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Vittoria Lizzi.
Accompagnare la vita che nasce era la sua professione. Vittoria Lizzi, 31 anni, ha lavorato come ostetrica per qualche anno, affiancando donne e coppie durante la gravidanza. Poi, però, si è ritrovata dall'altra parte del lettino, a fare i conti con una serie di perdite che hanno cambiato profondamente il suo percorso personale e professionale.
«Mi sono avvicinata alla professione con l'idea proprio che la maternità potesse essere qualcosa di positivo, qualcosa che comunque dà gioia, un percorso molto interessante, molto di cambiamento». La sua storia, però, ha preso una direzione che non avrebbe mai immaginato.
Nei reparti e negli ambulatori in cui lavora, Vittoria incontra anche il volto meno raccontato della maternità. Non solo le nascite e la gioia dell'attesa, ma anche le gravidanze che si interrompono e il dolore delle coppie che devono affrontare una perdita. «Studiando e lavorando ho iniziato a confrontarmi con una serie di tematiche, tra cui anche il lutto riproduttivo, però sempre in ottica professionale, senza che mai questo toccasse me personalmente». Fino a quando quella realtà, osservata per anni da professionista, non bussa alla porta della sua vita. Non una volta sola, ma cinque volte.
«Io ho avuto questi cinque lutti riproduttivi», spiega. «In realtà diversi tipi: da aborti spontanei ad aborti molto più precoci, fino ad aborti interni, quindi fondamentalmente situazioni in cui non ho avuto alcun sintomo e semplicemente la gravidanza non è andata avanti». Ogni perdita è stata diversa. Ma tutte hanno lasciato un segno profondo, non solo nella sua vita personale, ma anche nel modo di vivere il proprio lavoro. «Mi ritrovavo a vivere una situazione personale che molto spesso era quasi in antitesi con quello che poi dovevo fare a lavoro».
Da una parte c'era la donna che cercava di elaborare il proprio dolore. Dall'altra l'ostetrica chiamata ad accompagnare altre donne e altre coppie che stavano vivendo esperienze simili. «Mi capitava, magari, di aiutare e supportare delle donne e delle coppie durante dei lutti mentre lo stavo vivendo anch'io».
A un certo punto ha capito che non riusciva più a sostenere entrambe le dimensioni: «Ho capito che non potevo portare avanti le due cose contemporaneamente. Avevo bisogno anch'io di elaborare i miei lutti e di riuscire anche poi eventualmente a fornire il supporto corretto che avevano bisogno queste donne». Così decide di allontanarsi dall'attività clinica. «Mi sono allontanata dall'ostetricia e ho deciso di intraprendere un altro tipo di percorso professionale».
Inizia una fase completamente nuova della sua vita. Lei stessa la definisce «un percorso professionale totalmente non lineare». Dal mondo sanitario è passata a quello imprenditoriale, co-fondando due aziende e maturando esperienze che non avrebbe mai immaginato di vivere. Guardando indietro, però, riconosce che proprio quelle prove hanno contribuito a trasformarla. «Se io non avessi avuto questi aborti, non avrei neanche fatto due exit di due aziende. Probabilmente sarei rimasta a fare sempre l'ostetrica».
Non cerca spiegazioni facili per ciò che le è accaduto. Alla domanda sul perché, risponde con sincerità. «Sono quelle domande un po' da un milione di dollari. Se io avessi la risposta al perché è successo o perché a me, probabilmente non sarei arrivata neanche a cinque aborti». Ciò che ha imparato, però, è che il dolore può essere attraversato e trasformato. «Quello che mi ha sicuramente aiutato è cercare in tutte queste situazioni di trasformare in qualcosa di positivo». E, per riuscirci, si è affidata anche a un percorso psicologico: «Mi sono affidata alle persone giuste».
Accanto al lavoro su se stessa, ha iniziato a maturare una consapevolezza. Da ostetrica conosceva bene il sistema di supporto offerto a chi affronta una perdita in gravidanza. Da donna che aveva vissuto quella stessa esperienza, ne vedeva ancora più chiaramente i limiti. «Oggi il supporto disponibile per chi vive queste situazioni è ancora molto limitato. Quello che viene offerto dal Servizio sanitario nazionale, dal privato o dalle associazioni esiste, ma è spesso frammentato e difficile da individuare per chi ne avrebbe bisogno».
Da questa constatazione è nata l'idea di Resilia, il progetto a cui oggi sta lavorando insieme ad altri professionisti. «Per me va un po' a chiudere il cerchio», racconta. La start-up, attualmente in fase di sviluppo, punta a offrire supporto alle donne e alle coppie che affrontano un lutto legato alla gravidanza o alla sfera riproduttiva. Attorno a Vittoria si è formato un team multidisciplinare composto da professionisti provenienti da ambiti diversi: specialisti della salute femminile, esperti di tecnologia, consulenti legali e professionisti della salute mentale. «La cosa che ho cercato di fare dall'inizio è stato circondarmi di persone competenti».
L'idea è quella di creare una piattaforma che permetta alle persone di ricevere informazioni affidabili e orientamento in un momento particolarmente delicato della loro vita. «Stiamo creando una piattaforma che permetta di ricevere informazioni e supporto qualificato attraverso una chat, con risposte validate da professionisti specializzati». Le richieste possono riguardare molti aspetti diversi: «Questo significa sia informazioni e supporto dal punto di vista clinico, sia psicologico, sia di diritto del lavoro».
Secondo Vittoria, una delle ragioni per cui il lutto perinatale continua a essere poco raccontato riguarda il peso culturale che ancora accompagna il tema dell'aborto. «Se uno parla di aborto, si fa sempre riferimento all'aborto volontario. Questo porta tutta una serie di stigma, di preconcetti, di stereotipi». Ma non è l'unica ragione: «Già in generale parlare di lutto, quindi parlare di morte, è un tema molto pesante che si cerca di evitare». A questo si aggiungono sentimenti che molte donne conoscono bene. «C'è molta paura di parlarne. Un po' di vergogna, un po' di senso di colpa. C'è paura del giudizio, paura di esporsi». Per questo crede sia fondamentale creare spazi protetti in cui le persone possano chiedere aiuto senza sentirsi giudicate: «In questo modo si riducono la paura di esporsi, il senso di vergogna e il timore di parlare di ciò che si è vissuto».
Oggi sente di avere compiuto un percorso importante. «Ho lavorato molto su me stessa e sulla mia relazione con mio marito. Questo mi ha permesso di elaborare quei lutti». Ma il percorso non può dirsi concluso. «In realtà anche lavorare a Resilia mi sta aiutando a elaborare i miei lutti».
Prima di salutarci, le chiedo cosa direbbe alla Vittoria di qualche anno fa, quella che usciva dall'ospedale dopo una delle perdite. Per la prima volta la risposta arriva senza esitazioni: «Le direi che mi dispiace molto per lei e che sicuramente non è colpa sua. Non è sola». Poi aggiunge: «Anche che sarà l'inizio di una vita molto diversa da quella che aveva pensato, ma che alla fine le cose andranno bene».
La maternità che aveva immaginato non è ancora arrivata. Ma la speranza sì. «Nonostante non sia ancora successo, sto cercando di riprovarci».





