Da quanto le parole non bastano più? Perché ci serve allegare un video raccapricciante ai pensieri, al cordoglio, alla denuncia di ciò che di dovrebbe rilevare solo per prenderne distanza, respingere, condannare?

Il caso dell’uomo ucciso a mani nude a Caserta, Guido, conferma quanto la violenza, il dolore, il degrado siano considerati una leva per fare visualizzazioni, per fare il pieno di like e condivisioni. I disvalori della società diventano valori per i social. A costo di calpestare la dignità di una persona senza fissa dimora, protagonista a sua insaputa ci un omicidio in presa diretta, come in un macabro set imprevisto.

Il suo nome è Guido e aveva lavorato come cameriere. Poi le cose erano peggiorate. Andava spesso alla mensa della parrocchia e da poco, grazie al parroco, avrebbe avuto di nuovo una casa. Il 21 agosto un uomo lo ha picchiato a morte in piazza Sant'Anna, a Caserta, mentre altri guardavano, rapiti dallo spettacolo del male. Guido è morto in ospedale pochi giorni dopo. Questa è la cronaca, terribile e purtroppo non insolita nel nostro Paese, che ha scosso tutta la comunità.

Quello che è successo dopo, però, ci riguarda tutti. Qualcuno ha filmato l'aggressione. Non sappiamo chi l'abbia fatto. Non sappiamo il motivo. Non sappiamo nemmeno chi abbia caricato per primo quelle immagini online. Sappiamo solo che, invece di chiedere aiuto, ha tenuto il telefono puntato. Fa impressione che nessuno si chieda il motivo, come se avere una telecamera accesa davanti a un uomo che muore fosse ormai normale. Ci indigniamo per chi era lì e non è intervenuto. Poi premiamo play e, in fondo, facciamo la stessa cosa.

Lo stesso parroco, che conosceva Guido, lo accoglieva a mensa e gli aveva appena trovato un’abitazione, ha deciso di far circolare quel video. Ha dichiarato di voler far riflettere le persone. Quell'uomo, in vita, Guido l'ha aiutato davvero. Le sue intenzioni non sono in discussione, la scelta invece sì. Il fine, seppur nobile, non giustifica il mezzo. La dignità di una persona non si difende mostrando il suo corpo mentre viene colpito. Chi muore ha diritto di essere ricordato con il proprio nome, non come «il clochard del video». Per raccontare l'orrore bastano le parole. Chi vuole capire, capisce anche senza guardare. O almeno così dovrebbe essere.

E poi ci sono anche i siti d'informazione, anche quelli dei mainstream, che quello stesso video l’hanno rilanciato, aggiungendo il carico dell'etichetta "shock" e l'avviso al pubblico sulle immagini forti. Un’avvertenza che non ferma nessuno, anzi, spinge a guardare, alimenta quella pruriginosa curiosità che ci accompagna, soprattutto quando navighiamo in rete.

Stavolta, quantomeno, non ci sono di mezzo i minori. Ma con quale faccia andiamo nelle scuole a chiedere ai ragazzi di non condividere i video delle risse e delle umiliazioni, se poi le testate dei principali gruppi editoriali pubblicano di tutto? Il decoro in rete o vale per tutti, redazioni e parrocchie comprese, o non vale per nessuno. Non basteranno nuove leggi. Serve il coraggio, sempre più raro, di non pubblicare presi dalla smania di essere protagonisti. Il coraggio di perdere qualche utente o follower per difendere la nostra dimensione umana. La pietà non sarà virale, ma ci connette con la nostra anima.