Conosceva san Francesco come lo conosciamo in tanti: il santo della semplicità, della pace, della natura. Ma lavorare a quest’opera gli ha permesso di scoprire cosa c’è dietro quella figura e di confrontarsi con un Francesco molto più complesso. Il santo, racconta, ha smesso così di essere «un’immagine» ed è diventato «un interlocutore. E un interlocutore esigente».

Direttore d’orchestra, compositore e violista, Roberto Molinelli firma le musiche e gli arrangiamenti di Faccia a faccia con San Francesco – Poeta di Dio e del mondo, l’opera dedicata al Poverello nell’ottavo centenario della sua morte, in scena il 5 settembre alle 21 in Piazza della Rinascita a Pescara, nell’ambito del Festival Dannunziano. A dirigere l’Orchestra dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese sarà lo stesso Molinelli. Con lui Davide Rondoni, autore dei testi e voce recitante, Simona Molinari come voce solista, la Corale Novantanove e la Corale Gran Sasso.

Una cantata moderna in cui musica, poesia e canto si intrecciano per riportare san Francesco nel presente. Un lavoro che per Molinelli è diventato anche l’occasione per interrogarsi su ciò che il Poverello può dire ancora oggi, sul rapporto tra musica e spiritualità e sulla propria fede.

Maestro, partiamo dall’inizio: come nasce Faccia a faccia con San Francesco e la collaborazione con Davide Rondoni?

«Il progetto nasce da un’intuizione di Ettore Pellegrino, direttore artistico dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, che già nel 2024 aveva immaginato un’opera per l’ottavo centenario della morte di san Francesco. Non un concerto commemorativo, ma una creazione capace di mettere in relazione L’Aquila e Assisi: due città ferite, entrambe custodi di una storia spirituale e di rinascita. L’incontro con i testi di Davide Rondoni è stato decisivo. La sua non è una narrazione agiografica, ma un confronto diretto, talvolta persino scomodo, con un uomo che continua a guardarci e a porci domande. Nelle parole di Davide ho avvertito immediatamente una musica interna, fatta di accelerazioni, sospensioni e improvvise aperture. Il mio compito non era accompagnare quei testi, ma ascoltarne il respiro e trasformarlo in un’azione sonora. La presenza dello stesso Rondoni come voce recitante è parte essenziale dell’opera: la parola conserva la propria inquietudine e dialoga alla pari con l’orchestra. È così che è nato il nostro “faccia a faccia”: non il racconto di un santo lontano, ma un incontro che accade nel presente».

In questo dialogo tra parola e musica entra anche la voce di Simona Molinari. Che ruolo ha all’interno dell’opera e perché ha scelto proprio lei?

«Simona non impersona Francesco in senso teatrale. Sarebbe stato riduttivo. La sua voce rappresenta piuttosto la parte più intima e umana dell’incontro: è la voce di chi ascolta Francesco, ne viene attraversato e restituisce quella vibrazione attraverso il canto. Cercavo un’interprete capace di passare dalla confidenza al volo lirico, dalla fragilità alla forza, senza perdere la naturalezza della parola. Simona possiede una qualità rara: unisce il controllo musicale alla libertà espressiva. La sua esperienza nel jazz, nello swing e nella canzone d’autore le permette di abitare il ritmo con grande duttilità, ma anche di creare intimità davanti alla potenza dell’orchestra e del coro. Questa ricchezza emerge in modo particolare in Fammi esser come terra, dove la sua voce sprigiona un’energia profonda, quasi fisica. La terra evocata dal testo è materia che accoglie, sopporta, genera e trasforma, e Simona riesce a renderla con una voce insieme salda e vulnerabile, terrena e luminosa. Il fatto che sia aquilana aggiunge poi una dimensione di appartenenza molto intensa. Nella Basilica di San Bernardino, e poi nel Chiostro di San Francesco a Tagliacozzo, la sua voce non sembrava provenire semplicemente dal palcoscenico: sembrava nascere da quei luoghi».

Prima di cominciare a lavorare all’opera, qual era il suo rapporto personale con la figura del Poverello?

«Avevo con Francesco il rapporto che credo abbiano molte persone: una grande familiarità con la sua immagine, ma forse una conoscenza meno profonda dell’uomo. Proprio questa familiarità rischiava di trasformarlo in una figura rassicurante, già conosciuta e quindi incapace di sorprenderci. Entrare nei testi di Rondoni mi ha costretto a eliminare quella distanza protettiva. Comporre significa frequentare a lungo ciò che si vuole raccontare: bisogna lasciare che entri nelle giornate, nelle domande, persino nei silenzi».

Lavorando all’opera ha, quindi, scoperto un san Francesco diverso da quello che pensava di conoscere?

