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Manifestanti il 20 giugno scorso in protesta a Tirana contro il progetto di un resort sulla costa collegato a Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L'iniziativa è contestata per il possibile impatto ambientale e per le polemiche legate alla proprietà dei terreni
In Albania la chiamano già la “rivoluzione dei fenicotteri”. Da oltre un mese migliaia di persone soprattutto ragazzi, ma anche intere famiglie scendono in piazza ogni sera a Tirana e nelle città della costa. Non è la solita protesta legata ai partiti o alle scadenze elettorali. Si tratta di un movimento civile e spontaneo, nato da una preoccupazione molto concreta: difendere il territorio dall'assalto del cemento e chiedere trasparenza sulle scelte che cambieranno il volto del Paese.
Tutto è partito dalla laguna di Narta, nella prefettura di Valona, e in particolare dall'area di Zvërnec. Parliamo di un ecosistema delicatissimo, un'area protetta dove nidificano specie rare come i fenicotteri rosa e il pellicano riccio. Proprio qui sono comparsi ruspe ed escavatori per avviare i primi cantieri di un mega-resort di lusso. Stando ai dati diffusi dallo stesso governo di Tirana, si parla di un investimento colossale da 4 miliardi di dollari, che vede in prima fila importanti gruppi finanziari americani, tra cui quelli riconducibili a Jared Kushner e Ivanka Trump.
Per sbloccare i lavori in una zona blindata dai vincoli ambientali, il parlamento ha approvato una norma ad hoc, la legge speciale 21 del 2024. Il provvedimento allenta le tutele per i cosiddetti "investimenti strategici", scatenando la reazione di scienziati, ambientalisti e residenti, che vedono la costa svenduta alle grandi catene del turismo d'élite. Ma Narta non è un caso isolato. Tensioni simili si registrano a nord, tra le vette del Parco Nazionale di Theth (Scutari) e a Rrijoll, vicino a Velipoje, altre zone di grande pregio naturalistico finite nei piani di sviluppo immobiliare contestati dalle comunità locali.


La mobilitazione è cresciuta settimana dopo settimana, fino a trasformarsi in una delle più grandi manifestazioni di massa della storia recente del Paese.
Il culmine lo scorso 20 giugno a Tirana, quando una fiumana di oltre duecentomila persone ha sfilato dietro lo slogan “L’Albania non è in vendita”. In mezzo alle bandiere nazionali spiccavano cartelli fatti a mano e fenicotteri di gommapiuma, diventati il simbolo della rivolta. I comitati civici accusano i vertici politici di gestire il patrimonio pubblico come un affare privato, senza alcun confronto con chi quel territorio lo vive da generazioni.
Con il passare dei giorni il clima si è progressivamente inasprito. Davanti ai blocchi stradali e ai presidi attorno al parlamento, le forze dell'ordine sono intervenute in tenuta antisommossa, ricorrendo a idranti e gas lacrimogeni per disperdere la folla.
Pochi giorni fa ci sono stati scontri a ridosso dei palazzi istituzionali quando alcuni gruppi di manifestanti hanno tentato di bloccare le auto dei deputati; la reazione della polizia è stata netta, con un'ondata di fermi e arresti che ha colpito soprattutto i giovanissimi, alimentando forti polemiche sui metodi di contenimento del dissenso.


Il caso ha ormai varcato i confini balcanici. Il Parlamento Europeo ha richiamato formalmente il governo albanese, ricordando che la tutela dell'ambiente e delle riserve naturali è un requisito fondamentale e non negoziabile per il percorso di ingresso nell'Unione Europea. Nel frattempo, la protesta è arrivata anche in Italia. La numerosa e radicata diaspora albanese si è mobilitata con presidi a Milano e Genova, decisa a fare da cassa di risonanza internazionale alle richieste dei propri compatrioti.
La vicenda albanese tocca un nodo che oggi riguarda molti Paesi: il difficile equilibrio tra crescita economica, salvaguardia del territorio e giustizia sociale. È la sfida dell'"ecologia integrale" su cui si è soffermato papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’. Nel testo, il Pontefice invita l'umanità ad ascoltare un unico, drammatico richiamo: «Il grido della terra e il grido dei poveri».
Un monito che oggi, dalle sponde minacciate della laguna di Narta, chiede alla politica di non sacrificare la dignità delle comunità e la bellezza del Creato sull'altare del solo profitto finanziario.





