L’operazione militare statunitense del 3 gennaio in Venezuela, culminata con la cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie da parte dell’esercito americano, senza alcuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha aperto una frattura profonda nell’ordine giuridico internazionale. Washington parla di lotta al narcotraffico e di pressione “a tempo indeterminato”, precisando di non voler dispiegare truppe di terra. Ma l’assenza di un’occupazione militare non cambia la sostanza dei fatti.

«Siamo di fronte a una evidente violazione del diritto internazionale», spiega Francesca De Vittor, ricercatrice di diritto internazionale all’Università Cattolica di Milano. «Gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare sul territorio di un altro Stato con il proprio esercito: questa è la definizione stessa di atto di aggressione, anche se finora non è stata fatta un’occupazione militare del suolo». Il punto, chiarisce, non è la legittimità politica di Maduro, ma il principio giuridico: «Era il presidente di quello Stato. A prescindere dal giudizio sul suo governo, c’è stato un intervento armato sul territorio venezuelano».
L’amministrazione Trump rivendica la possibilità di “riscrivere le regole”, ma l’ordinamento giuridico globale non funziona per atti unilaterali. «Le norme cambiano solo se c’è una pratica costante e condivisa dagli Stati, accompagnata dalla convinzione che quella pratica sia giuridicamente obbligatoria: servono la diuturnitas e l’opinio iuris», ricorda De Vittor. «Violando una regola non la si modifica. Putin non ha riscritto il diritto internazionale invadendo l’Ucraina, e lo stesso vale per gli Stati Uniti oggi».

La norma cardine violata è l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite, che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. «È uno dei principi fondamentali dell’Onu», sottolinea De Vittor. «Ed è diritto internazionale consuetudinario, oltre che norma cogente: non derogabile, prevalente su altre norme. L’uso della forza contro un altro Stato è la violazione delle violazioni».

L’unica eccezione prevista dalla Carta è la legittima difesa, sancita dall’articolo 51. Ma i presupposti sono stringenti. «È ammessa solo come risposta a un attacco armato già sferrato», spiega la giurista. «Altrimenti sarebbe troppo facile: ogni Stato potrebbe invocare una minaccia futura per agire militarmente. Il Venezuela non ha attaccato gli Stati Uniti, quindi non si può parlare di legittima difesa».
Neppure la giustificazione legata al narcotraffico regge sul piano giuridico. «La lotta al narcotraffico si fa con la cooperazione di polizia, non con un’operazione militare volta a prelevare il presidente di un altro Stato», osserva De Vittor. «Il diritto internazionale prevede strumenti diversi. L’uso della forza non è la soluzione. Napoleone diceva che con le baionette si fa tutto tranne che sedercisi sopra».
Anche la minaccia dell’uso della forza costituisce una violazione del diritto internazionale, come nel caso delle dichiarazioni sulla Groenlandia. «La minaccia legittima una reazione, ma solo pacifica», precisa. «Quando uno Stato si sente minacciato può rafforzare le proprie difese sul proprio territorio, nel rispetto della sovranità, e attivare strumenti diplomatici». L’assetto giuridico mondiale consente inoltre il ricorso a misure non militari: pressioni politiche, iniziative negoziali, sanzioni economiche e restrizioni commerciali, che rientrano tra i mezzi pacifici di prevenzione e gestione delle controversie. «La minaccia, finché resta tale, non autorizza l’uso della forza», chiarisce. «Serve a legittimare risposte che evitino l’escalation, non che la anticipino». La Danimarca, dal 2019, ribadisce la propria sovranità sulla Groenlandia, che «non è una colonia, ma parte integrante dello Stato danese con ampia autonomia».

Molti osservatori parlano di un ritorno alla dottrina Monroe e dell’America Latina come “cortile di casa” degli Usa. Ma dal punto di vista giuridico il richiamo è privo di fondamento. «La dottrina Monroe non ha alcun riconoscimento nel diritto internazionale», afferma la giurista. «Gli Stati sovrani sono tutti ugualmente sovrani. San Marino e gli Stati Uniti hanno lo stesso voto all’Assemblea generale dell’Onu».

Le reazioni degli altri Stati sono state disomogenee. «Quasi tutti gli Stati latinoamericani hanno parlato di violazione della sovranità venezuelana. Cina e Russia hanno condannato apertamente, anche se la reazione di Putin può far sorridere visto che dice a Trump di non fare ciò che lui sta facendo all’Ucraina», osserva. Più cauta l’Unione europea: inizialmente timida, più netta dopo le mire sulla Groenlandia, territorio di uno Stato membro. La partita della Groenlandia si innesta sulla necessità di fornire all’Ucraina garanzie di sicurezza contro la Russia nell’ambito di un piano di pace, e qui l’impegno americano sarà fondamentale «Condannare o meno resta una scelta politica, dettata dal mantenere certi equilibri strategici, seppur non condivisibile», spiega. «Ma le regole globali vietano agli Stati di sostenere chi viola il divieto dell’uso della forza. Pensiamo a Israele: tutto il supporto che è stato dato da Paesi come l’Italia è stato una violazione del diritto internazionale, di vari principi fra cui quello all’autodeterminazione del popolo palestinese». La conclusione è chiara: «Non deve passare il messaggio che quando uno Stato ha interesse a espandersi sul territorio di un altro Stato può farlo, altrimenti buttiamo via tutto quello che abbiamo costruito dopo la Seconda guerra mondiale».

Il ruolo dell’Onu è tornato sotto accusa. «L’Onu è fatta dagli Stati», ricorda. «Nel Consiglio di Sicurezza il veto paralizza le decisioni quando sono coinvolti i membri permanenti. Ma prima di dire che non serve più, ricordiamoci cosa c’era prima dell’Onu: due guerre mondiali». Il rischio più grande, conclude De Vittor, è sistemico: «Se si indebolisce il principio del divieto dell’uso della forza, buttiamo all’aria l’architettura costruita dopo la Seconda guerra mondiale. Ed è un prezzo che il mondo non può permettersi».