In questi giorni l’Italia è sotto un’ondata di caldo che sta facendo scattare i bollini arancioni e rossi in numerose città, ma il fenomeno non si ferma ai confini nazionali: la Francia ha già infranto una ventina di record di temperatura da quando vengono raccolti i dati meteorologici, con 49 dipartimenti su 96 in allerta rossa e un bilancio che parla di vittime per annegamento e due bambini morti in un’auto surriscaldata. L’ondata ha colpito soprattutto la Francia occidentale, dove si sono registrati valori superiori a quelli osservati in molte regioni subtropicali, mentre il caldo estremo coinvolge anche Spagna, Portogallo e Regno Unito.

Per capire cosa sta succedendo all’atmosfera sopra l’Europa e il Mediterraneo, e se dobbiamo aspettarci che episodi come questo diventino la nuova normalità, abbiamo intervistato Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), tra i massimi esperti italiani di cambiamento climatico, e autore di La sfida climatica, la sua ultima pubblicazione.

L'ultimo libro di Antonello Pasini

Possiamo dire che questi episodi sono causati dal cambiamento climatico oppure è più corretto parlare di fenomeni resi più probabili o più intensi dal cambiamento climatico?

«Gli anticicloni africani sul nostro territorio, quindi nel Mediterraneo, sono quella che noi chiamiamo "fingerprint" del cambiamento climatico, cioè l'impronta digitale. Nel Mediterraneo, che si riscalda circa il doppio della media globale, non c'è stato soltanto un aumento di temperatura media e di eventi estremi, ma proprio un cambiamento di circolazione dell'atmosfera.

Fino a trent'anni fa le nostre estati erano dominate dal cosiddetto anticiclone delle Azzorre, un cuscinetto di aria stabile che veniva dall'Atlantico e si protendeva almeno fino a Ferragosto sull'Italia, proteggendoci dalle perturbazioni del nord Europa ma anche dal caldo feroce africano. Oggi il riscaldamento globale di origine antropica ha fatto espandere verso nord la circolazione equatoriale e tropicale. Cosa succede allora? Che invece dell'anticiclone delle Azzorre, arriva aria direttamente dall'Africa: più caldo e più siccità, perché questo caldo fa evaporare la poca acqua che c'è nei terreni e nelle piante.

C'è però anche un altro lato della medaglia. Quando l'anticiclone africano si sposta — perché prima o poi si sposta, non hanno la forza di rimanere sempre su di noi questi anticicloni, sennò moriremmo arrostiti — entrano correnti più fresche dall'Atlantico o più fredde da nord, e fanno un contrasto termico molto forte con l'aria calda e il mar Mediterraneo molto caldo che c'era prima. E allora arrivano le piogge violente che possono creare i disastri a cui tutti siamo abituati.

Il mare surriscaldato, infatti, è un fattore negativo su due fronti: da un lato evapora di più, e queste molecole di vapore acqueo sono i mattoni su cui si costruiscono le nubi, quindi più materiale per la pioggia. Dall'altro canto il mare caldo rilascia calore all'atmosfera, e l'atmosfera segue le leggi della termodinamica: non può tenere incamerato a lungo questo surplus di energia, e lo deve scaricare con piogge violente e venti forti».

Qual è il meccanismo fisico dell'anticiclone? Cosa succede esattamente nell'atmosfera quando si forma, come quello che stiamo vivendo?

«L'anticiclone è sostanzialmente una zona di alta pressione, in cui sono favoriti i movimenti dall'alto verso il basso. Questi movimenti fanno scomparire le nubi, perché l'acqua che c'è nelle nubi, scendendo, si riscalda e vaporizza, diventa vapore acqueo. Questa cupola di alta pressione spinge tutto verso il basso e riscalda ancora di più l'aria. Quando invece abbiamo i moti dal basso verso l'alto, il vapore acqueo che sale diventa più freddo, condensa, forma l'acqua liquida e le nubi. Quindi una zona di anticiclone è una zona sostanzialmente senza nubi, con cielo sereno e soleggiamento molto importante».

Mi parlava del Mediterraneo che si scalda molto più rapidamente rispetto alla media globale. Perché si riscalda così velocemente? È perché è un mare chiuso?

«Questo è dovuto sostanzialmente al cambiamento di circolazione, cioè al fatto che arriva aria calda dall'Africa. Il Mediterraneo di per sé è anche un mare non estremamente profondo: alcune zone, per esempio l'Adriatico, sono molto poco profonde e in estate si riscaldano moltissimo, quasi come un lago. È un bacino chiuso, più salino di altri, ed evapora un po' di più alle stesse latitudini».

Quanto di questo caldo è normale, visto che siamo in estate, e quanto invece è segno del riscaldamento globale?

