PHOTO
Nel grande teatro del cinema contemporaneo, il mito di Ulisse trova in Christopher Nolan non un semplice illustratore, ma un esegeta inquieto e rigoroso del poema così come lo intendenvano i miceanei e i greci antici: un canto renterpretato di volta in volta, di racconto in racconto. La trasposizione dell’Odissea firmata dal regista britannico si presenta alla coscienza dello spettatore attraverso due registri sovrapposti e costantemente dialoganti, caratterizzati da una tensione formale tra il visibile e l’invisibile, tra il manifesto e il sommerso.


Vi è una chiave di lettura esplicita, proclamata e formalizzata attraverso dialoghi dal tratto scopertamente didascalico, cifra stilistica che da sempre scandisce e talvolta appesantisce la cinematografia nolaniana, e vi sono traiettorie più sottili, strati di significato che emergono soltanto collocando l’opera nel solco dell’intera parabola autoriale del regista.
La prima chiave di lettura, quella palese e di immediata fruizione, affronta senza mediazioni la materia omerica: il viaggio inteso come prova morale e fisica, la misura inesorabile del tempo che consuma l’umano, il rapporto mai risolto tra l’ingegno individuale e la forza cieca del destino.
Nolan fa pronunciare ai suoi personaggi veri e propri enunciati teorici che funzionano da mappe concettuali, spiegando la vertigine dell’errare e la nostalgia del ritorno con la precisione di un teorema scientifico o di una lezione filosofica. Ma dietro la superficie scultorea di queste asserzioni programmatiche, la pellicola cela una trama assai più complessa. Si tratta di una meditazione esistenziale che trascende la struttura del poema epico per trasformarsi in una radiografia nitida e dolente dell’anima contemporanea.
È nel confronto sistematico con la galleria di personaggi costruita da Nolan nell’ultimo ventennio che l’Ulisse dello schermo rivela la sua autentica natura speculativa. L’eroe miceneo non è soltanto il navigatore dell’antichità classica o l’uomo dal multiforme ingegno narrato dalla tradizione; è la sintesi espressiva e la sommatoria drammaturgica delle ossessioni che attraversano da sempre il cinema del regista: la colpa incancellabile, la trappola della memoria, la paternità ferita e il desiderio straziante di trovare un riparo duraturo contro la dissoluzione.
Nel volto arso dal sale e negli sguardi assorti dell’Ulisse nolaniano risuona prima di tutto l’eco drammatica di J. Robert Oppenheimer. Come il fisico padre dell’era atomica, anche l’eroe greco è l’uomo dell’ingegno supremo che travalica il limite consentito, l’architetto del dispositivo bellico, l’inganno nefasto del cavallo di Troia, che decide in modo definitivo le sorti di un conflitto devastante. In entrambi i casi, l’astuzia intellettuale non produce un trionfo pacificato, bensì un’ombra d’angoscia indelebile.


Ulisse porta dentro di sé il peso materiale e morale della distruzione; il suo errare in mare diventa la proiezione esteriore di un esilio interiore, la condanna inevitabile di chi ha manipolato le forze del mondo e deve ora misurarsi con le conseguenze etiche delle proprie intuizioni. La hybris (la tracotanza in greco antico che gli uomini provano nello sfidare gli dei e le leggi divine), il superamento del confine stabilito dagli dei o dalla natura, trasforma il vincitore di Ilio in un profugo dello spirito, costretto a vagare in un cosmo sordo e ostile per espiare la propria spinta prometeica.
Accanto al fantasma del costruttore di rovine convive la figura tragica di Dom Cobb, il protagonista di Inception. Il viaggio di Ulisse attraverso mari sconosciuti e isole incantate rispecchia fedelmente la discesa di Cobb nei livelli sempre più profondi del subconscio. Entrambi sono uomini prigionieri di un’illusione costante e di una nostalgia paralizzante, perseguitati dal ricordo di una casa che sembra allontanarsi a ogni passo e dal fantasma di una presenza affettiva che rischia di trasformarsi in una prigione della mente.
Le tappe dell’Odissea, dalla seduzione dell’oblio nell’isola dei Lotofagi all’incantesimo sospeso di Circe fino alla promessa d’immortalità di Calipso, diventano così le architetture speculative di un labirinto interiore. Il vero pericolo per Ulisse non è la mostruosità fisica del Polifemo, ma la perdita graduale del principio di realtà, la tentazione di cedere al sonno della ragione e di dimenticare la strada del ritorno. Ulisse, al pari di Cobb, lotta con ostinazione contro l’intorpidimento della coscienza per rimanere ancorato all’unico punto fermo della propria esistenza: il ricongiungimento con la radice originaria.


