno in cui facciamo memoria della nostra alleanza con il Signore e tra di noi. Alleanza che, benché messa alla prova dalla nostra pochezza, non viene meno, perché il Signore è fedele. Per questo anche noi ti ricordiamo a ogni eucaristia».

Poi l'apertura all'incontro: «Il tuo desiderio di un incontro raggiunge anche il mio, nella speranza che possiamo scambiarci parole di riconciliazione. Ho chiesto più volte di rivederti. Ora accolgo con gioia la tua richiesta». E ancora: «Credo sia bene, come tu dici, che ci vediamo … per immaginare insieme il modo in cui potresti incontrare i fratelli e le sorelle … Fammi sapere quando ti è possibile». La lettera si concludeva con una preghiera per la salute di Bianchi: «Il Signore porti a compimento questi pensieri di pace. Ti abbraccio e auguro a te e a quanti vivono con te una serena festa della Trasfigurazione. Tuo fratello Sabino».

L'incontro non c'è stato

L'incontro, però, non è stato possibile: «Purtroppo, subito dopo questo scambio, Enzo è stato ricoverato in ospedale perché la sua salute era gravemente compromessa», spiega la Comunità di Bose. Il ricovero ha impedito che si realizzasse quel faccia a faccia che entrambi avevano desiderato. Resta però, sottolineano i monaci e le monache, «il desiderio che ora si realizza nelle mani di Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno». È su questo desiderio di pace che Bose sceglie di fermarsi nel giorno della morte del suo fondatore, senza cancellare le ferite e le contraddizioni del passato.

La comunità ricorda infine «i fratelli e le sorelle che gli sono stati vicini in questi ultimi anni alla Madia, e i fratelli di Cello», insieme a tutti coloro che hanno accompagnato Bianchi nel tratto finale della sua vita.

La morte di Enzo Bianchi chiude così una vicenda umana e spirituale segnata da una lunga storia di ricerca, di preghiera e di vita comunitaria ma anche da profonde lacerazioni. E lascia, nelle parole rese pubbliche oggi da Bose, una domanda affidata alla fede: quella riconciliazione cercata negli ultimi giorni e non potuta vivere in un incontro terreno può ora compiersi, secondo le parole della comunità, «nelle mani di Dio».