«Il carisma francescano rimane vivo a condizione, sembra strano dirlo, di non usare il buon senso». Padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e superiore del convento di Sant’Antonio da Padova a Tiro, spiega che «padre Francesco Ielpo ci ha ricordato che il buon senso dice che il Custode debba stare a Gerusalemme e che dal Libano possiamo contattarlo ogni momento, ma a distanza. Lui, invece, è venuto a Beirut e la sua presenza ci ha dato più sollievo che sentirlo al telefono. Il buon senso dice come ci ha raccomandato il nunzio, di rimanere a Beirut, ma stamattina fra Pierre è partito con una macchina piena di viveri per cercare di raggiungere il convento di Tiro per portare aiuti agli sfollati. Siamo pazzi, secondo le categorie umane, ma siamo pazzi perché cerchiamo di essere buoni francescani. Nel convento ci sono donne anziane, bambini, abbiamo gente nostra e non nostra che è entrata nel convento e cosa dovevamo fare? Ricacciarla in strada sotto la pioggia, il freddo, le intemperie? Per loro noi dobbiamo essere presenti perché una carezza, in queste situazioni, è ancora più importante dei beni materiali. La nostra è una presenza spirituale e morale che dà forza alla gente che ha perso tutto e non sa se e quando potrà tornare a casa sua. Sempre che una casa ancora ci sia. Padre Pierre è partito per andare da loro, perché è un frate che sa amare. Noi preghiamo per la sua incolumità e che torni sano e salvo».

Padre Toufic è appena rientrato dal Sud del Libano, con il Nunzio, a Beirut. «Speravamo che la nostra presenza evitasse che facessero saltare il ponte sul fiume Litani, ma lo hanno abbattuto lo stesso. Per rientrare a Beirut abbiamo dovuto fare la vecchia strada, quella marittima, lunghissima e piena di insidie. Il Nunzio ci ha chiesto di tornare con lui e abbiamo lasciato la nostra gente. Ma non l’abbiamo lasciata da sola. In chiesa c’è il Santissimo esposto. Contiamo su di Lui per proteggere tutti».

Della visita di padre Ielpo, il Custode di Terra Santa, racconta che «le parole che ci ha rivolto – “Ringrazio il Signore che ho dei frati qui” – ci ha dato molto sollievo, non ci mancava altro che sentire questo incoraggiamento. Sentire che non siamo soli, che il Custode è con noi, che la comunità cristiana è con noi, che il Papa è con noi ci rincuora anche in questi momenti bui»

Seguendo il Nunzio, monsignor Pasolo Borgia, nella sua visita nel Sud del Libano, «l’ho sentito ripetere che sperare non è soltanto una virtù, ma un dovere per i cristiani. E poi ha fatto tanti gesti di pace e fratellanza. Insieme abbiamo visto la situazione. Come è già accaduto due anni fa, quando avevamo accolto delle famiglie non cristiane, abbiamo ripetuto che la pioggia non fa differenza di religione. Questi sono i giorni di fine Ramadan e per la festa di Eid al Fitr, che chiude il periodo di digiuno, ci si scambia dei regali. Il Nunzio ha detto loro che, insieme con il poco che portava, dava loro anche un po’ del suo cuore e il saluto del Papa. Questo ha dato loro molta gioia. Anche quando è andato a far visita alla moschea dei sunniti e a quella degli sciiti ha ripetuto il saluto di papa Leone ed è stato accolto con lacrime di gioia per questa vicinanza del Santo Padre. La vicinanza del Papa, attraverso la presenza del Nunzio, è stata un grandissimo messaggio. Significa non essere soli. A tutti ha continuato a dire di non stancarsi nel pregare per la pace».

«“Il nostro dovere o quello che possiamo fare e nessuno ci impedisce di farlo”, ha ripetuto a tutti, “è certamente pregare e quando preghiamo tutti insieme ognuno nel suo modo saremo un corpo di preghiera. Non stancatevi di insistere a pregare e certamente il cuore del Signore che è così amabile ascolterà meglio anche le nostre preghiere”. In tanti ci hanno detto che questo lato spirituale della Chiesa, oltre che l’aiuto sociale, è di fondamentale importanza. Quando passo tra gli sfollati, la gente vuole baciarmi la mano, ringraziano, mandano benedizioni per la nostra accoglienza. I mufti hanno dato al Nunzio un messaggio da portare a papa Leone. Un ringraziamento, ma anche la loro volontà di fare di tutto per riportare la pace. “Non siamo amanti della guerra e vogliamo che smetta questo massacro”, hanno ribadito. Lo vogliamo tutti: che cessi questo fiume di sangue».

Lo ripete più volte: «Noi eravamo considerati la Svizzera del Medio Oriente. Siamo abituati a convivere tra religioni differenti. Non vogliamo odiare e non vogliamo che altri seminino odio nella nostra società. Vogliamo che cessi questa demolizione sistematica, questa guerra che costringe famiglie inermi a vivere in condizioni miserevoli. Il sogno dei nostri giovani, oggi, è quello di avere un passaporto e un viglietto per lasciare il Paese. Ma perché dobbiamo vivere in questo modo? Noi siamo gente che ama la vita, perché dobbiamo vedere una signora anziana in sedia a rotelle che piange perché non sa dove sono i suoi figli, un giovane che cede il suo materasso a chi ne ha più bisogno e si accontenta di dormire su un cartone? È tanto chiedere di vivere e di vivere con dignità?».

Prima che ricominciasse la guerra padre Touric era riuscito a venire in Italia. «Sono andato ad Assisi per l’ostensione delle reliquie di san Francesco. MI sono messo in fila con gli altri pellegrini e quando sono arrivato davanti alla teca ho detto che venivo dal Libano e se potevo fermarmi cinque minuti in più. Mi hanno detto di sì. Allora ho spiegato a San Francesco la nostra situazione. E mentre ero in preghiera mi si è avvicinata una vecchietta che mi ha detto che aveva letto un mio articolo e mi aveva riconosciuto. Voleva darmi un’offerta. L’ho ringraziata con tutto il cuore dicendole che non abbiamo aperto sottoscrizioni. E però quella signora, che appena sa usare il telefono, oggi ci chiama per dire: “Noi vi siamo vicini e vi ringraziamo perché ci aiutate a fare del bene”. Ecco, questa è una carezza che ci lascia senza parole e ci fa sentire davvero amati».

La testimonianza di fra Elias Marswanian, francescano libanese di Beirut, che sta per tornare nel suo Paese, nella valle della Beqaa. "Pregate per noi. Il dialogo è sempre possibile"