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Il garantismo è la nobile idea che lo Stato debba proteggere i diritti di tutti — perfino di chi sembra indifendibile. In pratica, significa che nessuno è colpevole fino a prova contraria, per tutti valgono le prerogative di un regolare ed equo processo e che la giustizia – indipendente dal potere politico - non può mai farsi giustiziera. È una di quelle conquiste civili che servono proprio quando ci viene più facile dimenticarle.
Proviamo allora a metterlo alla prova, questo garantismo, nel caso di Ilaria Salis, accusata di aver partecipato, l’11 febbraio 2023, al pestaggio di un naziskin a Budapest — cinque giorni di prognosi — durante una manifestazione contro i neonazisti, sfuggita dopo mesi di detenzioni a un processo in cui era perfino comparsa in catene, grazie all’elezione al Parlamento europeo nelle fila di Alleanza verdi e Sinistra, con oltre 170 mjla preferenze. Stasburgo, con un solo voto di scarto, le ha appena confermato l’immunità.
E qui comincia la danza delle ipocrisie. I partiti del centrodestra — PPE, Patrioti, ECR e Sovranisti — chiedevano a gran voce la revoca dell’immunità. Lo facevano, ironia delle ironie, in nome del garantismo. Sostengono: all’epoca dei fatti la Salis non era ancora deputata, dunque deve essere processata. Giusto. Ma dove? E soprattutto: da chi?
Perché il garantismo non è una parola da citare nei comizi, ma un metodo da rispettare nei tribunali. E i tribunali di Viktor Orbán non sono esattamente un tempio di indipendenza. La sentenza contro Ilaria Salis, a Budapest, era già scritta prima ancora che iniziasse il processo. Una condanna esemplare — 25 anni di carcere — chiesta da una giustizia piegata al potere politico, pronta a esibire nuovamente la sua prigioniera in catene davanti alle telecamere, come ai tempi dei processi farsa di Slánský.
Una sentenza - in caso di revoca dell’immunità - resa ancor più inevitabile perché Orban l’avrebbe considerata come riparazione giudiziaria dell’«oltraggio» politico della sottrazione di un’imputata ai giudici ungheresi, che spesso e volentieri non indossano la toga ma la camicia del premier sovranista.
Ecco allora la domanda: è questo il “garantismo” che vogliono Forza Italia e Lega? Quello che consegna una cittadina europea a un regime che usa la giustizia come una clava? Forse no, o almeno non per tutti. Non è un caso che tra i banchi del PPE siano spuntati diversi franchi tiratori, probabilmente memori di cosa significhi davvero la parola “garanzia”. Perché confermare l’immunità alla Salis non è stato solo una difesa dei diritti di una persona, ma un atto d’accusa contro il sistema giudiziario ungherese.
C’è chi sostiene che, senza il voto segreto, il risultato sarebbe stato diverso. Forse. Ma anche il voto segreto è una vecchia invenzione del garantismo: lo introdussero i romani con la Lex Gabinia Tabellaria, nel 139 avanti Cristo, proprio per proteggere la libertà di chi votava su questioni che toccavano la dignità delle persone. Oggi, l’ideale sarebbe processare Ilaria Salis “per legittima suspicione” in un Paese dove la giustizia non è un’arma di governo: in Italia, in Francia, in Germania. Perché sì, per la Salis un giudice a Berlino ci può essere. A Budapest, no.
E quello sarebbe il vero trionfo del garantismo: non un favore a un’imputata, ma un segnale di civiltà contro chi scambia la legge per una catena.




