«Avete il volto di Dio e tutta la sua luce davanti ai vostri occhi, tutti i giorni. Siete testimoni di una Via Crucis che si compie nel corpo massacrato dalla malattia che colpisce ormai da anni don Giorgio, ma siete anche testimoni di quanto questa sofferenza sia diventata luce negli occhi di questo santo uomo. In lui, la via Crucis diventa Via lucis e la sofferenza diventa pura bellezza, tradotta nelle sue parole  pensate, pesate e poi scritte, nella sola forma possibile che ha di comunicarle alle persone». Con queste parole don Marco Pozza, cappellano del Carcere di Padova, ha presentato don Giorgio Mazzanti, classe 1948, priore dal 1987 della Pieve di Sant’Alessandro, a Giogoli, lo scorso sabato 19 settembre durante l’incontro con la comunità fiorentina.

Ha gli occhi colmi di luce don Giorgio, già teologo, scrittore e insegnante di Teologia sacramentale all’Università Urbaniana di Roma. Lui, affamato della presenza di Dio, non lo aveva cercato soltanto nei Testi Sacri in cui si è impegnato come presbitero, studioso e insegnante, ma sopratutto nel volto di chi soffre, di quell’umanità che la società moderna cerca di trasformare e di trattare come fosse  scarto. Ed è ciò che trova chiunque arrivi alla bellissima Pieve, poggiata sulla cima del Monteramoli, a Scandicci, in provincia di Firenze, quando lo incontra. Il corpo martoriato e costretto al silenzio a causa della sclerosi laterale amiotrofica, che lo ha portato alla perdita  della normale capacità di deglutizione (disfagia), dell’articolazione della parola (disartria) e del controllo dei muscoli scheletrici, con una compromissione dei muscoli respiratori, quindi costretto alla ventilazione assistita dai macchinari che lo tengono in vita, ma che non gli ha impedito di vivere l'immensità dell’amore di  Dio che in lui, giorno dopo giorno, compie il miracolo della resurrezione. In quel luogo di pace e allo stesso tempo di vita intensa, riscattata, nel  senso vero di fraternità, la paura della sofferenza della croce svanisce dinanzi alla serenità, alla forza di spirito e all’amore che in don Giorgio abbondano. Ed è questa la bellezza che il cappellano del carcere di Padova, don Marco Pozza, dopo averlo incontrato,  traduce in “Via Lucis”. Don Giorgio ci ha risposto ad alcune questioni del nostro tempo e della nostra società. Parla a fatica ma vuole intervenire sulla mercificazione della povertà, stratificata in categorie  (senzatetto, carcerati, migranti, malati, minori in condizione di abbandono) per le quali si stabilisce un prezzo da pagare, un appalto da assicurare, sembra essere oggi il solo modo di affrontare le grandi sfide sociali del nostro tempo.

«Anche nella Chiesa esiste lo scarto», dice. «La Chiesa deve recuperare la consapevolezza di essere sposa del Signore, ma anche massaia che mette fermento nella pasta degli uomini e della società. Essere madre premurosa dei suoi figli e non fare comparsa: essere presenza. Se ogni parrocchia accogliesse anche una sola persona, facendosi carico, sarebbe un esempio di rifiuto dello scarto. Ho visto che molti temono di essere derubati, ma anche di essere disturbati da coloro che chiedono aiuto.Ho sempre fatto entrare in parrocchia le persone che necessitavano di aiuto. Viviamo insieme, non separati».

«Quando ho saputo di essere malato di SLA», prosegue don Giorgio, «è stato un momento drammatico, sconvolgente. Poi, poco a poco mi sono messo in pace. Mi sono detto: Dio mi dice, hai parlato troppo. Adesso stai in silenzio. Adesso parlo con la mia presenza, con i cenni, con lo sguardo, con il sorriso. Da una parte mi è stato donato uno sguardo più affondato sul reale natura compresa. Dall’altro ho dovuto, come riprendere i dati di fede, ripassare uno ad uno i punti principali, come rivivere in prima persona le cose insegnate in questi anni. Cristo è risorto dai morti con il corpo. La morte è stata vinta per sempre, per tutti. Sono chiamato ad affondare in questo mistero, ripensando al seme (solo morendo si moltiplica). E siamo nati per andare all’incontro con Dio che ci unisce a sé , che ci invita alle nozze, sapendo che chi crede, chi ama, è già passato dalla morte alla vita. Vivere l'abbandono  a Dio è una lotta. Ogni volta mi devo consegnare oltre la paura».