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Il Monitor analizza i dati italiani incrociando moltissime informazione, restituendo una panoramica provincia per provincia
Intesa San Paolo ha presentato questa mattina nella sede di Piazza Belgioso a Milano il “Monitor per la Geografia delle Fragilità e delle Disuguaglianze”, nato grazie alla collaborazione con AICCON Research Center, SRM e il research Department della banca stessa. L’idea dietro a questo studio è di dimostrare come le fragilità non dipendono solamente dal reddito, ma sono influenzate da una serie di fattori: economici, demografici, occupazionali e sociali. Per restituire una panoramica generale completa, il Monitor incrocia 150 indicatori provincia per provincia, anziché limitarsi alle solite medie regionali o nazionali.
A spiegare il senso dell’operazione è Paolo Bonassi, Chief Social Impact Officer Intesa Sanpaolo, «Il Monitor conferma quanto le disuguaglianze siano fenomeni complessi e non lineari, capaci di manifestarsi in modo diverso da territorio a territorio. In questa prospettiva, Intesa Sanpaolo, con la sua capacità di coniugare la dimensione economica e sociale, vuole svolgere un ruolo abilitante nella costruzione di risposte mirate ai bisogni reali delle comunità e delle persone. Le analisi del Monitor saranno utili a orientare l’azione della Banca. Con una vocazione evolutiva e aperta, Intesa Sanpaolo lo mette a disposizione di istituzioni, imprese e attori sociali del Terzo settore per contribuire a creare valore sociale e favorire un impatto sempre più significativo».
Durante la presentazione del Monitor, una domanda è sorta chi era in sala, «perché lo fa una banca?». La risposta la fornisce AICCON stessa: il gap di risorse pubbliche per il sociale in Europa è di 190 miliardi l'anno, servono capitali privati — e la banca ha prossimità territoriale, capacità di investimento e relazioni che nessun altro soggetto ha allo stesso modo.
Ma è la fotografia dei dati che il Monitor restituisce che dovrebbe invitare ad una riflessione e dovrebbe allarmarci: come quello sulla povertà assoluta, passata in 10 anni dal 6,2% al 8,4%, con un forte amento nel settentrione. Meglio sul versante dei NEET (i giovani che non studiano e non lavorano), scesi al 13%, dopo che dieci anni fa la percentuale era del doppio. Un miglioramento c’è stato ma nonostante il risultato l’Italia occupa ancora le ultime posizioni della classifica Europea. Inseguiamo anche per quanto riguarda l’occupazione femminile, al 61% nel nostro paese contro il 73% della media europea.


Il Monitor lavora incrociando una miriade di dati. Ad esempio sono state individuate quelle province che hanno una buona offerta di lavoro ma una speranza di vita più bassa della media italiana. Verificando le cause, emerge che il problema non sta nell’assistenza, ma nella prevenzione: in questi territori infatti si registrano più morti evitabili, per l’assenza di screening adeguati. Il motivo è legato alla bassa densità abitativa, per cui il sistema sanitario fa decisamente più fatica a essere capillare. La conclusione è semplice, ma per nulla scontata: non esiste una ricetta unica per tutti i territori, e le stesse risorse possono produrre risultati molto diversi a seconda di come questi sono organizzati.
È un cambio di visione che Paolo Venturi, di AICCON, ha sintetizzato citando l’economista Joseph Stiglitz: «Se usiamo indicatori sbagliati ci sforzeremo di raggiungere risultati altrettanto sbagliati». Il Monitor, in questo senso, non vuole essere una fotografia statica della povertà italiana, ma uno strumento che la banca intende aggiornare nel tempo, mettendolo a disposizione anche di enti locali e terzo settore per orientare scelte e investimenti dove servono davvero.



