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«Di fronte a questo scenario, non ci si può rassegnare. Occorre qualcosa di più. Chiediamo che si aprano vie di pace, soprattutto per la cara e martoriata Ucraina». Così scrive papa Francesco nel messaggio ai leader religiosi e politici riuniti per la cerimonia finale a Berlino, di fronte alla Porta di Brandeburgo, dell’incontro internazionale “L’audacia della pace”. Bergoglio non si ferma di fronte alle critiche di chi non crede sia possibile aprire spiragli di dialogo. «Non bastano – scrive il Papa – il realismo, le considerazioni politiche e gli aspetti strategici messi finora in atto». Occorre di più, occorre l’audacia della pace: «Ci vuole il coraggio di saper svoltare, nonostante gli ostacoli e le obiettive difficoltà. L’audacia della pace è la profezia richiesta a quanti hanno in mano le sorti dei Paesi in guerra, alla Comunità internazionale, a tutti noi, specie agli uomini e alle donne credenti, perché diano voce al pianto delle madri e dei padri, allo strazio dei caduti, all’inutilità delle distruzioni, denunciando la pazzia della guerra».
Con questo spirito è partito da Berlino per Pechino il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana ed inviato speciale del Papa, che è già stato a Kiev, Mosca e Washington. A chi gli chiedeva dei possibili ostacoli alla sua missione ha risposto: «Certamente. Dopo di che, se non fai niente, non fallisci, ma non fai niente».
Rabbini, imam e teologi musulmani sunniti e sciiti, vescovi, pastori ed esponenti delle diverse confessioni cristiani, hindu e monaci buddisti, saggi delle religioni orientali nei loro abiti variopinti arrivano alla Porta di Brandeburgo dopo aver pregato per la pace in luoghi diversi della città, ciascuno secondo il proprio credo, gli uni accanto agli altri. Prima di prendere l’aereo per la Cina, Zuppi ha guidato la preghiera cristiana insieme al metropolita ortodosso Serafim e al vescovo luterano Bedford-Strohm, chiedendosi: «Quando arriva il tempo della pace, che sembra un sogno impossibile, per chi combatte in una trincea ucraina o nella dimenticata Siria, per chi è abbandonato nella disperazione del deserto senza acqua o nell’immensità del mare? Arriverà mai questo tempo se sprechiamo tante opportunità di cambiare, come se bastasse starsene in pace per trovare pace?». E aggiunge: «Non si diventa audaci da soli, ma camminando insieme».
È la proposta che arriva dalla tregiorni di Berlino: «Oggi parliamo la stessa lingua, quella della pace!», dice il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo, ricordando i 37 anni di cammino dello “spirito di Assisi”, che Sant’Egidio porta in diverse città dopo l’intuizione di Giovanni Paolo II nel 1986. L’anno prossimo, viene annunciato, l’appuntamento sarà a Parigi. Intanto viene letto l’Appello di Pace 2023, frutto dell’incontro: ciascun leader lo firma, accendendo simbolicamente la candela e deponendola in un candelabro. Si legge nell’Appello: «Pace non significa arrendersi all’ingiustizia: significa uscire dall’ingranaggio del conflitto che rischia di ripetersi all’infinito e che nessuno sembra più riuscire a controllare». Le religioni, in passato attraversate anche dal fanatismo e dalle strumentalizzazioni le une contro le altre, vogliono essere acqua che spegne le guerre: «Questa svolta storica – continua Impagliazzo – è avvenuta perché le religioni hanno fatto della pace la loro lingua comune. È un grande risultato con il quale ci presentiamo ancora più credibili di fronte alla politica. Gli Stati oggi sono più distanti fra loro di quanto lo siano le religioni. Così siamo più credibili davanti alla nostra gente e davanti al mondo».
E continua: «Anche quando non ce ne accorgiamo, nella storia ci sono movimenti profondi che provocano mutamenti, trasformazioni che solo ad un certo punto emergono chiari ed evidenti. La storia è piena di sorprese». Proprio a Berlino la storia – nel bene e nel male – ha parlato tanto. Lo si capisce ascoltando la pastora luterana Angela Kunze-Beiküfner, che viveva a Berlino Est e aveva 25 anni nell’anno della caduta del muro. Fu un evento inatteso: ancora nel 1989, 200 mila persone erano fuggite illegalmente ad Ovest, chiunque protestasse all’Est rischiava l’arresto, l’esercito marciava per le strade. «Nella chiesa evangelica del Getsemani – racconta alla piazza – si pregava ogni giorno per la pace e per quelli che erano in arresto». Il 4 ottobre la pastora iniziò il digiuno come segno di resistenza non violenta: «Quella decisione ha cambiato la mia vita. Non potevo più lasciare la chiesa, aperta giorno e notte, perché altrimenti sarei stata subito arrestata». Molte persone si unirono al digiuno, si cantavamo le canzoni di Taizé e si pregava con i Salmi: «Ogni sera alle 18, migliaia di persone venivano in chiesa, molte per la prima volta in vita loro, per partecipare alla preghiera per la pace. Ogni volta che si creava disordine, mi avvicinavo al microfono per cantare il canone "Dona nobis pacem"». Seguirono, nei giorni successivi, centinaia di arresti, fino a quando, il 9 ottobre, la chiesa venne isolata e transennata dall'esercito: «Temevamo il peggio. Abbiamo cantato, pregato, sperato, poi abbiamo aperto le porte della chiesa del Getsemani e abbiamo visto i cannoni ad acqua e i camion dell'esercito che si allontanavano e la polizia che si ritirava. È stato incredibile! Cantando e tenendo in mano le candele, le persone sono uscite in strada davanti alla chiesa e molte altre si sono unite a loro. Poi, ogni sera sempre più persone si recavano in chiesa e poi uscivano in strada». Un mese dopo, il 9 novembre, cadde il Muro. Fu una “sorpresa della storia”.




