Alla fine, anche Donald Trump ha ceduto. Non ai democratici, non all'Europa con il suo AI Act, non alle “Cassandre” della Silicon Valley che agitano lo spettro dell'apocalisse algoritmica. Ha ceduto alla realtà. E la realtà, in questo caso, aveva un nome preciso: Mythos.

Il 2 giugno 2026, il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo sull'intelligenza artificiale che, nei mesi precedenti, sembrava destinato a non vedere mai la luce. Per settimane la Casa Bianca aveva temporeggiato, rinviato, mediato tra fazioni interne che si guardavano con la diffidenza di chi sa che la posta in gioco è molto più alta di quanto i comunicati ufficiali lascino intendere. Il testo finale è arrivato in forma di compromesso, blando, volontario, pieno di clausole che somigliano più a buone intenzioni che a norme vincolanti, ma porta con sé qualcosa di storicamente significativo: per la prima volta, la Casa Bianca di Donald Trump chiede che le macchine più intelligenti del pianeta vengano mostrate al governo prima di essere rilasciate al mondo.

La paura che ha cambiato tutto

Per capire perché Trump abbia cambiato rotta, bisogna tornare alla primavera del 2026 e a un documento che non avrebbe dovuto uscire. Un errore di configurazione nei sistemi di Anthropic, la società fondata dall'ex vicepresidente di OpenAI Dario Amodei, aveva esposto inavvertitamente una bozza interna che descriveva le capacità di Mythos, il modello di intelligenza artificiale più avanzato mai costruito dall'azienda. Quello che emergeva da quelle pagine aveva del clamoroso: Mythos era in grado di individuare in autonomia le vulnerabilità nei sistemi informatici di banche, reti elettriche, pubbliche amministrazioni. Non solo di segnalarle, di sfruttarle, generando in automatico le prove necessarie a condurre un attacco.

Il panico si era diffuso con la velocità di un contagio. I titoli delle società di cybersicurezza erano crollati in borsa. Anthropic aveva avvertito in via riservata i più alti funzionari del governo che Mythos rendeva «molto più probabili attacchi informatici su larga scala nel 2026». Il segretario al Tesoro Scott Bessent e il presidente della Federal Reserve avevano convocato le principali banche americane per discutere dei rischi. La Bank of England aveva parlato di scenari «finora sconosciuti». In Canada, il ministro delle Finanze aveva paragonato la minaccia a uno shock sistemico.

Nel frattempo, per un paradosso tutto americano, il Pentagono, che aveva incluso Anthropic nella lista delle aziende considerate una minaccia per la sicurezza nazionale, stava silenziosamente usando Mythos per difendere le proprie reti governative. Perché il problema era troppo urgente per permettersi il lusso di rifiutare lo strumento migliore, anche se prodotto da un'azienda classificata come ostile.

Un ordine esecutivo figlio della paura

L'ordine esecutivo firmato a giugno è il figlio diretto di quella paura. Chiede alle aziende di sottoporre volontariamente i loro modelli più avanzati a una revisione governativa almeno trenta giorni prima della messa online, affinché le agenzie incaricate possano verificare che non sussistano rischi per la sicurezza nazionale. Prevede anche l'istituzione di un «Centro coordinamento per la sicurezza informatica» in materia di AI. Tutto, però, su base volontaria. Il documento si affretta a precisare che nulla di quanto in esso contenuto debba essere interpretato come l'introduzione di una forma di «autorizzazione governativa» o di «licenza».

La bozza originale prevedeva novanta giorni di preavviso. Le lobby del settore, guidate dallo spirito del potente David Sacks, investitore, ex «czar dell'AI» della Casa Bianca, sostenitore intransigente della deregolamentazione, avevano spinto per ridurli a quattordici. Il testo finale ha trovato la sua via di mezzo: trenta giorni, su base volontaria. Una mediazione al ribasso che dice molto sulla geografia del potere nella Washington di Trump.

