Alla fine dei funerali di Riccardo, Giovanni, Achille, Chiara e Sofia, giovanissime vittime della strage di Crans Montana, resta un vuoto. Profondo. Lancinante. Un senso di rabbia e di ribellione si impossessa dei nostri fragili cuori, incapaci di sostenere il dramma familiare e collettivo di un intero Paese per tante giovani, meravigliose vite umane andate perse per incuria e ignavia dell’uomo in un momento di festa.

È sommamente ingiusto morire a 15, 16 anni. Perché, dunque? In attesa che la giustizia umana faccia il suo corso, il silenzio – dei parenti e della folla intorno – è stato la prima risposta, dignitosa e profondamente umana, che abbiamo colto nelle dirette televisive. Non solo sui sagrati delle chiese dove si sono svolte le esequie o nelle scuole, dove in quel giorno si è osservato un minuto di silenzio, ma anche nella liturgia. Il rito religioso, che lo alterna a gesti e parole e che riempie questi di carico simbolico, è in questo senso maestro di vita e può indicarci che la nostra vita, perché sia davvero piena, ha bisogno di spazi di assenza di rumore per riappropriarci, nel nostro trafelato vivere, del senso ultimo dell’esistenza. Ma il rito rappresenta nell’esperienza umana anche un momento di passaggio nella propria esistenza, come quegli stessi ragazzi avevano sperimentato nel Battesimo, nella Prima comunione, nella Cresima. Quel passaggio ora riguarda certamente loro, che sono passati dalla vita terrena a quella della gioia senza fine, dove L’Eterno «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21,4). Ma, se questo è il vero motivo di speranza che ci consola, quel passaggio riguarderà ora anche i genitori e i parenti di quei ragazzi (ma anche tutti noi!), che dovranno (dovremo) operare un passaggio, lungo, impervio e faticoso, che avrà bisogno di molto e molto silenzio per farli (farci) passare da una presenza di futuro a un’assenza che in certi momenti bui avrà l’amaro sapore della morte.

In questo momento di desolazione collettiva, mitigata dal nostro esserci stretti tutti fisicamente e spiritualmente intorno a quelle bare, dobbiamo però – tutti, giovani e meno giovani! – trarre un grande insegnamento da questa tragedia, perché quei volti che non vedremo mai più sorridere abbiano ancora qualcosa da dirci. E cioè che il tempo è prezioso, che dobbiamo cogliere ogni occasione per esprimere il nostro amore e i nostri sentimenti a chi ci è vicino, a chi amiamo, che non dobbiamo mai dare nulla per scontato, che la vita (che, a volte, è molto dura!) è soprattutto un dono che dobbiamo mettere a frutto in ogni istante delle nostre giornate per costruire il bene nei nostri microcosmi, in un mondo sempre più avvolto da parole e gesti violenti.

È uno dei tesori che loro ci lasciano in eredità. Facciamone buon uso.