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È arrivata ieri notte, dopo sei ore di camera di consiglio nell'aula bunker del carcere di Opera a Milano, una sentenza destinata a segnare la storia giudiziaria italiana. Il giudice per le udienze preliminari di Milano, Emanuele Mancini, ha condannato 62 imputati nel processo scaturito dall'inchiesta Hydra, riconoscendo per la prima volta l'esistenza di un vero e proprio "sistema mafioso lombardo": un'alleanza strutturata tra esponenti di 'Ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra operante stabilmente nel territorio lombardo.
Un verdetto che conferma quanto Famiglia Cristiana aveva anticipato nella sua inchiesta di copertina pubblicata sul numero 44 dello scorso anno. Nell'approfondimento firmato da Luca Cereda ed Eugenio Arcidiacono, avevamo ricostruito con dovizia di particolari l'esistenza di questa nuova frontiera della criminalità organizzata: «silenziosa, cooperativa, confederata. Una mafia 4.0 che si muove tra società, appalti e capitali internazionali, senza più bisogno di sparare».


La sentenza: 62 condanne e confische milionarie
Il giudice Mancini ha inflitto pene fino a 16 anni di reclusione, per un totale che sfiora i cinque secoli di carcere. La condanna più pesante è toccata a Massimo Rosi, indicato come reggente del "locale" di 'ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, ritenuto il principale artefice dell'alleanza tra le mafie. Seguono le pene di 14 anni e 8 mesi per Filippo Crea, considerato emissario della 'ndrina Iamonte, e 14 anni per Giuseppe Fidanzati, vicino alle famiglie palermitane di Cosa Nostra.
Ma i numeri più impressionanti riguardano le confische: il giudice ha disposto il sequestro di quasi mezzo miliardo di euro, tra cui 225 milioni già bloccati nel 2023, ritenuti il "profitto del reato associativo", e circa 218 milioni riconducibili ai fratelli Abilone, legati a presunti crediti IVA fittizi.
Oltre alle 62 condanne, il gup ha disposto 18 assoluzioni e ha rinviato a giudizio 45 persone che affronteranno il processo ordinario a partire dal prossimo 19 marzo davanti all'ottava sezione penale del Tribunale di Milano.
Il cammino che ha portato a questa sentenza non è stato lineare. Nell'ottobre 2023, quando l'operazione Hydra divenne pubblica, il giudice per le indagini preliminari Tommaso Perna aveva bocciato l'impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia, rigettando 142 delle 153 richieste di misura cautelare e disponendo solo 11 arresti. Il gip non aveva riconosciuto l'esistenza di un'associazione mafiosa unitaria, definendo insufficienti le prove raccolte.


Eppure la Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, non si è arresa. I pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane hanno impugnato la decisione e il Tribunale del Riesame ha ribaltato la valutazione iniziale, seguito poi dalla Cassazione che ha confermato la solidità dell'inchiesta. Una perseveranza che ha un prezzo: durante il procedimento, a Viola e Cerreti è stata rafforzata la scorta per le minacce di morte ricevute.
Le rivelazioni dei pentiti
Un elemento decisivo per la svolta del processo è arrivato dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Il protagonista principale è William Alfonso Cerbo, soprannominato "Scarface", 43 anni, esponente del clan catanese dei Mazzei. Tra settembre e ottobre 2025, Cerbo ha reso sei verbali e depositato una lunga memoria di 27 pagine davanti ai pm Cerreti e Ferracane. «Posso dire di essermi trovato in mezzo alla nascita di questo sistema», ha dichiarato Cerbo, che si è definito "collettore economico a Milano" del clan Mazzei. Nelle sue deposizioni, il collaboratore ha descritto un vero e proprio "sistema lombardo" o "nuovo sistema" attivo tra Milano e Varese, con legami fino al mandamento di Castelvetrano, quello di Matteo Messina Denaro.
Secondo le rivelazioni di Cerbo, il consorzio è nato nel 2019 proprio per gestire il tesoro e gli affari del boss latitante, morto nel 2023. Il pentito ha confermato l'esistenza di un accordo stabile tra le tre organizzazioni criminali, descrivendo traffici di droga, usura, investimenti illeciti in aziende sanitarie, nel settore delle costruzioni e persino infiltrazioni in campagne elettorali con il coinvolgimento della 'ndrangheta.
Un altro collaboratore importante è Francesco Bellusci, 38 anni, membro della "locale di Legnano-Lonate Pozzolo", che con le sue dichiarazioni ha ulteriormente confermato l'esistenza del patto tra affiliati alle tre mafie.
Una mafia che non spara, ma investe
Come avevamo scritto nella nostra inchiesta dello scorso anno, questa non è la mafia di Totò Riina. Non ci sono più spartizioni territoriali con una struttura piramidale e una cupola al vertice. Il "sistema mafioso lombardo" è qualcosa di diverso e, forse, ancora più insidioso. Nelle parole della Direzione distrettuale antimafia, si tratta di "una struttura confederativa di tipo mafioso": un'alleanza orizzontale dove 'ndrangheta, Cosa Nostra e camorra mettono a fattor comune risorse, contatti e potere intimidatorio per massimizzare i profitti. I protagonisti si incontrano non nelle piazze, ma negli uffici, nei consigli di amministrazione, nelle banche.
Come ci aveva spiegato nell'intervista il comandante del Reparto operativo dei Carabinieri di Milano, Antonio Coppola, le mafie si sono evolute: «Non hanno più bisogno di sparare. Preferiscono investire, infiltrarsi nel tessuto economico legale, sfruttare le opportunità offerte dal sistema finanziario e imprenditoriale lombardo».


