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Pippo di Marca interpreta Giulio Andreotti nel film "Il traditore" di Marco Bellocchio.
C’è un’immagine che colpisce più di ogni altra nella morte per suicidio di Pippo Di Marca. Quel biglietto lasciato alla moglie e al figlio: «Non ne posso più... Il mio corpo è come un cadavere... Lo spettacolo è finito». Poche parole che raccontano una sofferenza diventata, ai suoi occhi, insopportabile.
Con Pippo Di Marca scompare uno dei protagonisti più originali del teatro d’avanguardia italiano. Attore, regista, drammaturgo, fondatore del “Meta-Teatro”, cioè di un teatro di ricerca e sperimentale, aveva attraversato oltre mezzo secolo di ricerca artistica, convinto che il palcoscenico fosse un luogo dove parola, corpo, poesia e immagine potessero interrogare l’uomo sui grandi temi dell’esistenza. Un ricercatore che non si era mai appiattito sulle mode artistiche, ma che era sempre rimasto concentrato sull’essenza dell’umano. Un uomo che non ha mai cercato il facile consenso, ma piuttosto spettatori disposti a lasciarsi provocare. Il suo era un teatro che esplorava le inquietudini dell’animo umano, i suoi vuoti, le sue domande, le sue contraddizioni.
Alla fine è stato proprio uno di quei vuoti che caratterizzano noi umani – tutti, nessuno escluso – a inghiottirlo. Una malattia lo aveva progressivamente privato delle forze e di una qualità di vita che riteneva irrinunciabile. Accanto a lui c’erano una moglie, un figlio, gli affetti di una vita. Eppure non sono bastati questi a trattenerlo. Questo dovrebbe renderci tutti più umili e cauti nell’esprimere giudizi.
Ogni volta che accade una tragedia come questa, il dibattito si riaccende. C’è chi vede in gesti del genere la dimostrazione che l’eutanasia dovrebbe essere un diritto pienamente disponibile. C’è chi rimarca l’assenza di una legge sul fine vita, invocata più volte dalla Corte costituzionale. Ma la vicenda di Pippo Di Marca ci dice in questo momento tragico di lutto un’altra cosa: la sofferenza umana è infinitamente più complessa di qualsiasi slogan o legge, favorevoli o contrari alla “morte dolce” in qualsiasi forma la si concepisca.
Non sappiamo cosa abbia attraversato davvero il suo cuore negli ultimi mesi e istanti. Non sappiamo quali paure, quale senso di perdita, quale solitudine interiore quell’uomo abbia sperimentato. Rientra nel mistero del cuore umano, che tutti ci avvolge con i suoi tentacoli, a volte insuperabili. Sappiamo soltanto che il dolore può raggiungere una profondità davanti alla quale ogni osservatore dovrebbe deporre le proprie certezze.
Il suicidio non è mai un gesto da banalizzare né da trasformare in manifesto ideologico. La Chiesa, da tempo, invita a non pronunciare giudizi sulle persone. Il Catechismo ricorda che gravi sofferenze, angoscia o paura possono diminuire la responsabilità di chi compie un simile gesto. E affida queste persone alla misericordia di Dio, che solo conosce fino in fondo il mistero di ogni coscienza.
Per questo, davanti alla morte di Pippo Di Marca, la prima parola non dovrebbe essere una tesi, ma la compassione. Non l’arruolamento della sua vicenda in una battaglia culturale, ma il rispetto profondo animato dalla preghiera. Non la pretesa di avere una risposta semplice, ma la consapevolezza che esistono ferite davanti alle quali il primo dovere è fare silenzio.
Viviamo in una società che esalta l’autonomia e teme la fragilità. Eppure proprio la fragilità è la condizione più universale dell’essere umano, occasione o tragedia. Dipende. Sappiamo che nessuno si salva da solo. A volte neppure l’amore delle persone più care riesce a dissipare la notte che si è addensata nel cuore di chi soffre. Questo non diminuisce il valore di quell’amore; ci ricorda, piuttosto, quanto sia misterioso il dolore umano.