All'interno dell'amministrazione, la partita si era giocata tra tre fazioni. C'era quella di Sacks, che sosteneva che qualsiasi regola avrebbe rallentato l'innovazione americana favorendo i competitori cinesi. Quella del segretario alla Difesa Pete Hegseth, che chiedeva invece un approccio più rigido, dettato dalle preoccupazioni militari. E quella di Susie Wiles, la capa di gabinetto, e di Bessent, che avevano prevalso con una linea blanda e collaborativa. Il risultato è un testo che non soddisfa nessuno del tutto, ma che esiste, e questo, per una Casa Bianca che aveva sempre predicato la deregolamentazione totale, è già una notizia.

Trump e un esempio del suo uso massiccio dell'IA sui social

Lo specchio cinese

C'è però qualcosa di inquietante, nell'ordine esecutivo di Trump, che va oltre la questione tecnica della sicurezza informatica. È la logica che lo sostiene. Quella che dice: lo Stato deve vedere prima, deve poter controllare, deve avere una finestra privilegiata sulle macchine più intelligenti prima che il mondo le incontri. È una logica che, trent'anni fa, avremmo associato immediatamente a Pechino.

La Cina, infatti, ha costruito negli ultimi anni uno dei sistemi di regolamentazione dell'intelligenza artificiale più pervasivi del mondo, non per tutelare i cittadini dai rischi dell'algoritmo, ma per garantire che l'algoritmo non minacci il Partito. Dal 2023, le «Misure per la gestione dei servizi di intelligenza artificiale generativa» impongono ai fornitori cinesi di IA di sottoporre i propri modelli a una revisione governativa prima del lancio: i contenuti prodotti devono riflettere i «valori fondamentali del socialismo», non possono mettere in discussione la sovranità statale, non possono destabilizzare l'ordine sociale. La Cyberspace Administration of China, il braccio regolatorio del regime digitale di Xi Jinping, ha il potere di bloccare, modificare, silenziare qualsiasi sistema di AI che non superi questo esame preventivo.

Non si sta dicendo che Trump abbia copiato Xi Jinping — le motivazioni dichiarate sono diverse, e il modello americano rimane formalmente volontario. Ma la struttura del ragionamento è la stessa: il potere politico pretende di vedere dentro la macchina prima che la macchina parli. In entrambi i casi, lo Stato si riserva il diritto di essere il primo spettatore — e il primo censore, sia pur con nomi e giustificazioni diverse.

È un parallelismo che avrebbe fatto sorridere amaramente Sacks, che aveva sempre usato la minaccia cinese come argomento contro la regolamentazione. Ora quella stessa minaccia ha prodotto un ordine esecutivo che replica, nel metodo se non nei contenuti, esattamente ciò che Pechino fa da anni.

Controllo o tutela?

Resta aperta la domanda più grande: questo ordine esecutivo è un atto di tutela della sicurezza pubblica o il primo passo verso un controllo statale sull'intelligenza artificiale che potrebbe, nel tempo, diventare qualcosa di ben più invasivo? La risposta dipende, come sempre, da chi sarà al potere nei prossimi anni e da quale uso farà degli strumenti che oggi si costruisce.

Quello che è certo è che la tecnologia ha accelerato la storia più in fretta di quanto i sistemi politici sappiano reggere. Mythos esiste. Le sue capacità sono reali. La vulnerabilità che ha identificato in un sistema operativo usato da milioni di computer nel mondo, una falla vecchia di diciassette anni, rimasta nascosta fino a quando una macchina non l'ha trovata in pochi secondi, è stata reale. E nessuna ideologia, né quella libertaria di Sacks né quella autoritaria di Xi Jinping, può permettersi di fare finta di nulla.

Nell'era di Mythos, persino il presidente più avverso alle regole del mondo ha capito che qualcosa deve cambiare. La domanda che rimane è se cambierà abbastanza, e nella direzione giusta. Per ora, l'ordine esecutivo dice soltanto che lo Stato vuole guardare. Non dice ancora cosa farà con quello che vede.