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Donald Trump riunisce il suo team di sicurezza nella Situation Room della Casa Bianca dopo aver abbandonato anticipatamente il G7 canadese per la crisi mediorientale e valuta l'ipotesi di entrare in guerra con Israele contro l'Iran, pur avendo sempre promesso in campagna elettorale di voler evitare nuovi conflitti per gli Usa.
Ha già chiesto una "resa incondizionata" della Repubblica Islamica, dopo aver invitato tutti ad evacuare Teheran e avvisato che "ora abbiamo il controllo completo e totale dei cieli sopra l'Iran" grazie alla superiorità tecnologica militare Usa. Minacciato anche Ali Khamenei: "sappiamo esattamente dove si nasconde il cosiddetto 'Leader Supremo'. È un bersaglio facile, ma lì è al sicuro. Non lo elimineremo (non lo uccideremo!), almeno non per ora. Ma non vogliamo che i missili vengano lanciati contro i civili o i soldati americani. La nostra pazienza sta per esaurirsi".
Sul tavolo l'opzione di lanciare un attacco americano contro le infrastrutture nucleari iraniane, in particolare l'impianto sotterraneo di arricchimento dell'uranio di Fordow, profondamente interrato e raggiungibile solo dal più grande "bunker buster" Usa: è il Massive Ordnance Penetrator, o GBU-57, e pesa così tanto - 13.700 kg - che può essere sollevato solo da un bombardiere B-2. Israele non possiede né l'arma né il bombardiere necessari per portarla in quota e sganciarla sopra l'obiettivo.
Guerra d'Israele o anche dell'America?
Fino a lunedì, quando era al G7, Trump ha insistito per un accordo con l'Iran, dandolo quasi per scontato. Ora sta mostrando i muscoli, anche rafforzando la presenza militare americana in Medio Oriente, con altri caccia militari e la portaerei Nimitz. Ma se la combinazione di persuasione e coercizione fallisce, dovrà decidere se questa è la guerra di Israele o quella dell'America. Funzionari iraniani hanno già avvertito che la partecipazione degli Stati Uniti a un attacco ai suoi impianti metterebbe a repentaglio ogni residua possibilità di raggiungere l'accordo sul disarmo nucleare che Trump dice di voler ancora perseguire. Tornando dal G7, a bordo dell'Air Force One, il commander in chief ha ventilato la possibilità di mandare l'inviato speciale Steve Witkoff o il vicepresidente J.D. Vance a incontrare i negoziatori iraniani, spiegando di volere "una vera fine" alla questione nucleare iraniana, e non solo un cessate il fuoco tra Iran e Israele. Se uno dei due dovesse incontrare gli iraniani, secondo il New York Times, il probabile interlocutore sarebbe il ministro degli esteri Abbas Araghchi, che ha svolto un ruolo chiave nell'accordo nucleare del 2015 con l'amministrazione Obama e conosce ogni elemento del vasto complesso nucleare iraniano.
Ma ora sembrano salire le chance dell'opzione militare. Due funzionari israeliani hanno detto ad Axios che Benjamin Netanyahu e il suo apparato della difesa continuano a credere che Trump potrebbe decidere di entrare in guerra nei prossimi giorni per bombardare l'impianto di Fordow. Finora, gli Stati Uniti hanno aiutato Israele a difendersi dai missili in arrivo, ma si sono rifiutati di partecipare a operazioni offensive. Nel giro di pochi giorni, però, si è passati dalla linea "Non è una nostra operazione" a "Noi ora controlliamo i cieli iraniani".
La risposta del Congresso
Trump deve fare i conti con il Congresso, dove un gruppo bipartisan di deputati ha presentato una risoluzione che vieta alle "forze armate americane di intraprendere ostilità non autorizzate contro la Repubblica Islamica dell'Iran", perché "la Costituzione non consente al potere esecutivo di commettere unilateralmente un atto di guerra contro un Paese che non ha attaccato gli Stati Uniti". Il mondo Maga, contrario a ogni interventismo americano, è in rivolta: in prima fila l'ex anchor di Fox News ed ora influente podcaster Tucker Carlson. Al Pentagono le opinioni sono divise per altri motivi. Elbridge A. Colby, sottosegretario alla Difesa per la politica, sostiene da tempo che ogni risorsa militare dedicata alle guerre in Medio Oriente viene distolta dal Pacifico e dal contenimento della Cina.