«Ho scoperto soprattutto un uomo estremo, impetuoso e inquieto. Un uomo che conosce la sconfitta, la malattia, il conflitto con la famiglia, l’incomprensione e che non raggiunge la letizia evitando queste ferite, ma attraversandole. Mi ha colpito quella che Rondoni definisce la sua «dura letizia». La gioia di Francesco non è buonumore né ottimismo: è una conquista spirituale, una forma di libertà raggiunta quando si smette di pretendere di possedere la vita. È questo a renderlo profondamente contemporaneo. Ho incontrato anche un Francesco molto fisico: cammina, canta, danza, soffre, abbraccia. La sua mistica non allontana dal mondo, ma fa guardare più intensamente la terra, il corpo, le creature e gli altri. È un santo che tiene insieme ciò che noi continuamente separiamo: fragilità e forza, dolore e letizia, terra e cielo».

Come si traduce san Francesco in musica?

«La prima decisione è stata quella di non fare archeologia musicale. Non volevo ricostruire artificialmente un Medioevo sonoro, perché Francesco non ci parla da una teca. Ho cercato un linguaggio contemporaneo, capace di accogliere la grande orchestra sinfonica, il coro, il canto solistico e la parola recitata. Francesco amava il Creato nella sua infinita varietà: nel suo sguardo trovavano posto il sole e l’acqua, il fuoco e la terra, la luce e l’ombra, la gioia e il dolore. Ho cercato di tradurre musicalmente proprio questa capacità di accogliere le differenze, immaginando un’opera nella quale generi e linguaggi diversi potessero incontrarsi senza gerarchie. La scrittura sinfonica dialoga così con il jazz, il pop, il linguaggio cinematografico, il ritmo della danza e la teatralità del canto. La partitura vive quindi di contrasti: ad aperture ampie e solenni si alternano momenti intimi e sospesi. Le percussioni e gli episodi ritmici introducono invece il Francesco giullare, l’uomo che rompe gli schemi anche attraverso la gioia, il movimento e la danza. La varietà musicale dell’opera vuole restituire proprio l’unità del Creato cantata da Francesco: tante voci, tanti colori e tante forme differenti che, ascoltandosi, scoprono di appartenere alla stessa armonia».

Uno dei momenti centrali dell’opera è il Cantico delle Creature. Come si mette in musica un testo scritto ottocento anni fa, conservando la forza delle parole originali?

«Prima di tutto mettendosi in ascolto. La lingua del Cantico possiede già una musica potentissima: le vocali aperte, le consonanti, le ripetizioni, quel continuo ritorno di “Laudato si’, mi’ Signore”. Non è un italiano moderno tradotto all’indietro, ma una materia sonora viva, concreta, quasi fisica. Ho cercato di non regolarizzarla e di non sovrapporle una musica che la rendesse più elegante o più facilmente assimilabile. La partitura doveva servire quelle parole, lasciarne emergere il ritmo originario e la forza visionaria. Il Cantico è il punto d’arrivo dell’opera perché ricompone tutto. Il sole, l’acqua, il fuoco e la terra non sono uno scenario intorno all’uomo, ma entrano con lui in una relazione fraterna. In questo senso quelle parole sono modernissime: ci dicono che non possiamo esistere separati dagli altri, dalla natura e dalla responsabilità della compassione. Al termine del pellegrinaggio, orchestra, coro, voce e parola tornano così a essere un unico respiro».

ph© luigi angelucci
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Finora abbiamo parlato di Francesco e di spiritualità. Ma che posto ha la fede nella sua vita?

«La fede, per me, appartiene alla dimensione delle domande profonde, non delle dichiarazioni da esibire. Non la considero un’etichetta o qualcosa di acquisito una volta per tutte. È piuttosto una forma di ascolto e di affidamento al mistero, che continua a interrogare la vita. Anche la composizione, nel suo piccolo, contiene un atto di fiducia. Ci si trova davanti a una pagina vuota e si deve credere nella possibilità di un suono che ancora non esiste. Naturalmente non confondo il mestiere del musicista con l’esperienza religiosa, ma entrambi chiedono silenzio, attenzione e la disponibilità a non considerarsi misura di tutte le cose. Il messaggio cristiano diventa concreto, per me, soprattutto quando la compassione smette di essere un’emozione e diventa responsabilità. Quest’opera mi ha avvicinato ancora di più a una domanda: «Sono davvero capace di ascoltare prima di voler controllare?». Forse la fede comincia anche da qui».

Lei ha attraversato mondi musicali molto diversi, dalla sinfonica al jazz, dal pop al rock fino a Sanremo. Dopo tanti anni, che cosa sente che la musica le ha insegnato sulla vita?

«Mi ha insegnato che nessuna voce può bastare a se stessa. Ho cominciato come violista e come prima viola in orchestra: questo significa imparare ad ascoltare continuamente ciò che accade intorno a noi. Anche dirigere non vuol dire imporre un’idea, ma creare le condizioni perché molte individualità diventino un organismo. La musica mi ha insegnato che disciplina e libertà non sono nemiche. Per essere davvero liberi bisogna conoscere profondamente la materia, rispettare gli altri e prepararsi con rigore. Mi ha insegnato anche l’umiltà: un concerto esiste nell’istante in cui viene eseguito e subito dopo scompare. Non lo si può trattenere. Attraversare generi differenti mi ha confermato che non esistono linguaggi nobili e linguaggi minori. Esiste la musica autentica e quella che non riesce a comunicare. Dalla sinfonica a Sanremo, il principio rimane lo stesso: la musica acquista senso quando diventa relazione».