In questa geografia del ritorno si innesta con straordinaria chiarezza anche l’archetipo di Bruce Wayne, il Batman della trilogia del Cavaliere Oscuro. Come il vigilante di Gotham City, costretto a risalire l'abisso della prigione sotterranea per far ritorno alla propria città, affrontando un cammino di purificazione in cui salvare la propria comunità coincide indissolubilmente con il salvarsi la vita e l'anima, così l'Ulisse di Nolan riconosce nel ritorno non un atto di vittoria, ma un dovere morale di salvezza reciproca. Gotham per Bruce Wayne, come Itaca per Ulisse, non è semplicemente un luogo geografico: è una responsabilità etica, il punto di approdo in cui l'eroe spezzato deve fare ritorno non solo per liberare la sua terra dagli usurpatori e dal caos, ma per ritrovare l'integrità del proprio io.


È nella decisione di calarsi nuovamente nella realtà, abbandonando l'esilio e affrontando la ferita, che entrambi scoprono che la redenzione personale passa inevitabilmente attraverso la salvezza della propria casa e della propria gente.
Infine, è nel legame profondo con Cooper, il pilota spaziale di Interstellar, che la figura di Ulisse acquista la sua dimensione più umanamente toccante e metafisica. Il viaggio nell’Egeo nolaniano si trasforma in una navigazione cosmica dove la distanza non si calcola soltanto in leghe marine, ma nello strappo doloroso del tempo e degli affetti. Come Cooper varca i confini della galassia lasciando alle spalle la figlia con la promessa solenne di un ritorno che la relatività fisica rischia di vanificare, così Ulisse vive la tragedia della separazione prolungata da Telemaco e da Penelope. In entrambi i contesti, la forza che sostiene la resistenza del protagonista contro l’immensità dell’abisso o la furia degli elementi non è la sterile brama di conquista scientifica o geografica, ma la gravità dell’amore familiare. Il tempo si configura come un tiranno implacabile che consuma chi resta ad aspettare e tormenta chi viaggia, rendendo il ritorno non un semplice ripristino del passato, ma una faticosa e lacerante ricomposizione di ciò che è stato mutato dagli anni.


Attraverso questo denso gioco di richiami, l’Odissea di Nolan abbandona ogni tentazione di mero intrattenimento spettacolare per farsi riflessione seria sulla condizione umana di fronte al sacro e all’ignoto. Ulisse incarna la costante tensione dell’uomo moderno: da un lato l’orgoglio della conoscenza autonoma e della tecnica, dall’altro il bisogno ancestrale di un ordine superiore, di una dimensione di senso che dia un valore al dolore e alla fatica dell’esistere. Il mare su cui si muove la nave itacese non è soltanto uno spazio geografico da attraversare, ma un deserto spirituale in cui l’eroe scopre la propria costitutiva fragilità, comprendendo che la vera sapienza non risiede nel dominio della natura o nell’assoggettamento degli altri uomini, ma nella capacità di riconoscere i propri limiti e di custodire la sacralità delle relazioni fondamentali.


Nolan firma così un’opera complessa in cui la lezione omerica viene setacciata e riletta alla luce delle inquietudini del nostro presente. L’eroe che infine tocca la terra di Itaca non è un vincitore trionfante o pacificato, ma un uomo segnato dalla consapevolezza che ogni viaggio, per quanto audace e straordinario, trae il suo significato autentico soltanto dal luogo a cui si sceglie di appartenere e dalla cura con cui si protegge ciò che è umano.















