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Il professore Filippo Maria Boscia nel suo studio
Ha spento 80 candeline lo scorso 4 febbraio, ma scherzando chiosa: «Ottanta voglia di continuare… Non lo voglio leggere come numero, sillabarlo». Non ha perso l’ironia il professor Filippo Maria Boscia, che nella sua lunga vita professionale di ginecologo ha contribuito a far nascere ben 40 mila bambini, diversi dei quali al termine di gravidanze ad alto e altissimo rischio. «Ho vissuto la medicina dapprima come arte e poi come professione: è un significato di profezia che ci fa prendere cura non solo della persona malata, ma che s’incastona nella famiglia e nel tessuto sociale a cui partecipa anche il medico. L’ho chiamata medicina delle emozioni», racconta, come un fiume in piena, «quando mi sono ritrovato in situazioni in cui la fragilità oscillava fra vita e non vita, le emozioni mi hanno dato coraggio e forza per dare risposte di responsabilità. Ritengo fondative le azioni di vicinanza, sostegno, incoraggiamento e speranza: mai dimenticare di essere accanto e prenderci cura (soprattutto delle persone più vulnerabili), non solo di curare che è un atto temporaneo. Facciamo investimenti in sanità, ma non dovremmo pensare solo all’organizzazione. La medicina della fiscalità non mi è mai appartenuta».


Già direttore del Dipartimento materno infantile per la salute della donna e la tutela del nascituro presso l’ospedale Di Venere di Bari, docente di Fisiopatologia della riproduzione umana all’Università del capoluogo pugliese e presidente dell’Associazione medici cattolici italiani tra il 2012 e il 2024, dal 2011 il professor Boscia è stato anche consultore pontificio e ha messo sempre al primo posto i valori della fede, senza timore di andare controcorrente: «In questa nostra epoca grigia anche la dignità è stata aggettivata. Ma chi decide se è degno di vivere un bimbo con una disabilità? La dignità non può essere negoziata, l’inguaribilità non può e non deve mai essere incurabilità».
Valori che il professore, sposato con Marienza e padre di Daniela che gli ha dato due nipotine, Angelica e Benedetta, ha assorbito nella sua famiglia di origine «sfollata durante la guerra da Nettunia Porto (Roma) a Sammichele di Bari dov’era nato mio padre Vito, pneumologo».
Dopo due sorelle maggiori venute alla luce quando la famiglia era ancora a Roma, Filippo Maria nasce il 4 febbraio 1946 proprio in questo paese contadino, «dove la povertà economica s’incrociava con una grande ricchezza morale, nell’ambito di una barbarie di guerra. In questo luogo così smarrito spesso morivano i bimbi prima di nascere e in me è maturata la volontà di ricercarne le cause. Al Cnr ho svolto le prime ricerche sulla mortalità dei bimbi in utero delle raccoglitrici di olive, chine su se stesse per 12 ore al giorno». Il padre lo esortava, dandogli un indelebile imprinting: «Non si può curare senza studiare, senza conoscere la malattia nella sua globalità. Devi ricercare».


Inizialmente il dottor Boscia approfondisce le malattie rare, poi passa a ginecologia ma sempre con l’impostazione paterna: «Mi diceva che “il curante deve essere bendante, compassionevole, compagno anche nell’ultimo stretto valico della vita”. Oggi la definiremmo una pastorale dell’abbraccio, del prendersi per mano e di un sostegno reciproco, con lo stile del Buon Samaritano».
Il vescovo Tonino Bello e il cardinale Fiorenzo Angelini rappresentano dei «grandi maestri: mi hanno proiettato nel percorso della fragilità e del limite, per una medicina degli affetti, della speranza, della veglia e della presenza, di relazione e comunicazione, attraverso un continuo scambio che genera scienza, umanità e arte». A Roma incontra il professor Adriano Bompiani, dal 1969 al ’96 direttore dell’Istituto di clinica ostetrica e ginecologica presso il Policlinico Gemelli, che gli trasmette «la passione per la bioetica» con monsignor Elio Sgreccia e il pediatra Antonino Leocata: «Mi hanno travolto di bene fino a farmi giungere a essere presidente della Società italiana di bioetica e comitati etici».
In ospedale il professor Boscia si è preso cura di «gravidanze ad alto e altissimo rischio, casi in cui nel passato – nonostante tutti gli sforzi – la gravidanza si interrompeva a sei o sette mesi. Un confine sottile fra vita e morte, soprattutto con i bambini metabolici».
L’ospedale Di Venere, nel capoluogo pugliese, è stato definito “il Gaslini del sud”, dove tutto il personale si mette a servizio «dei neonati, con una sollecitudine one to one. Abbiamo costruito una nuova struttura, “Medicina fetale”, dove il feto è un paziente da curare in utero e accogliere in una neonatologia anche integrata con genetica, terapia intensiva neonatale e family room per i prematuri di 700 grammi. La mia perla più grande è il Dipartimento per la salute della donna e la tutela del nascituro presso l’ospedale Santa Maria di Bari», che ha diretto dal 2016 al 2018. «Come professore mi sono interessato alla sterilità e al ripristino della fertilità nella donna; credo che l’aspetto psicologico e le armi della speranza siano degli aspetti formidabili per affrontare i problemi, dove la medicina dice che non c’è più niente da fare. E poi bisogna prendere coscienza che l’utero non è un semplice contenitore: il grembo materno è emozione, rispetto, prodigio di vita, estetica e resta un mistero», sottolinea Boscia, che è anche autore di 300 pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali e curatore di 15 volumi su medicina della riproduzione, sessuologia e bioetica.
«Bisogna partire dai diritti dei più piccoli, servirli e proteggerli: sono titolari di diritto dei nostri sorrisi, dell’impegno e della vicinanza, non solo di una sollecitudine temporanea che rigetta in una solitudine da colmare. Abbiamo il dovere civico di coltivare la nascita», insiste.
L’impegno del professor Boscia ha travalicato le mura dell’ospedale e dell’università: «Ho imparato a inginocchiarmi davanti a madri che chiedevano l’aborto per la paura di non farcela». E nel Centro di aiuto alla vita di Bari, «con la cooperazione di mia moglie, abbiamo salvato tantissimi bambini con il linguaggio dell’accoglienza, dell’amore: molti bambini portano il mio nome e tante famiglie sono entrate nella mia famiglia, come in un intreccio magico».





