La morte di Matteo Messina Denaro chiede rispetto: il rispetto che si deve a ogni persona, quale che sia stata la sua vita. Rispetto animato anche dalla speranza che il passaggio cruciale tra vita e morte abbia aperto uno spiraglio nel cuore di chi muore e, nel caso di Messina Denaro, una presa di coscienza del tanto male commesso.

Sì, perché il rispetto che si deve all’agonia del boss di Cosa Nostra non può cancellare la memoria di una vita violenta, incompatibile con l’etica del Vangelo, una vita che è stata strumento di sofferenza, di omicidi, di stragi. Una vita che non ha mostrato segni di ravvedimento neanche dopo la scomunica di papa Francesco ai mafiosi in quanto «adoratori del male» e il suo «pressante invito» affinché si convertano e aprano il cuore a Dio.

Non deve sorprendere quindi che in un “pizzino” del maggio del 2013, a due mesi dell’elezione del Papa e nei giorni della beatificazione di don Pino Puglisi ucciso dalla mafia, Messina Denaro abbia espresso la volontà testamentaria di rifiutare una celebrazione religiosa «perché fatta di uomini immondi che vivono nell’odio e nel peccato», rivendicando in un altro biglietto, un «rapporto personale con Dio, senza intermediari».

Non deve sorprendere per tre motivi. Primo, perché la religiosità dei mafiosi è, da sempre, tanto esibita quanto strumentale. Da sempre è maschera volta ad accreditarli come “uomini d’onore” in contesti dove la fede si manifesta anche in forme partecipate ma ingenue di devozione, incapaci di cogliere l’incompatibilità tra mafie e Vangelo, la cui Parola chiede di tradurre la fede in un’etica di giustizia, verità e amore, non in un salvacondotto alla violenza, alla menzogna, all’omicidio. Chiede d’impegnarci per i deboli, i poveri e gli oppressi, non di sfruttarli e assoggettarli come fanno i membri delle mafie.

Secondo, perché se è vero che nel rapporto tra Chiesa e mafie ci sono state nel passato ambiguità, reticenze e anche complicità propriamente “immonde”, è altrettanto vero che, da diversi decenni, la Chiesa ha assunto nei riguardi delle mafie una posizione di netta condanna, corroborata da azioni e progetti realizzati anche in contesti difficili, storicamente inquinati dalla presenza mafiosa.

Terzo, perché la rivendicazione del boss morto di un rapporto “senza intermediari” con Dio, è segno di una delirante megalomania che riduce persino il Padreterno a propria immagine e somiglianza, facendone una caricatura. Dio è infatti per Tutti, chino su ogni creatura vivente: un Dio “esclusivo” esiste solo nella mente del fanatico o del mafioso che scambia il Padre con il “Padrino”.

Mi auguro e auguro a Matteo Messina Denaro che alla fine di una vita violenta possa aver riconosciuto il male commesso, i peccati e i reati, il tanto dolore provocato. E che questo riconoscimento sia stato sì diretto, senza “intermediazioni”, perché ogni ricerca di verità è cammino verso Dio, perché solo nel riconoscimento della nostra imperfetta umana natura le porte del nostro cuore si aprono all’infinita misericordia divina.