In Albania la chiamano già la “rivoluzione dei fenicotteri”. Da oltre un mese migliaia di persone soprattutto ragazzi, ma anche intere famiglie scendono in piazza ogni sera a Tirana e nelle città della costa. Non è la solita protesta legata ai partiti o alle scadenze elettorali. Si tratta di un movimento civile e spontaneo, nato da una preoccupazione molto concreta: difendere il territorio dall'assalto del cemento e chiedere trasparenza sulle scelte che cambieranno il volto del Paese.

Tutto è partito dalla laguna di Narta, nella prefettura di Valona, e in particolare dall'area di Zvërnec. Parliamo di un ecosistema delicatissimo, un'area protetta dove nidificano specie rare come i fenicotteri rosa e il pellicano riccio. Proprio qui sono comparsi ruspe ed escavatori per avviare i primi cantieri di un mega-resort di lusso. Stando ai dati diffusi dallo stesso governo di Tirana, si parla di un investimento colossale da 4 miliardi di dollari, che vede in prima fila importanti gruppi finanziari americani, tra cui quelli riconducibili a Jared Kushner e Ivanka Trump.

Per sbloccare i lavori in una zona blindata dai vincoli ambientali, il parlamento ha approvato una norma ad hoc, la legge speciale 21 del 2024. Il provvedimento allenta le tutele per i cosiddetti "investimenti strategici", scatenando la reazione di scienziati, ambientalisti e residenti, che vedono la costa svenduta alle grandi catene del turismo d'élite. Ma Narta non è un caso isolato. Tensioni simili si registrano a nord, tra le vette del Parco Nazionale di Theth (Scutari) e a Rrijoll, vicino a Velipoje, altre zone di grande pregio naturalistico finite nei piani di sviluppo immobiliare contestati dalle comunità locali.

Una fase dei lavori

La mobilitazione è cresciuta settimana dopo settimana, fino a trasformarsi in una delle più grandi manifestazioni di massa della storia recente del Paese.

Il culmine lo scorso 20 giugno a Tirana, quando una fiumana di oltre duecentomila persone ha sfilato dietro lo slogan “L’Albania non è in vendita”. In mezzo alle bandiere nazionali spiccavano cartelli fatti a mano e fenicotteri di gommapiuma, diventati il simbolo della rivolta. I comitati civici accusano i vertici politici di gestire il patrimonio pubblico come un affare privato, senza alcun confronto con chi quel territorio lo vive da generazioni.

Con il passare dei giorni il clima si è progressivamente inasprito. Davanti ai blocchi stradali e ai presidi attorno al parlamento, le forze dell'ordine sono intervenute in tenuta antisommossa, ricorrendo a idranti e gas lacrimogeni per disperdere la folla.

Pochi giorni fa ci sono stati scontri a ridosso dei palazzi istituzionali quando alcuni gruppi di manifestanti hanno tentato di bloccare le auto dei deputati; la reazione della polizia è stata netta, con un'ondata di fermi e arresti che ha colpito soprattutto i giovanissimi, alimentando forti polemiche sui metodi di contenimento del dissenso.

I lavori per il resort

Il caso ha ormai varcato i confini balcanici. Il Parlamento Europeo ha richiamato formalmente il governo albanese, ricordando che la tutela dell'ambiente e delle riserve naturali è un requisito fondamentale e non negoziabile per il percorso di ingresso nell'Unione Europea. Nel frattempo, la protesta è arrivata anche in Italia. La numerosa e radicata diaspora albanese si è mobilitata con presidi a Milano e Genova, decisa a fare da cassa di risonanza internazionale alle richieste dei propri compatrioti.

La vicenda albanese tocca un nodo che oggi riguarda molti Paesi: il difficile equilibrio tra crescita economica, salvaguardia del territorio e giustizia sociale. È la sfida dell'"ecologia integrale" su cui si è soffermato papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’. Nel testo, il Pontefice invita l'umanità ad ascoltare un unico, drammatico richiamo: «Il grido della terra e il grido dei poveri».

Un monito che oggi, dalle sponde minacciate della laguna di Narta, chiede alla politica di non sacrificare la dignità delle comunità e la bellezza del Creato sull'altare del solo profitto finanziario.