PHOTO
Una immagine di Dario Fo.
A 100 anni dalla nascita di Dario Fo (venne al mondo il 24 marzo 1926 a Sangiano, nel Varesotto), Premio Nobel per la Letteratura nel 1997, quasi un trentennio fa, il suo testo Maria alla croce resta «un’opera trappola» da rileggere.
Questa l’espressione scelta da padre Gian Matteo Roggio, docente alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum e direttore del dipartimento alla Pontificia Accademia Mariana Internazionale (Pami), al quale abbiamo chiesto di rileggere con noi questo racconto, che chiude la più nota delle opere teatrali di Fo, Mistero buffo, rivedendo insieme il video della magistrale interpretazione di sua moglie, Franca Rame, alla prima uscita nel 1969. Si tratta di una rappresentazione che dà voce all’immagine della Vergine sul Golgota, di cui racconta il Vangelo di Giovanni, «restando aperta a diverse interpretazioni».
Di certo, affiora l’accento sull’umanità della Madre di Cristo, ma va oltre la dimensione spirituale, con elementi di rottura propri del femminismo, che pure si combinano con la tecnica espressiva nel solco della tradizione medievale. Resta indiscusso, anche in questo caso, lo spessore culturale tipico dei testi del “giullare” riconosciuto tra i più grandi scrittori contemporanei.
Nato a Sangiano, un paesino affacciato sul Lago Maggiore, l’adolescente che diventerà drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, illustratore, pittore, arriva a Milano nel 1940 per studiare all’Accademia di Brera. E qui, nella capitale lombarda, morirà il 13 ottobre 2016. Sempre quest’anno, dunque, si ricorderanno i dieci anni dalla morte. Il padre Felice, socialista, è capostazione, ma anche attore in una compagnia amatoriale. La madre Pina Rota è autrice di un libro autobiografico sul mondo rurale in cui è cresciuta dal titolo Il paese delle rane (edito da Einaudi). Entrambi partecipano alla Resistenza: il padre, responsabile del Comitato di liberazione della zona, organizza il passaggio clandestino in Svizzera dei ricercati ebrei; la madre si occupa della cura dei partigiani feriti. Dario, richiamato sotto le armi nella Repubblica di Salò, riesce a fuggire e trascorre gli ultimi mesi prima della Liberazione dai nazifascisti nascosto in un sottotetto.
Da tutto questo humus di realtà contadina e suggestioni culturali prende le mosse la poliedrica opera Mistero buffo per cui conquista nel 1997 il Nobel con la seguente motivazione: «Seguendo la tradizione dei giullari medievali, ha saputo fustigare il potere restituendo dignità agli umiliati e oppressi».
Ed è proprio sul valore della “denuncia” che si sofferma padre Roggio. Certamente nella Vergine descritta da Dario Fo e messa in scena da Franca Rame c’è un certo valore sociale che il femminismo esprimeva in quegli anni e sembra delinearsi una figura femminile campionessa di ribellione e di ateismo, ma spiega il mariologo: «Non è tutto lì. Nella maestria colta della costruzione narrativa e nell’efficacia di un dialetto reinterpretato, c’è altro. Si trova chiara espressione del cuore del messaggio di fede cristiano: Maria non è affatto spogliata della dimensione di fede, ma, piuttosto, “obbedisce”, ossia accetta la logica della Salvezza del Figlio».
Inoltre, è interessante soffermarsi sul dialogo pensato dallo scrittore tra Maria e Gesù. Nel testo di Fo, la Madre, certamente in modo inatteso, tenta di salvare Cristo dalla Croce: «Vengo su, a tirarti giù da queste travi, cavarti fuori i chiodi piano, piano». Ma suo Figlio stesso la richiama alla verità di fede da compiere: «Devo consumare il fato». È qui che Maria obbedisce, abbandona i suoi propositi, segue Gesù. E a questo proposito padre Roggio ci richiama a un concetto fondamentale: «Il fedele non è altro che colui che, come la Madre di Dio, al di là dell’espressione del suo dolore, fa quel che Gesù chiede di fare. E questo è ciò che emerge dalle parole di Fo».
Nel racconto di Dario, il Mistero della Salvezza viene affidato, con una licenza poetica, alle parole dell’arcangelo Gabriele, che non compare nel racconto biblico della Crocifissione. «Il punto», sottolinea il mariologo, «è che in ogni caso l’arcangelo spiega cose molto vere, annunciando che “attraverso Cristo sarà riaperta la porta del Cielo”, come si legge nel testo». Si delinea pertanto, tra espressioni fantasiose, un messaggio fortemente aderente alla figura della Madre di Cristo: nella Vergine Maria inizia la storia della Salvezza del Nuovo Testamento e in Lei siamo trasportati anche alla fine della storia, poiché è in grado di testimoniare ciò che l’angelo le ha promesso: che il Regno di suo Figlio non avrà mai fine.
