Non è una legge che vieta esplicitamente una religione. Non proibisce di appartenere a un'etnia. Non ordina deportazioni. Eppure, proprio per questo, rischia di essere ancora più efficace. Perché non cancella le differenze con la forza di un decreto improvviso: le assorbe lentamente, le rende invisibili, le dissolve dentro un'unica identità nazionale.

Dal 1° luglio è entrata in vigore in Cina la nuova Legge per la promozione dell'unità e del progresso etnico, approvata a marzo dall'Assemblea nazionale del popolo. Per Pechino rappresenta uno strumento per rafforzare la coesione del Paese, combattere separatismo ed estremismo e costruire una comunità nazionale più unita. Per numerosi studiosi, governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani, invece, costituisce la cornice giuridica di un processo di assimilazione delle minoranze che dura da anni e che ora riceve una legittimazione organica.

La legge arriva al termine di un percorso iniziato con l'ascesa di Xi Jinping nel 2012. Da allora la parola d'ordine è diventata "sinizzazione": non semplicemente governare un Paese composto da 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti, ma costruire un'unica identità politica e culturale fondata sulla lingua mandarino, sulla fedeltà al Partito comunista e sull'idea di una sola nazione cinese.

Il nuovo testo traduce questo progetto in norme concrete. Nelle scuole il mandarino diventa la lingua principale dell'insegnamento; i programmi educativi devono rafforzare il "senso di appartenenza alla comunità della nazione cinese"; ai genitori viene affidato il compito di educare i figli all'amore per il Partito e per la patria; istituzioni culturali, media e amministrazioni locali sono chiamati a promuovere una narrazione nazionale comune.

Il punto più controverso è però l'articolo 63, che estende la possibilità di perseguire anche organizzazioni e persone residenti fuori dalla Cina qualora vengano accusate di minare l'unità etnica o favorire il separatismo. Una formulazione molto ampia che, secondo diversi esperti, potrebbe rafforzare quella che viene ormai definita "repressione transnazionale": pressioni sui dissidenti della diaspora attraverso intimidazioni, sorveglianza e ritorsioni indirette contro i familiari rimasti in patria. Pechino respinge queste accuse e sostiene che la norma sia conforme al diritto internazionale e necessaria per tutelare la sicurezza nazionale.

La nuova legge non nasce nel vuoto. Formalizza pratiche che, soprattutto nello Xinjiang, in Tibet e nella Mongolia Interna, sono state introdotte gradualmente negli ultimi quindici anni.

È proprio questa gradualità ad aver reso il fenomeno quasi invisibile agli occhi dell'Occidente. Non ci fu un giorno preciso in cui il mondo si accorse che qualcosa stava cambiando. Prima arrivarono i controlli sempre più stretti sulle attività religiose. Poi la videosorveglianza capillare, il riconoscimento facciale, le restrizioni linguistiche nelle scuole, i programmi di "educazione patriottica", la riduzione degli spazi dedicati alle culture locali, la sostituzione progressiva delle lingue minoritarie con il mandarino.

Manifestazioni contro il genocidio culturale degli uiguri in Cina

Nel 2020 migliaia di famiglie della Mongolia Interna protestarono contro la sostituzione dell'insegnamento in lingua mongola con quello in mandarino. Le manifestazioni furono rapidamente represse. In Tibet il controllo sui monasteri si è fatto sempre più capillare e il culto del Dalai Lama è rigidamente limitato. Nello Xinjiang, invece, si è consumata la vicenda più drammatica.

Secondo numerose inchieste della BBC, di Radio Free Asia, dei rapporti delle Nazioni Unite e di organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, oltre un milione di uiguri e appartenenti ad altre minoranze musulmane sarebbero stati rinchiusi, negli anni, in una vasta rete di centri di detenzione e "rieducazione". Le autorità cinesi hanno sempre respinto questa ricostruzione, sostenendo che si trattasse di centri di formazione professionale destinati alla prevenzione del terrorismo e dell'estremismo religioso.

Nel 2021 il Parlamento britannico ha approvato una mozione che definisce "genocidio" il trattamento riservato agli uiguri nello Xinjiang. Analoghe valutazioni sono state espresse da altri parlamenti occidentali, mentre Pechino continua a negare ogni violazione dei diritti umani, denunciando una campagna di disinformazione orchestrata dall'Occidente. Ciò che colpisce della nuova normativa è il linguaggio. Non parla di repressione, ma di armonia. Non di uniformità, ma di integrazione. Non di cancellazione delle differenze, ma di "progresso". È un lessico che trasforma l'obbedienza in coesione e l'assimilazione in valore civico.

Proprio per questo diversi osservatori hanno richiamato, sul piano dell'impianto ideologico, alcune esperienze del Novecento europeo basate sulla superiorità dell'identità nazionale rispetto alle identità particolari. Il paragone con le leggi razziali fasciste, evocato da alcuni commentatori, non riguarda un'equivalenza storica o giuridica, ma la logica di fondo: quando è lo Stato a stabilire quale identità debba prevalere e quali culture possano sopravvivere solo se subordinate a quella dominante.

Per Xi Jinping tutto questo rappresenta la costruzione di una nazione più forte e coesa. Per i suoi critici è invece l'ultimo tassello di un progetto destinato a trasformare la ricchezza delle differenze in una sola voce autorizzata.

Perché le identità, prima di essere cancellate con la violenza, spesso vengono rese superflue. E quando una lingua smette di essere insegnata, una religione può essere praticata solo entro confini stabiliti dal potere e una cultura sopravvive soltanto se conforme alla narrazione ufficiale, la scomparsa non avviene in un giorno. Avviene una generazione alla volta.