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Negli ultimi giorni un reel pubblicato sui social dalla dottoressa Debora Rasio ha scatenato un acceso dibattito sul rapporto tra esposizione al sole, creme solari e melanoma. Nel video la nutrizionista e specialista in Oncologia sostiene che non esisterebbe un rapporto di causa-effetto tra i raggi ultravioletti e il melanoma e che, al contrario, le creme solari aumenterebbero il rischio di tumori della pelle. Dichiarazioni che hanno raccolto migliaia di commenti e sono state rilanciate anche dal rapper Salmo, il quale, raccontando di essersi ammalato di un carcinoma basocellulare, ha collegato la propria esperienza all'utilizzo delle creme solari.
Ma che cosa dice davvero la ricerca scientifica? Le creme solari aumentano il rischio di melanoma oppure rappresentano uno strumento di prevenzione? Come distinguere un'opinione personale dal consenso scientifico? E quale responsabilità ha oggi chi comunica temi di salute a milioni di persone attraverso i social?


Ne abbiamo parlato con la dermatologa Ines Mordente, direttrice scientifica di AcneRevolution, docente presso il Master di Medicina Estetica eCampus, autrice di libri, divulgatrice scientifica digitale e volto noto del format “SOS Acne” su Real Time. Dopo il clamore suscitato dalla vicenda, ha deciso di intervenire anche sui propri canali social con un reel che si apre con una frase significativa: «Non posso restare in silenzio».
Dottoressa, dopo il reel di Debora Rasio e le successive dichiarazioni di Salmo, qual è stata la sua prima reazione?
«La mia prima reazione è stata di preoccupazione. Non perché nel dibattito non possano esistere opinioni diverse, ma perché quando si parla di salute pubblica le affermazioni devono essere sostenute dall'insieme delle evidenze scientifiche. Come dermatologa mi occupo ogni giorno di prevenzione e diagnosi dei tumori cutanei e vedo le conseguenze dell'esposizione ai raggi UV. Per questo ho sentito il dovere di intervenire pubblicamente, anche attraverso i miei canali social: mettere in dubbio strumenti di prevenzione consolidati rischia di generare confusione e di influenzare comportamenti con possibili ripercussioni sulla salute delle persone».
Il video di Rasio ha raccolto migliaia di commenti di persone che si sono dette d'accordo o che hanno raccontato di aver cambiato idea sull'utilizzo delle creme solari. Perché un messaggio di questo tipo può rappresentare un rischio concreto per la salute pubblica?
«Perché i social non si limitano a informare: modificano i comportamenti. Se una persona smette di usare la protezione solare, cerca intenzionalmente l'abbronzatura o sottovaluta il rischio delle scottature perché convinta che le creme siano pericolose, aumenta inevitabilmente la propria esposizione ai raggi UV. La pelle ha memoria e il danno provocato dal sole si accumula nel tempo. La prevenzione è efficace proprio perché ci permette di evitare oggi conseguenze che potrebbero manifestarsi anche tra venti o trent'anni».
Ma quanto incidono, nella percezione del pubblico, l'autorevolezza di un professionista sanitario e la testimonianza personale di un personaggio famoso?
«Moltissimo. Se a parlare è un medico, il pubblico tende, giustamente, ad attribuire grande credibilità a ciò che dice. Se invece parla un personaggio famoso, il suo racconto può avere un forte impatto emotivo e influenzare molte persone. Ma né il titolo professionale né un'esperienza personale possono sostituire le prove scientifiche. Un singolo caso non dimostra un rapporto di causa-effetto. Proprio per questo chi comunica temi di salute dovrebbe avere un senso di responsabilità ancora maggiore».
La dottoressa Rasio richiama uno studio scientifico per sostenere le proprie affermazioni e, per un lettore, il fatto che venga citata una ricerca può essere percepito come una prova definitiva. Come può accadere che uno studio realmente pubblicato venga interpretato in modo diverso rispetto alle conclusioni condivise dalla comunità scientifica? E quanto è importante valutare l'insieme delle evidenze, piuttosto che il singolo lavoro?
«Perché uno studio, da solo, non basta. Bisogna valutarne la qualità, i limiti e inserirlo nel contesto dell'intera letteratura scientifica disponibile. In medicina le raccomandazioni non si costruiscono sulla base di un singolo lavoro, ma dell'insieme delle evidenze. La forza della scienza non sta nel trovare uno studio che confermi una tesi, ma nel verificare se quella tesi continua a reggere quando viene confrontata con centinaia di altri studi».
Facciamo chiarezza una volta per tutte. Quando parliamo di melanoma, quale ruolo hanno realmente i raggi ultravioletti? In che modo l'esposizione al sole può favorire lo sviluppo di questo tumore?
