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Pubblichiamo in anteprima il Primopiano del prossimo numero di Famiglia Cristiana, in edicola dal 22 agosto.
di Daniela Pompei, vicepresidente della Comunità di Sant'Egidio
Le recenti Olimpiadi hanno fatto riemergere, davanti agli occhi di tutti, una realtà consolidata ormai da anni: la presenza nel nostro Paese di un numero consistente di italiani di origine straniera. Tanto significativo e importante da eccellere in diverse discipline sportive. Pienamente italiani e fieri di esserlo, al di là di strumentali polemiche. Molti altri, nodali per l’economia e per tutto il settore dei servizi, si potrebbero aggiungere a loro, perché parimenti legati al nostro Paese, alle sue tradizioni e purtroppo condannati, invece, a un lunghissimo e tortuoso percorso per raggiungere il traguardo della cittadinanza italiana. Italiani di fatto ma non di diritto, complice una legge sulla cittadinanza anacronistica e dettata da un’Italia di un’epoca diversa, votata più all’emigrazione che all’immigrazione. Basta pensare che, anche se nati nel nostro Paese, per diventare italiani per legge occorre attendere il compimento del diciottesimo anno di età e dimostrare di non avere interrotto la presenza in Italia lungo questo arco di tempo.
Non si tratta di un piccolo numero di persone, ma di migliaia di esclusi, nonostante – come attesta una recente indagine dell’Istat – l’85,2% dei nati nel nostro Paese da genitori stranieri, “si senta italiano” a pieno titolo.La Comunità di sant’Egidio, sin dall’inizio degli anni Ottanta al fianco degli immigrati, fu tra le prime realtà ad accorgersi di questa integrazione incompiuta, quando nell’ormai lontano 2004 promosse, insieme a tanti “nuovi italiani”, la manifestazione che aveva come slogan “Made in Italy”. Allora si sperava che venisse approvata in tempi brevi una nuova legge sulla cittadinanza dedicata ai minori. Sono passati vent’anni, si sono susseguiti governi di destra e di sinistra, sono stati presentati disegni di legge, uno dei quali persino approvato da un ramo del Parlamento, ma alla fine hanno sempre prevalso miopi calcoli elettorali e di presunto consenso popolare. Peccato che, nel frattempo, la popolazione è di gran lunga cambiata (nonché in preoccupante calo demografico) e la società è enormemente più avanti della politica, non solo accettando, ma facendo il tifo per consolidati modelli di integrazione, come è accaduto pochi giorni fa alle Olimpiadi di Parigi. Non sarebbe il caso di approvare finalmente, nelle opportune sedi, quello ius culturae proposto ben 12 anni fa dall’allora ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi e ora ribattezzato ius scholae? Cioè una riforma che, facendo diventare italiano chi ha completato almeno un ciclo scolastico nel nostro Paese, farebbe giustizia di chi è già integrato nel tessuto della nostra società, come è avvenuto nella maggior parte dei Paesi dell’Unione europea.