Gli appelli del G7, le parole di Merz
Dal G7 arrivano appelli per tornare al tavolo negoziale, come ha chiesto Emmanuel Macron, con un monito contro qualsiasi tentativo di cambio di regime che porterebbe al "caos". Ma il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha riconosciuto che Israele "sta facendo il lavoro sporco per tutti noi" in Iran, e che "se Teheran non fa marcia indietro, la distruzione completa del programma nucleare iraniano è all'ordine del giorno, cosa che Israele non può ottenere da solo". «Israele ha il coraggio di fare il lavoro sporco per tutti noi». Così si è espresso martedì 17 giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz, riferendosi agli attacchi condotti da Israele contro obiettivi iraniani. Parlando alla rete televisiva ZDF a margine del vertice del G7, Merz ha affermato che il regime iraniano «ha portato morte e distruzione nel mondo» e che, senza l'intervento israeliano, «forse avremmo continuato a subire per mesi o anni il terrorismo di questo regime, che magari sarebbe perfino riuscito a dotarsi dell’arma atomica».
Raid israeliani e reazioni iraniane
Le sue parole arrivano nel pieno di un’escalation militare che rischia di incendiare il Medio Oriente. Dopo giorni di scontri, l’aeronautica israeliana ha annunciato una serie di raid contro postazioni missilistiche nell’ovest dell’Iran. Nel mirino anche il sito nucleare di Natanz. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha confermato «impatti diretti» sulle strutture sotterranee dell’impianto, cambiando una precedente valutazione basata su immagini satellitari a bassa risoluzione.
Esplosioni a Teheran, morto un comandante
Il conflitto ha raggiunto anche la capitale iraniana. Due forti esplosioni sono state udite nel centro e nel nord di Teheran. Secondo l’esercito israeliano, sarebbe stato ucciso un alto comandante iraniano, Ali Shadmani, descritto come figura di primo piano e molto vicina alla guida suprema Ali Khamenei.
La risposta dei Guardiani della Rivoluzione
La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato di aver colpito un centro del Mossad e l’intelligence militare israeliana ad Aman, a Tel Aviv. Il generale Kioumars Heidari ha parlato di «posizioni strategiche» colpite a Tel Aviv e Haifa tramite droni dotati di «capacità di attacco e precisione».
Appelli internazionali alla calma
Sul piano diplomatico, le reazioni internazionali si moltiplicano. Il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto a tutte le parti di adoperarsi per una rapida de-escalation e ha riaffermato l’opposizione della Cina a qualsiasi violazione della sovranità altrui. Al contrario, l’ex presidente statunitense Donald Trump ha invocato «una fine reale» del conflitto, escludendo un semplice cessate il fuoco, mentre Pechino lo ha accusato di «gettare benzina sul fuoco».
Teheran accusa il G7 di parzialità
L’Iran ha criticato il G7 per non aver condannato le operazioni israeliane sul proprio territorio. «Il G7 deve abbandonare la sua retorica unilaterale», ha dichiarato su X il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaïl Baghaï, aggiungendo: «L’Iran si difende da un’aggressione brutale. L’Iran ha davvero altre alternative?».
Sistema sanitario al collasso nella Striscia di Gaza
La situazione ha conseguenze anche per la popolazione civile. A Gaza, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il sistema sanitario è «al punto di rottura». «Da oltre 100 giorni nessun carburante è entrato e i tentativi di recuperare scorte sono stati respinti», ha spiegato Rik Peeperkorn, rappresentante dell’OMS nei territori palestinesi. Solo 17 dei 36 ospedali funzionano, e in forma ridotta: i letti disponibili sono la metà di quelli pre-conflitto.
Strage a Khan Younis vicino a un centro per gli aiuti
Martedì mattina, nella città di Khan Younis, almeno 50 persone sarebbero state uccise e oltre 200 ferite vicino a un centro di distribuzione degli aiuti. Secondo la difesa civile locale, droni e carri armati israeliani avrebbero colpito la folla. L’esercito israeliano ha fatto sapere che sta «esaminando» quanto accaduto.
Evacuazioni da Iran e Israele
Il timore di un allargamento del conflitto ha spinto diversi Paesi ad evacuare i propri cittadini. La Cina ha invitato i connazionali a lasciare immediatamente l’Iran. Anche la Thailandia ha avviato i preparativi per il rimpatrio di circa 4.000 suoi cittadini in Israele e 300 in Iran, impiegati principalmente come lavoratori agricoli. Secondo fonti azere, oltre 600 stranieri di una quindicina di nazionalità sono già stati evacuati dall’Iran verso l'Azebairgian.
(redazionefconline)





