Riti, segni e simboli non sono «rivestimenti esteriori» o «cerimonie arbitrarie», ma «sono la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge». Papa Leone continua la catechesi sulla Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium soffermandosi proprio su questi tre elementi. «Il Concilio», spiega, «invita a comprendere il Mysterium fidei che si attua nella liturgia attraverso i riti e le preghiere». E aggiunge: «Il rito dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo». Perché questo accada, però, non possiamo restare «estranei o muti spettatori rispetto alla liturgia», ma occorre partecipare «con tutto noi stessi – corpo, mente e cuore –, in obbedienza al comando del Signore». È attraverso il rito che «veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede».

Papa Leone spiega anche che il rito non è un modo di imprigionare la nostra spontanea. Al contrario «con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale». E così possiamo scoprire «un’altra dimensione dell’agire, non guidata da calcoli produttivi, e un’altra esperienza del tempo e dello spazio. Nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo».

Il rito poi è intessuto di segni e simboli. Il Pontefice richiama quanto dicono il Concilio («la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi») e il Catechismo della Chiesa Cattolica che sui segni scrive: «Il loro significato nell’opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli eventi dell’Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell’opera di Cristo». Papa Leone parla, in particolare del segno «dell’acqua: dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano, fino all’acqua che sgorga dal costato di Cristo e diventa segno sacramentale dell’immersione nella sua morte e risurrezione».

Ma «“segno” e “simbolo”», continua, spesso vengono usati come sinonimi. «In realtà, un segno è simbolico quando è capace di rimandare non solo a un’idea, ma a un intero sistema di significati e di valori. Così, ad esempio, quando siamo aspersi con l’acqua benedetta si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il Battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo. In secondo luogo, i simboli hanno essenzialmente un carattere pratico, essendo anzitutto azioni: più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento. Soprattutto, i simboli hanno una singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni ecclesiali».

Infine rimanda alla Lettera Apostolica “Desiderio desideravi” di Papa Francesco laddove il suo predecessore, «facendo propria un’affermazione di Romano Guardini, individuava “il primo compito del lavoro di formazione liturgica: l’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli”». Il Papa conclude: «Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un’autentica mistagogia. L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo».

Nel corso dei saluti finali papa Leone dà un incoraggiamento particolare «ai sacerdoti e ai religiosi del Medio Oriente». «Accompagno», dice il Pontefice, «con la mia preghiera e la mia benedizione il vostro ministero e le attese dei rispettivi Paesi».