A ottocento anni dalla sua morte, c’è un aspetto del messaggio di san Francesco che forse abbiamo addolcito o dimenticato e che invece potrebbe metterci ancora profondamente in discussione?

«Direi la rinuncia alla pretesa di possedere: le cose, le persone, la verità e persino la propria immagine. La povertà di Francesco non è una decorazione romantica, ma una forma radicale di libertà. Ci domanda che cosa siamo disposti a lasciare per tornare a vedere davvero l’altro. Anche la sua idea di pace è tutt’altro che rassicurante. Francesco attraversa le distanze, incontra il lebbroso, parla al Papa e al sultano senza avere altro potere che la propria presenza. Ci insegna che la pace non consiste nell’ignorare le ferite e le divisioni, ma nel trovare il coraggio di attraversarle senza smettere di riconoscere l’umanità dell’altro. Richiede responsabilità, ascolto e disponibilità a esporsi personalmente. In una società ossessionata dall’accumulazione, dalla visibilità e dall’affermazione dell’io, Francesco ci chiede se siamo ancora capaci di farci “minori”. Anche il suo rapporto con la natura non può essere ridotto a un ecologismo sentimentale: il Creato è una rete di relazioni alla quale apparteniamo e della quale siamo responsabili. Non basta commuoversi davanti alla bellezza, occorre cambiare il nostro modo di abitare il mondo. Questo, per me, è il Francesco più radicale: un uomo che non fugge dalle ferite della realtà, ma le attraversa trasformandole in occasioni di incontro, di compassione e di rinascita».

Il titolo dell’opera parla di un “faccia a faccia”. Se oggi si trovasse davvero davanti a san Francesco, che cosa vorrebbe chiedergli?

«Gli chiederei: «Come si può restare lieti senza distogliere lo sguardo dalla ferita del mondo?». È la domanda che ha accompagnato tutta la composizione. Poi, però, credo che cercherei di tacere. In un vero faccia a faccia non si arriva soltanto con una domanda preparata: bisogna essere disponibili a riceverne una. E forse Francesco mi chiederebbe: «Che cosa hai tanta paura di perdere?». Non sono sicuro che saprei rispondergli».

E dopo san Francesco, quali sono i prossimi progetti che la aspettano?

«Il progetto che in questo momento mi coinvolge maggiormente è L’anno che verrà, una grande opera musical-pop costruita intorno all’universo creativo e alle canzoni di Lucio Dalla. Sarà una tournée teatrale nazionale, con debutto a Ferrara nel dicembre 2026. Non sarà un biopic e neppure una successione di successi. Il progetto, ideato da Marcello Corvino, con la regia di Manuel Renga e la drammaturgia di Emanuele Aldrovandi, è ambientato in un grande hotel sul mare durante la notte di Capodanno. Le vite di alcuni viaggiatori si incontrano in uno spazio sospeso fra realtà e sogno. A mezzanotte il tempo sembra fermarsi e le canzoni di Dalla diventano il linguaggio attraverso il quale emergono paure, desideri, memorie e speranze. Pierdavide Carone sarà l’interprete solista; con lui ci saranno orchestra, coro, attori e la Michele Merola Contemporary Dance Company. Per me è anche un ritorno personale. Ho avuto la fortuna di lavorare con Lucio già tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, occupandomi degli arrangiamenti degli archi anche per il tour Dalla-Granarolo. Avvicinarsi nuovamente alla sua musica significa entrare in un mondo nel quale convivono teatro, poesia, racconto popolare, malinconia e improvvise accensioni visionarie. Il mio lavoro di arrangiamento parte dal rispetto, ma il rispetto non deve diventare immobilità. L’orchestra e il coro non servono a rendere più solenni le canzoni né a collocarle dentro una cornice prestigiosa: devono attraversarle, interrogarle e rivelarne possibilità sonore nuove. Vorrei che il pubblico ritrovasse un Dalla perfettamente riconoscibile e, nello stesso tempo, sorprendente. Non un’operazione nostalgica, dunque, ma un viaggio di reinvenzione. La tournée partirà dal Teatro Comunale di Ferrara l’11 e 12 dicembre 2026, per proseguire a Reggio Emilia e Ravenna. Nel 2027 toccherà Piacenza, Modena, Parma, Lucca, Bologna e Rimini. È una produzione molto ampia, nata dalla collaborazione fra numerose istituzioni teatrali, la Fondazione Lucio Dalla. Credo sia significativo che tanti teatri abbiano scelto di unirsi per dare una nuova vita scenica a queste canzoni. In fondo, anche questo progetto ha qualcosa in comune con Faccia a faccia con San Francesco: il desiderio di incontrare una figura che appartiene alla nostra memoria senza trasformarla in un monumento. La musica vive soltanto se continua a parlare al presente».