PHOTO
Aveva solo 14 anni quando fu colpita alla testa dai talebani per aver difeso il diritto delle ragazze pakistane a frequentare la scuola. Quel giorno Malala Yousafzai avrebbe potuto morire. Invece è sopravvissuta ed è diventata la voce globale dell’educazione, fino a ricevere nel 2014, a 17 anni, il Premio Nobel per la Pace. Oggi, a 28 anni, guida il Malala Fund, che sostiene progetti per l’istruzione delle ragazze in vari Paesi del mondo, dall’Afghanistan alla Nigeria. In un’intervista esclusiva ai media vaticani, Malala ammette che il cambiamento è lento: «Quando ho iniziato pensavo che i leader avrebbero agito subito. Oggi so che servono soluzioni creative, risorse e pazienza. Ma questo non ha attenuato il mio senso di urgenza». Ricorda che ancora 122 milioni di bambine non vanno a scuola e denuncia con forza le conseguenze delle guerre: «Quanti bambini si addormentano al suono degli spari? Quante scuole bombardate questa settimana? A Gaza il numero di bambini uccisi è sconvolgente». Particolarmente dura la sua condanna al regime talebano: «Non è solo discriminazione di genere, è apartheid di genere». Per questo il Malala Fund ha annunciato 3 milioni di dollari in nuove sovvenzioni a favore delle ragazze afghane, attraverso scuole domestiche, radio, TV satellitare e piattaforme digitali capaci di aggirare i divieti.
Malala sottolinea come l’educazione non sia solo trasmissione di nozioni, ma terreno di costruzione della pace: «È a scuola che i bambini imparano a pensare criticamente, a collaborare, a contrastare la misoginia e la discriminazione. È lì che si alimenta la speranza di un futuro più giusto». Un ricordo personale lega la sua lotta all’esempio paterno: «Mio padre andava di porta in porta a convincere le famiglie a mandare a scuola le figlie. Il suo impegno ha cambiato tante vite». Oggi il Malala Fund collabora con realtà locali in Brasile, Etiopia, Nigeria, Pakistan, Tanzania e Afghanistan, dando opportunità concrete a migliaia di giovani donne. Nell’intervista Malala riflette anche sul ruolo del dialogo interreligioso: «Quando persone di fedi diverse si incontrano, cresce la comprensione reciproca e l’empatia. L’educazione è lo strumento più forte per superare i divari». Alla vigilia della Giornata ONU per l’alfabetizzazione, lancia un appello: «Ogni giorno ragazze rischiano tutto pur di studiare. Se loro trovano il coraggio di resistere, anche noi dobbiamo far sentire la nostra voce. Il cambiamento non arriverà da solo: serve l’impegno di tutti».





