di Lorenzo Rossi

Il primo ministro francese François Bayrou ha scelto la via più rischiosa: il prossimo 8 settembre porrà la fiducia sul suo programma di bilancio. Una mossa quasi inevitabile, necessaria anche a prevenire le maniofestazioni di piazza moinacciate da vari ambienti della società civile contro il suo piano lacrime e sangue, ma che ha immediatamente compattato le opposizioni, decise a votare contro. Se l’esecutivo dovesse cadere, la Francia ripiomberebbe in una nuova fase di instabilità politica.

Una crisi nata dalle urne

Dal 2022, nessun blocco politico dispone più della maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. I governi minoritari di Élisabeth Borne e Gabriel Attal erano riusciti a resistere solo grazie alla benevolenza della destra. Ma lo scioglimento dell’Assemblea deciso da Emmanuel Macron nel giugno 2024, con l’obiettivo di «chiarire» il quadro, ha prodotto soltanto maggiore confusione: una maggioranza relativa alla sinistra e un’inedita coalizione tra centro e destra, incapace però di superare la soglia decisiva dei 289 seggi.

Così, dopo la breve esperienza di Michel Barnier, caduto il 4 dicembre 2024, a Matignon è arrivato François Bayrou. Oggi, a distanza di meno di un anno, rischia a sua volta di essere rovesciato.

Le opposizioni unite contro di lui

Finora Bayrou era riuscito a superare otto mozioni di sfiducia grazie alle astensioni strategiche del Rassemblement National (RN) e del Partito Socialista (PS). Ma questa volta entrambi hanno annunciato che voteranno contro. «Per cambiare politica, bisogna cambiare primo ministro», ha dichiarato Boris Vallaud, presidente del gruppo socialista. Il leader centrista, consapevole del rischio, ha scelto comunque di giocarsi la carta della fiducia. Non subirà dunque una mozione di censura, ma cadrà – se cadrà – su un voto da lui stesso provocato, restando fedele alla linea di rigore di bilancio che ritiene indispensabile per la Francia.

Le ipotesi sul dopo-Bayrou

In caso di sconfitta, Bayrou resterà a Matignon solo per il disbrigo degli affari correnti, in attesa che Macron individui un successore. Tra i nomi in circolazione c’è quello di Bernard Cazeneuve, ex premier socialista, e quello di Laurent Berger, ex segretario generale della CFDT. Si parla anche di Sébastien Lecornu, 39 anni, attuale ministro delle forze armate e fedelissimo del presidente, anche se c’è chi teme che la sua nomina rafforzerebbe l’immagine di un Macron ancora troppo accentratore.

Ma l’orizzonte politico è reso ancora più incerto dall’avvicinarsi delle presidenziali del 2027: «La soluzione dovrà essere un premier senza interessi personali in vista di quell’appuntamento», osservano fonti vicine all’Eliseo.

Lo spettro della dissoluzione

Resta sul tavolo l’ipotesi estrema di una nuova dissoluzione dell’Assemblea nazionale. «Non va esclusa», ha dichiarato il ministro della giustizia Gérald Darmanin. Ma il rischio, avvertono i costituzionalisti, è quello di produrre un emiciclo ancora più frammentato, o persino una vittoria del RN. In tal caso, nonostante la condanna che le impedisce di candidarsi come deputata, Marine Le Pen potrebbe comunque, almeno sul piano giuridico, diventare prima ministra. L’ipotesi di una destituzione o delle dimissioni del presidente appare invece remota. «Non si dimetterà mai», assicura un collaboratore. «Non servirebbe al Paese, e Macron è un combattente». Per la Francia, insomma, l’8 settembre non sarà soltanto un voto parlamentare: sarà una data che potrebbe segnare un nuovo, ennesimo capitolo di instabilità politica.