«Se parli con le persone della mia età — io ho 66 anni — ci ricordiamo benissimo il colonnello Bernacca, il primo colonnello dell'Aeronautica del Servizio Meteorologico che faceva le previsioni in TV. Mi ricordo chiaramente che in una giornata calda diceva: "Attenzione, domani si potranno superare i 30-32°". Adesso l'allarme arriva quando superiamo i 36-38°. Le statistiche climatologiche italiane confermano questa memoria: dall'epoca preindustriale a oggi la temperatura media globale è aumentata di un grado e mezzo, in Italia di 3 gradi. E gli eventi estremi aumentano ancora di più, perché con il riscaldamento globale non aumenta solo la media, ma anche la variabilità della temperatura. Basta guardare i dati climatologici: la memoria è fallace, i dati sono dati».

Possiamo dire che ormai il fenomeno delle estati calde non sia più isolato, ma che stiamo entrando in una nuova normalità climatica?

«Sì, ma tutto dipende da quanto continuerà questo trend. Il nostro obiettivo è fermarlo, non tornare indietro con la temperatura, perché il clima ha un'inerzia per cui non riesce a tornare indietro. Il grado e mezzo rispetto all'epoca preindustriale ce lo siamo già giocato: sarei contento se riuscissimo a restare sotto i 2 gradi. Per adesso siamo stati fortunati, perché il riscaldamento è aumentato abbastanza gradualmente, ma nel sistema complesso del clima si possono innescare fenomeni che portano le temperature a salire rapidamente, nel giro di pochi decenni, verso 5-6 gradi in più — e a quel punto qualsiasi cosa facciamo sulle combustioni fossili, la temperatura non la ripigliamo più».

Tourist in drinking water at ponte vecchio - florence
Tourist in drinking water at ponte vecchio - florence
estati come questa potrebbero essere un giorno considerate fresche (iStock)

Esiste uno scenario in cui estati come queste verranno considerate fresche?

«Sì, purtroppo. Non parlo dello scenario peggiore, il business as usual, che non credo si realizzerà anche per motivi di costi: ormai anche per la sicurezza energetica basarsi su gas e petrolio è assolutamente insicuro. Ma il rischio di arrivare a 3° di aumento c'è tutto: è la tendenza attuale a fine secolo, e sarebbe poco gestibile. Significherebbe una perdita del 70% dei ghiacciai alpini, un innalzamento del livello del mare molto forte, ed eventi estremi sempre più estremi: siccità con danni all'agricoltura, ma anche piogge violente che minacciano la stabilità dei versanti appenninici e delle nostre città, capannoni industriali, trombe d'aria, tornado».

Si parla spessissimo delle temperature massime diurne, ma le temperature minime notturne sono altrettanto importanti per la salute.

«Stiamo andando sempre più verso un aumento delle cosiddette notti tropicali, le notti in cui la minima non scende sotto i 20°. Sono pericolose perché il corpo non riposa: ha bisogno di un periodo di tempo per "rifiatare", cioè regolare nuovamente il proprio meccanismo di termoregolazione. Più fa caldo e umido, più facciamo fatica a sudare — e il nostro corpo si raffredda proprio con la sudorazione, perché le goccioline di sudore evaporando rilasciano calore latente e raffrescano la pelle. Il problema è che i bambini, ma soprattutto gli anziani e chi soffre di malattie croniche, hanno un sistema termoregolatorio che non funziona molto bene: in condizioni di alta temperatura e grande umidità possono arrivare alla soglia di tolleranza fisiologica, e questo può portare fino alla morte. Dobbiamo fare in modo che possano rifiatare in zone fresche: rifugi climatici naturali, come parchi, ma anche artificiali, come centri con aria condizionata».

Come dovremmo gestire le nostre case tra finestre, ventilatori e condizionatori, visto che non si può stare con l'aria condizionata accesa H24, sia per la bolletta che per il clima?

«L'aria condizionata non va completamente demonizzata: per persone anziane, asmatiche o cardiopatiche può essere un vero salvavita. L'importante è regolarla in modo che la temperatura interna non sia molto più bassa di quella esterna, perché anche questi shock termici il corpo li soffre molto. Dall'altro lato, bisogna riuscire a raffrescare la casa anche in altra maniera: bere molto, ventilazione, correnti. E quando bisogna uscire e andare in un rifugio climatico, bisogna farlo, se la propria casa non consente di rimanere in salute, bisogna attrezzarsi in questa maniera, come già fanno alcune grandi città italiane».

Che cosa possiamo aspettarci per il resto dell'estate?

«I nostri modelli di previsioni stagionali mostrano un'estate sicuramente più calda del normale, ma si intravede anche della nuvolosità e possibilità di precipitazioni abbastanza violente, soprattutto nella seconda parte dell'estate: nel momento in cui l'anticiclone se ne va, c'è subito la possibilità di eventi violenti. Dobbiamo aspettarci parecchie ondate di calore persistenti, come quella che stiamo vivendo, intramezzate da irruzioni di aria più fresca o più fredda e quindi da precipitazioni violente. Dovremmo abituarci a questo "pungiball climatico": siamo presi a pugni una volta da sud — come quel palloncino che torna indietro dopo il pugno — e quando se ne va l'anticiclone, ci arriva un pugno da nord».