«Oggi sappiamo che i raggi ultravioletti sono cancerogeni per l'uomo. Danneggiano il DNA delle cellule della pelle e favoriscono l'accumulo di mutazioni che, nel tempo, possono portare allo sviluppo del melanoma. Le scottature, soprattutto durante l'infanzia e l'adolescenza, aumentano ulteriormente questo rischio. Naturalmente il melanoma è una malattia multifattoriale, ma il ruolo dei raggi UV è oggi ampiamente dimostrato dalle evidenze scientifiche».
Esistono oggi evidenze scientifiche che dimostrino un legame tra il loro utilizzo e un aumento del rischio di melanoma o di altri tumori cutanei?
«No. Ad oggi non esistono evidenze scientifiche solide che dimostrino che le creme solari aumentino il rischio di melanoma o di altri tumori della pelle. Al contrario, rappresentano uno degli strumenti di fotoprotezione raccomandati dalle principali società scientifiche. È importante ricordare, però, che da sole non bastano: devono essere applicate correttamente e associate ad altri comportamenti di prevenzione, come evitare l'esposizione al sole nelle ore centrali della giornata e utilizzare cappello, occhiali da sole e indumenti protettivi».
Tra gli argomenti più spesso utilizzati da chi critica l'uso delle creme solari c'è quello della vitamina D: c'è chi sostiene che proteggersi dal sole significhi ostacolarne la produzione. Come si concilia, in realtà, la necessità di esporsi alla luce solare per i suoi benefici con quella di proteggersi dai danni dei raggi ultravioletti?
«La vitamina D è importante, ma questo non significa che dobbiamo esporci al sole senza protezione. È possibile conciliare i benefici della luce solare con la prevenzione dei danni provocati dai raggi UV. L'utilizzo delle creme solari non impedisce necessariamente la sintesi della vitamina D: un'esposizione corretta e non eccessiva è generalmente sufficiente, mentre in caso di una reale carenza è opportuno rivolgersi al proprio medico, che valuterà se sia necessario ricorrere a un'integrazione».
Venendo ai comportamenti quotidiani, quali sono gli errori che vede commettere più spesso durante l'estate? E quali sono, invece, le buone pratiche che tutti dovremmo adottare per vivere il sole in sicurezza?
«L'errore più frequente è applicare una quantità insufficiente di crema solare. Il secondo è dimenticare di riapplicarla nel corso della giornata: andrebbe rinnovata ogni due ore di esposizione al sole e dopo il bagno o un'intensa sudorazione. C'è poi chi si espone nelle ore più calde pensando di essere protetto solo perché ha applicato una crema con SPF elevato. In realtà, la crema non è un lasciapassare per restare al sole tutto il giorno. La protezione migliore nasce dalla combinazione di più strategie: cercare l'ombra, evitare le ore centrali della giornata, indossare un abbigliamento adeguato e utilizzare correttamente la fotoprotezione».
Lei è anche una divulgatrice molto seguita sui social. In un'epoca in cui chiunque può parlare di salute davanti a milioni di persone, quale responsabilità sente di avere chi comunica temi scientifici? E come possiamo aiutare i cittadini a orientarsi tra informazioni corrette, opinioni personali e contenuti fuorvianti?
«Oggi un video può raggiungere milioni di persone in poche ore. Per questo chi comunica salute dovrebbe sempre distinguere i dati dalle opinioni personali e rappresentare correttamente il consenso scientifico. La divulgazione non dovrebbe inseguire l'engagement, ma aiutare le persone a prendere decisioni consapevoli. Perché quando si parla di prevenzione non stiamo difendendo un'opinione: stiamo cercando di proteggere la salute delle persone. Il motivo per cui noi medici, a differenza degli influencer, non pubblicizziamo prodotti è molto semplice: siamo consapevoli della credibilità scientifica che ci viene riconosciuta e del forte potere di influenza che questa può avere anche sulle scelte di acquisto delle persone. Per questo, quando facciamo divulgazione, parliamo di principi attivi, di evidenze scientifiche e del corretto utilizzo dei trattamenti, anche nell'ambito di collaborazioni con le aziende. Ma non ci vedrete mai promuovere un prodotto tenendolo in mano o invitando ad acquistarlo. È una scelta etica, fatta per preservare l'indipendenza e la fiducia che i pazienti ripongono nella nostra professione. Per lo stesso motivo, quando si affrontano temi sensibili come la prevenzione, ogni parola ha un peso enorme e va misurata con attenzione, ricordandoci che dall'altra parte ci sono persone disposte ad ascoltarci e ad adottare i comportamenti che consigliamo, soprattutto gli adolescenti. Un ultimo consiglio: quando si parla di salute, affidatevi ai medici e ai professionisti sanitari qualificati. Non seguite chi, senza competenze mediche, dispensa consigli sanitari solo per ottenere visibilità. Un sano “unfollow” ai non medici che parlano di salute è il primo passo per proteggere voi stessi e premiare un'informazione basata sulle evidenze scientifiche».





