“Siamo soliti pensare alla fragilità come sinonimo di debolezza, in realtà ho toccato con mano che i nostri punti di forza sono proprio quei punti di fragilità ai quali abbiamo cercato di dare un nome. Me l’hanno insegnato i miei bambini”. Voce potente e occhi profondi e scuri, Maria Grazia Bacco dirige il Centro accoglienza Minori dell’Associazione La Nostra Famiglia, presente a Ostuni dal 1990. È una donna energica schietta e i “suoi” bambini sono vittime di violenze, abusi sessuali o abbandoni. Per loro viaggia in direzione “ostinata e contraria”, in loro ritrova ogni giorno la sua ragione di vita e di vocazione.

Dottoressa Bacco, chi sono i bambini che accogliete a Ostuni?

«Sono bambini molto piccoli, dai primi giorni di vita fino ai 12, 13 anni. Vengono segnalati dai servizi territoriali, dalle forze dell’ordine, dalle insegnanti, da chi rileva e denuncia situazioni di violenza familiare, grave trascuratezza, abbandono, situazioni tutte che si traducono nella “sindrome da maltrattamento”, per la quale i Tribunali per i Minorenni attivano accertamenti e percorsi di protezione. In trentacinque anni ne abbiamo accolti più di milleduecento. Per ognuno di loro facciamo un inquadramento diagnostico, rileviamo i possibili danni subiti e poi procediamo con gli interventi terapeutici e riabilitativi. In parallelo e in collaborazione con i vari servizi territoriali valutiamo le relazioni familiari e le competenze dei genitori, per studiare il progetto più adatto a rispondere ai bisogni e all’interesse del minore, che è la nostra priorità: ritorno alla famiglia naturale, percorso di “messa alla prova”, progetto di affido o di adozione, trasferimento in comunità familiari o terapeutiche».

Da quali contesti provengono?

«Da contesti sociali deprivati, in cui ricorrono frequentemente povertà economica, culturale, assenza di risorse familiari di supporto, condotte sociali devianti, criminalità, dipendenze e malattia mentale. Va segnalato che i servizi territoriali cercano di attivare interventi di supporto e presa in carico dei sistemi familiari a rischio, ma le risorse sono carenti e non sempre si riesce a prevenire… Spesso si tratta di situazioni che si tramandano di generazione in generazione – noi le classifichiamo come “transgenerazionalità del disagio” -, mentre con gli interventi necessari si potrebbe intervenire e scrivere una nuova “antropologia della convivenza”».

I maltrattamenti sui minori sono in aumento e l’87 per cento dei casi avviene in famiglia: lo dice il Garante per l’Infanzia, ma sembra che nessuno l’ascolti.

«È vero. Purtroppo siamo sempre più orientati ad una gestione privatistica e possessiva delle relazioni. C’è poi anche una paura generalizzata a dover segnalare possibili situazioni di rischio e vulnerabilità dei bambini, per evitare reazioni scomposte e aggressive da parte degli adulti. È un terreno molto delicato, dove bisognerebbe convergere tutti sul mettere al centro il bambino e attivare una rete di supporto, un welfare di comunità. Dovremmo essere capaci di non aspettare che l’altro chieda e di formulare un tessuto sociale in cui la risposta sia legittima, immediata, prima ancora che il bisogno si espliciti. Altrimenti diventa soltanto una pietà rivestita. I miei bambini mi hanno insegnato così: non sono loro che si devono adattare al mondo ma è il mondo che si deve adattare a loro».

Lei è una laica consacrata. Come concilia la sua vocazione con tanto dolore?

«I bambini con storie di abbandono o di abuso sono stati i primi a farmi capire che proprio dalla vulnerabilità nasce una possibilità di porre delle domande e trovare le risposte. Noi pensiamo che chi ha una fragilità, una disabilità, un problema familiare, sia solo una persona che chiede servizi, interventi, assistenza; invece chi è fragile non rappresenta la domanda ma un’offerta di senso, di significato, di speranza. Molte volte i miei bambini, in una sorta di rispecchiamento, mi fanno capire esattamente che se non ci fossero loro con una richiesta di aiuto, a volte silenziosa, io non mi metterei nelle condizioni di cercare risposte autentiche, stimolare solidarietà, attivare la nascita di reti e di percorsi meno faticosi. Quella che inizialmente è una fragilità, può diventare uno stimolo importante per una crescita culturale e sociale e per dare risposte diverse, che diano un senso anche alla propria vita. C’è poi un forte legame tra la consacrazione e l’amore alla vita. Il fondatore del mio Istituto, il beato Luigi Monza, ha suggerito chiaramente che la santità non consiste nel fare cose straordinarie, ma straordinariamente bene quelle ordinarie. Ha indicato una santità feriale, dove la carità verso i suoi prediletti era una via maestra… e io ci sto provando».

La maggioranza dei bambini viene accolta da coppie affidatarie o adottive. Chi sono questi genitori?

«Sono famiglie generative, perché si prendono cura e creano le condizioni affinché ogni bambino possa avere una seconda possibilità di vita buona, nonostante il trauma. In quarant’anni quasi mille bambini sono stati accolti in affido o adozione, duecento di loro presentavano quadri severi di deficit causati dall’esperienza di provenienza. Per me è stato un vero e proprio cataclisma, per alcuni aspetti un miracolo, vedere famiglie che sceglievano di accogliere un bambino con disabilità o accettavano una diagnosi a rischio, senza sapere l’evoluzione di quel rischio. I veri maestri per me sono questi genitori, che accolgono a scatola chiusa una piccola vita, pur sapendo che ci saranno delle difficoltà. Dal maltrattamento sono venuti fuori delle donne e degli uomini bellissimi, grazie a queste famiglie e quella che umanamente poteva essere una tragedia, per loro è stato un grande gesto d’amore. Ma la più grande testimonianza di generatività di questi genitori è che mi dicono che, se tornassero indietro, rifarebbero la stessa scelta.

Cristina Trombetti