Guardando ancora al racconto, si parla di «schifosa terra», evidentemente segnata dalle miserie umane, e di una dimensione in cui si «torna ad allargare e non ci saranno né pianti, né guerre, né prigioni, né uomini impiccati, né donne violate, né fame, né carestia, nessuno che suda a stancarsi le braccia, né bambini senza sorrisi».
Parte del testo appartiene al vissuto e alla narrativa di Dario Fo e della sua compagna di vita Franca Rame, e a quegli anni Settanta carichi di prese di posizione fortemente ideologiche. Ma anche in questo caso, padre Roggio avverte che si deve partire da una considerazione di fondo: «Innanzitutto, in tema di femminile è importante cogliere la denuncia che il Vangelo stesso ci insegna: ai tempi di Gesù per i condannati alla crocifissione non poteva esserci il conforto della presenza di una donna e, dunque, è Maria che per prima infrange la legge, che impone la sua presenza d’amore e di condivisione contro le norme scritte e non scritte che volevano condannare alla morte da soli».
Diventa evidente la “trappola”: il rischio di fermarsi solo ad alcuni aspetti del testo di Dario Fo dedicato a Maria e quello di perdere di vista che Maria, Madre di Dio, è davvero una “ribelle”, perché segue la meravigliosa logica d’amore di Dio alla sequela del Figlio.
Nel dialogo di Maria con gli angeli, che non ci aspetteremmo, sono precisi e corretti i riferimenti alla dimensione trascendente e al Paradiso.
È interessante anche il richiamo alla tradizione: il pianto di Maria non è un’invenzione, ma ci riporta ai vari Planctus Mariae del Medioevo, di cui lo Stabat Mater attribuito a Jacopone da Todi, poi musicato in versione barocca da Pergolesi e da Vivaldi e in versione romantica da Rossini, è solo il più noto. Ma la cosa più significativa è che anche nel testo di Fo si sprigiona, secondo padre Roggio, lo stesso valore catechetico.
I riferimenti al testo da commentare sarebbero tanti e si prestano a varie interpretazioni. A fronte del nucleo di senso, in Maria alla croce indubbiamente ci sono alcune espressioni forti attribuite alla Vergine che colpiscono e che avvertiamo lontane dalla sua sensibilità. Citiamo l’asprezza di denunciare «questi assassini, macellai, maledetti, porci rognosi». Ma anche in questo caso va fatta una riflessione, raccomanda padre Roggio. L’espressione si riferisce ai soldati che contribuiscono all’uccisione di Gesù «con la tracotanza di dirsi estranei in quanto meri esecutori». Affermano: «Non ci posso fare niente». Così come, ricorda padre Roggio, «tanti nazisti hanno provato a spiegare di non essere responsabili delle terribili azioni nei lager contro gli ebrei, anche se, esattamente come il soldato di Fo, sono stati complici di piccoli e grandi gesti di corruzione che rendono possibile il male». Al di là delle espressioni, dunque, resta valida la denuncia, sottolinea il mariologo.
C’è poi un altro significato da mettere in luce. Nel testo considerato, la parola è presa da una donna e il suo grido è il grido di dolore di una Madre che non accetta il dolore del Figlio che dice: «Fa’ che si soffochino insieme». È anche un urlo di ribellione al dominio del patriarcato che certamente appartiene al vissuto e alla narrativa di Dario Fo e della sua compagna di vita Franca Rame, e a quegli anni Settanta carichi di prese di posizione fortemente ideologiche.
In una indimenticabile intervista a Famiglia Cristiana del 2014 alla domanda: perché un ateo dichiarato come lui continuasse a tornare spesso e volentieri sui temi del sacro, Fo rispose: «Sono ateo, ma lascio aperto il dubbio. L’idea di un amore realizzato in dettagli incredibili, come ad esempio gli insetti che cercano il fiore, il quale si è “truccato” per attirarli, poi si uniscono e corrono via pieni di humus… È qualcosa di stupendo, paradossale e inspiegabile. E non può spiegarlo nemmeno la scienza, di cui peraltro sono fanatico. Sono appassionato dalla cultura popolare e dai grandi poeti, che oggi non vengono mai ricordati… questo mi ha portato a rispettare molto la fede della gente e soprattutto la sua spregiudicatezza».
È facile dedurre che in questo irresistibile richiamo d’amore cui accennò Fo stesso sia stato determinante anche l’amore di Maria e la sua scelta di dedicare un tempo alla Madre di Dio disposta, sempre per quell’amore, a vivere un dolore immenso per un bene molto più grande.