Gli affari toccavano settori strategici: dall'edilizia alla logistica, passando per il controllo di parcheggi negli ospedali e all'aeroporto di Malpensa, fino all'Ortomercato di Milano. Operazioni formalmente lecite che mascheravano traffici illeciti, riciclaggio, frodi fiscali e truffe miliardarie legate ai bonus edilizi e ai fondi Covid.
Dalle intercettazioni raccolte dai carabinieri emergono anche preoccupanti collegamenti con il mondo politico e istituzionale. Alcuni presunti appartenenti al sistema mafioso lombardo mantenevano rapporti con esponenti politici, imprenditori e banchieri "in modo da ottenerne favori, notizie riservate, erogazione di finanziamenti", si legge negli atti.
In particolare, dalle intercettazioni emerge il sospetto che alcuni membri dell'organizzazione fossero in grado di condizionare "il libero esercizio del voto". Filippo Crea, uno degli imputati condannati a 14 anni e 8 mesi, si vantava in una conversazione: «Ci sono tutti i miei parenti, adesso maschi e femmine, siamo... abbiamo un bel pacchetto voti, perché posso portare o senatori in Europa, miei parenti. Poi abbiamo preso un partito, una lista civica [...] Stiamo parlando di persone che hanno 4-500 voti a testa».
Nelle dichiarazioni del pentito Cerbo sono spuntati anche nomi noti del mondo dello spettacolo, come Lele Mora e Fabrizio Corona, citati in relazione a presunti rapporti con esponenti dei clan per affari legati all'Ortomercato di Milano e ad altri business.
Nella loro requisitoria dello scorso novembre, i pubblici ministeri Cerreti e Ferracane avevano chiesto condanne per 75 dei 78 imputati che avevano scelto il rito abbreviato, per un totale di circa 570 anni di reclusione. E avevano sostenuto con fermezza la tesi centrale: a Milano esiste un "contesto mafioso" simile a quello calabrese, "né più né meno della Calabria".
La sentenza di ieri sera ha sostanzialmente accolto questa visione. Il giudice Mancini ha riconosciuto tutte le 24 accuse di associazione di stampo mafioso contestate dalla Dda, ad eccezione di un solo caso (Antonio Romeo). Ha confermato che in Lombardia le mafie non si limitano più a una "pacifica convivenza o a sporadici scambi di favori", ma si sono evolute in un vero sistema, "una sorta di consorzio criminale dove 'ndrangheta, Cosa Nostra e camorra mettono a fattore comune risorse, contatti e potere intimidatorio per massimizzare il profitto".
Le parti civili e il risarcimento
Tra le parti civili che hanno ottenuto il riconoscimento del diritto al risarcimento, da quantificare in sede civile, figurano il Comune di Milano, il Comune di Varese, la Regione Lombardia, la Città metropolitana di Milano, oltre alle associazioni Libera e WikiMafia. Per ciascuna parte civile sono state disposte provvisionali immediatamente esecutive da 10mila euro.
La battaglia giudiziaria non è finita. I 45 imputati rinviati a giudizio affronteranno il processo ordinario a partire da marzo. Tra loro figurano nomi di rilievo come Paolo Aurelio Errante Parrino, ritenuto il referente in Lombardia degli uomini di Matteo Messina Denaro, e Gioacchino Amico. In una intercettazione, Amico dichiarava: «Abbiamo costruito un impero e ci siamo fatti autorizzare tutto da Milano passando dalla Calabria da Napoli ovunque». Le confische per quasi mezzo miliardo diventeranno definitive solo con il passaggio in giudicato della sentenza, dopo gli eventuali ricorsi in appello e in Cassazione. Ma al di là degli aspetti tecnici, questa sentenza segna uno spartiacque. Per la prima volta un tribunale italiano riconosce formalmente l'esistenza di un'alleanza strutturata e stabile tra le tre principali organizzazioni mafiose del Paese, operante nel cuore produttivo ed economico dell'Italia.
Come scrivevamo nella nostra inchiesta: «Le mafie non sparano più, investono. Si incontrano negli uffici, nei conti, nelle carte. Insieme — siciliani, calabresi e napoletani — hanno costruito in Lombardia un patto d'affari che vale più del sangue e più della paura». La sentenza di ieri sera non è solo una vittoria giudiziaria, ma un monito: la mafia 4.0 esiste, è silenziosa, è infiltrata nel tessuto economico legale. E combatterla richiede vigilanza costante, collaborazione tra le istituzioni e, soprattutto, una presa di coscienza collettiva che questo cancro non è più un problema solo del Sud, ma di tutta l'Italia.
Nelle prossime settimane e mesi continueremo a seguire gli sviluppi del processo Hydra e le nuove indagini che potrebbero scaturire dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia.




