di Lorenzo Rossi

L’Europa si prepara alla guerra moderna. La Commissione Europea ha presentato a Bruxelles la sua “roadmap 2030 per la pace e la preparazione alla difesa”, un piano che segna un cambio di passo nella politica di sicurezza comune: quattro grandi progetti per rendere il continente più autonomo nella difesa, in risposta alla minaccia russa e alla crescente pressione geopolitica. «Le recenti minacce hanno mostrato che l’Europa è in pericolo. Dobbiamo proteggere ogni cittadino e ogni centimetro del nostro territorio», ha dichiarato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione. Un messaggio forte, che risuona come un avvertimento: l’era dell’ingenuità europea sembra finita.

Un muro invisibile che attraversa l’Est

Il progetto più simbolico è il muro antidroni europeo, una rete di sensori, radar e armi di neutralizzazione pensata per intercettare incursioni aeree e attacchi ibridi. Il sistema, operativo entro il 2027, nascerà sotto la sigla European Counter-Drone Defence Initiative e sarà integrato con la NATO, che continuerà a detenere il comando strategico. Secondo la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, «il pericolo non scomparirà neppure quando finirà la guerra in Ucraina». Mosca oggi non avrebbe la capacità di colpire direttamente un Paese membro, ma potrebbe prepararsi nei prossimi anni. Il muro, tuttavia, non sarà solo una barriera militare. Avrà funzioni di sorveglianza dei confini, contrasto al traffico illegale, protezione delle infrastrutture critiche e prevenzione del crimine organizzato. Spagna, Italia e Grecia hanno chiesto e ottenuto che la difesa non si limiti all’Est ma copra tutto il Mediterraneo, adottando una visione “a 360 gradi”.

Lezioni dal fronte ucraino

Il modello di riferimento è l’Ucraina, che in due anni di guerra ha trasformato i droni in strumenti d’intelligenza militare e di resistenza. Centinaia di imprese locali hanno innovato a ritmo vertiginoso, adattando ogni settimana le proprie tecnologie alle condizioni del fronte. Bruxelles vuole importare quel know-how, anche se ammette che gli eserciti europei «sono ancora lontani da quel livello di flessibilità». Nel frattempo, molti Paesi rafforzano la propria difesa aerea nazionale. In Spagna, ad esempio, dal 20 al 24 ottobre si terrà l’esercitazione “Atlas 25”, che coinvolgerà Esercito, Marina, Aeronautica, Guardia Civil e Polizia nazionale. Obiettivo: testare la capacità di reazione a un attacco simultaneo di droni e missili da crociera.

Una corsa agli armamenti in salsa europea

Il piano europeo non prevede la creazione di un esercito comunitario, ma rappresenta un salto politico e industriale: un mercato unico della difesa, un coordinamento degli appalti militari e una maggiore autonomia dalle forniture statunitensi. Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha voluto rassicurare gli alleati: «Non c’è sovrapposizione tra Unione e Alleanza. La NATO resta la spina dorsale militare, l’UE deve attivare la sua industria di difesa». Ma la sensazione, tra molti osservatori, è che l’Europa stia lentamente militarizzando il proprio futuro, spinta più dalla paura che da una visione strategica.

L’Europa ne ha davvero bisogno?

L’idea di un “muro antidroni” suona moderna, tecnologica. Ma resta una domanda sospesa nell’aria: serve davvero? La minaccia russa è concreta? Certo, guerra in Ucraina ha mostrato quanto il cielo sia diventato un campo di battaglia invisibile (si parla di guerra ibrida). Tuttavia, costruire muri – anche digitali – significa accettare che la pace si mantenga solo con la forza. L’Europa nata dalle macerie del 1945 sognava di non averne più bisogno. Era necessaria una nuova cortina di ferro? Oggi, ottant’anni dopo, si prepara di nuovo a difendere confini, cieli e mari. Forse per necessità, forse per paura. Ma la domanda resta intatta, inquieta e ineludibile: l’Europa ha davvero bisogno di un muro per sentirsi al sicuro?