C'è una memoria pubblica alla quale è destinata la giornata del 10 febbraio, ma c'è una memoria privata che può nutrirla di testimonianze; almeno finché vivrà qualcuno di coloro che hanno vissuto l'esodo, il dramma che l'ha accompagnato, la tragedia che lo ha preceduto. Sono nato a Pola nel 1940; nel momento in cui dovemmo lasciare l'Istria ero un bambino. Mio padre era di Dignano, mia madre di Lussinpiccolo; abitavamo allora a Parenzo (foto). Nomi di città e paesi che evocano, ciascuno, vicende di sofferenza e insieme bellezze naturali e artistiche straordinarie, una civiltà di costumi. Perdemmo tutti i beni materiali, non quelli morali. I miei genitori ebbero parenti e amici tormentati, detenuti, uccisi. Non per azioni di guerra ma per delitti consumati in odio all'italianità, con lo scopo purtroppo raggiunto di costringere all'esilio e di impadronirsi di quelle terre. Le mire di Tito riguardavano in realtà anche Trieste, che fu salva ma patì per quaranta giorni l'occupazione dei suoi sgherri. Ecco che inevitabilmente i ricordi personali si intrecciano alle vicende storiche. Dei crimini titini si stanno attualmente occupando membri della ex Jugoslavia, come la Slovenia, sul cui territorio il dittatore commise altri eccidi di tremenda ferocia. Serve rammentarlo di fronte a qualche ostinazione negazionista. Ma tutto giova, riscoprendo ogni verità, a rafforzare il cammino di pacificazione, lungo e faticoso; non esente tuttora da ombre, come quelle che mortificano e danneggiano le comunità italiane in Istria, per esempio nell'ambito delle scuole di lingua italiana.

Dunque venimmo via e trovammo riparo prima a Trieste, poi vagando tra diversi paesi, Polcenigo, Aviano, San Giovanni, Grado, infine Agordo, nelle Dolomiti, dove mio padre poté riprendere la professione. Giocavamo con altri bambini profughi, di famiglie senza più il padre. Molti, meno fortunati di noi, meno giovani, stettero a lungo, per decenni perfino, in uno squallido campo profughi. Mantenemmo il dialetto, lingua del cuore; fummo noi bambini sempre esortati a fare il nostro dovere. Il dolore della diaspora era acuto nei miei familiari, che non ne parlavano molto e mai ci spinsero a concepire pensieri di rancore o di odio. Ci esortarono a capire e compatire tutti i senzatetto, profughi, migranti. Guardavano al futuro con una sorta di orgoglio per la propria origine, con volontà di ricostruire. Tuttavia mia madre, nel momento di spegnersi, sussurrò «perché devo morir cussì lontan».


La mia generazione è così cresciuta in tempo di pace, ma non deve dimenticare: ricordo i nonni, gli altri vecchi della famiglia mentre scendevano in un gelido crepuscolo invernale da una corriera che li portava alla dimora dell'esilio; disorientati, confusi, tenendo in una valigia le tracce di una vita. Come cenere che vola, aveva scritto il poeta gradese Biagio Marin della mia gente. Ma non perdettero la dignità, né mai manifestarono per chiedere vendette. Si riferirono spesso a Dante come a colui che aveva conosciuto l'esilio. Nelle riunioni cantavano il Va' pensiero. Qualcuno cadde in un tranello, dando retta ai neofascisti che sfruttarono il loro disorientamento esaltando la nazione; ma seppe ricredersi. Alcuni dovettero replicare, ancora succede, a chi pretendeva di giustificare le foibe con i crimini fascisti e la politica di snazionalizzazione con cui il fascismo perseguitò le popolazioni slave dell'Istria. Ma nessuno ora pensa che i delitti degli uni giustifichino quelli degli altri, in una catena che si perderebbe nei recessi più remoti della storia. A ciascuno il suo, in spirito di lealtà e di pace, il bene con tanto tormento conquistato. E la memoria aiuti a preservarlo. Anni fa, invitato a inaugurare un ponte intitolato agli esuli, sentii una donna bisbigliare che non era il caso di nominare le foibe: ecco perché occorre la giornata del ricordo.