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Stivali in pelle di coccodrillo, pappagalli nei calzini e persino una piccola tartaruga trovata sulle spiagge del Marocco e portata in Italia nel taschino di una passeggera: il traffico di specie protette, secondo le Nazioni Unite, è il quarto business illecito al mondo superato solo da armi, droga ed esseri umani.
«Un commercio in nero importante, che fattura ogni anno diverse centinaia di milioni di euro», sottolinea il maresciallo della Guardia di Finanza, Vladimiro Colasanti, della squadra operativa Cites (Cites è l’accordo mondiale siglato a Washington nel 1975 per proteggere piante e animali selvatici a rischio di estinzione e per regolare il commercio di oltre 40.000 specie affinché la vendita di esemplari vivi, morti o parti di essi non metta in pericolo la loro sopravvivenza in natura).
A volte è solo distrazione, voglia di riportare dal proprio viaggio qualcosa di esotico. Spesso si tratta, invece, di un vero e proprio traffico gestito da organizzazioni criminali «sia perché ci sono ingenti guadagni, sia perché diventa un canale per riciclare denaro sporco».
«Noi siamo di presidio alle frontiere», spiega il maresciallo, in servizio all’aeroporto Roma-Fiumicino. «Controlliamo porti, aeroporti e valichi di confine, perché il nostro compito non è solo tutelare l'Italia, ma l'intera Unione Europea». La Guardia di Finanza è in prima linea dal 2017, da quando ha assorbito alcune competenze del Corpo forestale dello Stato. Da allora si sono moltiplicati i sequestri, ma anche le astuzie per cercare di aggirare la legge.
«Abbiamo trovato i cactus del deserto cileno e peruviano strappati dal terreno, fasciati come mummie e dichiarati "parti in plastica" per eludere i controlli», racconta il militare.


Con un danno ecologico incalcolabile sia per il Paese d’origine, «visto che una pianta come questa impiega decenni per crescere solo di pochi centimetri» che per quello di importazione, «dove l’introduzione di specie aliene, che siano piante o animali può portare patogeni di ogni tipo o cannibalizzare la flora e la fauna nostrana. Abbiamo visto a Roma cosa è successo con i pappagallini verdi. Sembra che ci sia stata una spedizione dalla quale sono fuggite alcune coppie. Non avendo qui l’antagonista che hanno nel loro habitat hanno preso il sopravvento su passerotti e tortore».
Tra i sequestri più recenti spicca quello degli stivali in pelle di coccodrillo e caimano. «C’è scattato un campanello d’allarme quando abbiamo visto questa importazione dal Messico e dagli Stati Uniti di stivali in pelle che arrivavano in Italia per essere riparati. In realtà si trattava di un commercio illegale. Calzature di lusso, sprovviste di certificazione Cites, vendute online attorno ai duemila euro a paio».


E se quest’anno c’è stato un incremento dei sequestri di calzature, sia da passeggio che da equitazione, è in «genere tutto il pellame di rettile, che sia di caimano, di pitone o di coccodrillo che si cerca di commercializzare illecitamente anche attraverso i canali del dark web». La guardia di finanza studia i documenti, i voli, incrocia le informazioni delle banche date e interviene. «Ma facciamo anche un controllo passeggeri molto serrato con l’ispezione del bagaglio» Le sorprese non mancano, dai coralli, «vivi o morti strappati alle barriere anche a colpi di martello, agli animali, spesso volatili, fatti passare con il trasportino per cani con la grata che ne cela la vera natura, fino a quelli nascosti nei pacchetti di sigaretta, nei taschini, nelle valigie. Ovviamente, visto la depressurizzazione dell’aereo, non sempre gli animali sopravvivono. Devo dire che è stato straziante trovare, quasi tutti morti, i pappagallini infilati nei calzini dentro le valigie».
Un altro traffico importante, spiega il finanziere, «è quello dei falchi pellegrini. Abbiamo scoperto un grosso commercio tra l’Europa e i Paesi arabi. Lì la falconeria è uno sport nazionale. Gli sceicchi più importanti vogliono ostentare gli animali più pregiati come il nostro falco pellegrino che è il più veloce in natura. Per ibridare la specie cercano di prelevarli in Europa e di importarli con l’anello – che ha la funzione di una sorta di carta di circolazione - di un altro animale morto oppure clonandone uno. I falchi vengono pagati diverse decine di migliaia di euro».
Ma anche il turista “normale” deve stare attento. «Spesso sequestriamo le conchiglie da chi torna dai Caraibi, coralli di qualsiasi tipo. Ci è capitato anche una architetto che aveva riportato degli scheletri di corallo perché doveva organizzare una cena sullo yacht di un facoltoso miliardario e voleva dei centro tavola un po’ particolari. Ecco, vorrei ricordare che, oltre al penale, si rischia una sanzione amministrativa che va dai tremila ai quindicimila euro».
Attenti dunque a strappare un ramo di una pianta e a metterla in valigia come se nulla fosse oppure a ricercare quel souvenir particolare privo, però, di certificazione. Anche perché, arrivando da un viaggio estero, in dogana, avverte il maresciallo, «c’è l’ inversione dell’onere della prova. È il passeggero, cioè, che deve dimostrare che quelle conchiglie, quel corallo, quel pellame sono leciti». Per capire come comportarsi la stessa Guardia di finanza organizza piccoli corsi per turisti. «E poi, in maniera molto pratica», è il consiglio del finanziere, «se si ha il dubbio su un acquisto si può usare google lens per il riconoscimento oppure andare sul sito del ministero dell’Ambiente con l’elenco di ciò che è vietato prendere. Prima di comprare, documentatevi. O contattateci», è il l’appello finale, perché «la bellezza della natura non è un souvenir da portare a casa a tutti i costi. È un patrimonio da tutelare».




