C'è un momento, in certi posti del mondo, in cui il silenzio non è pace. È assenza. È la clinica mobile che non arriva più, il barattolo di vaccini che resta vuoto sullo scaffale, il fiume in piena che nessuno aiuterà ad attraversare. L’abbiamo imparato a riconoscere quel silenzio. Lo risentiamo oggi, nelle storie che arrivano dall'Africa subsahariana, dall'Etiopia al Malawi, dove il mondo ricco ha deciso, con una firma o con l'indifferenza, di farsi da parte.

Il 2025 è l'anno in cui l'America ha spento le luci. L'amministrazione americana ha interrotto i finanziamenti che da decenni scorrevano attraverso l'Agenzia USAID verso i luoghi più fragili del pianeta. Una scelta presentata come razionalità contabile, come sovranità rivendicata, come taglio necessario. Ma nelle campagne del Malawi, nei quartieri periferici di Addis Abeba, quella scelta ha un altro nome: abbandono.

Non è solo l'America. La Francia ha tagliato del 35% i fondi allo sviluppo nel 2025. La Germania ha ridotto dell'8% rispetto all'anno precedente. Il Regno Unito si prepara a portare i propri aiuti dallo 0,5 allo 0,3% del reddito nazionale entro il 2028. Belgio, Svezia, Svizzera: il coro è lo stesso. Solo quattro Paesi al mondo — Norvegia, Lussemburgo, Svezia e Danimarca — hanno mantenuto fede alla promessa del 1970, quando l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite chiese ai Paesi ricchi di destinare lo 0,7% del prodotto nazionale lordo alla cooperazione internazionale. L'Italia si ferma allo 0,3%.

Sono numeri che sembrano piccoli, quasi insignificanti nella babele delle statistiche globali. Ma ogni decimale di percentuale è una clinica, una cooperativa di credito, un programma di vaccinazione, una levatrice formata a riconoscere i segni del pericolo. Ogni decimale è, in qualche remota comunità, la differenza tra una madre che sopravvive al parto e una che non ce la fa.

Marco Simoncelli
Marco Simoncelli
Marco Simoncelli

Addis Abeba: la città e le sue periferie

Addis Abeba è una contraddizione permanente. Al centro, i grattacieli dell'Unione Africana, le ambasciate, i ristoranti dove si discute di governance e sviluppo sostenibile su tavole imbandite. Alle sue periferie, a Tulu Dimtu a sud, ad Akaki nella Special Zone dell'Oromia, il mondo reale: i condomini color cemento costruiti negli anni Ottanta, i vicoli dove i bambini giocano con tutto quello che il caso offre, i mercati che profumano di spezie e bruciato.

È in questa periferia che vive Beta Ade. Ha 27 anni, si muove con quella grazia assorta di chi è abituata a occuparsi di cose vive, di bambini che si svegliano, di biberon da scaldare, di piccoli che piangono senza parole. Il suo asilo nido occupa due stanze al primo piano di uno di quei condomini: pareti colorate di blu e giallo, materassini disposti in fila ordinata, giocattoli di plastica sparsi sul pavimento. Un posto che odora di talco e di speranza pratica.

Beta si è laureata in ostetricia. Avrebbe potuto fare la dipendente in un ospedale, lo stipendio sicuro, la carriera lineare. Invece ha guardato il suo quartiere e ha visto un bisogno che nessuno stava soddisfacendo. «Le madri volevano lavorare, volevano uscire e provvedere alle loro famiglie», mi spiega, «ma non potevano perché avevano bambini piccoli a casa». Da questa osservazione semplice, da questa logica elementare della cura reciproca, è nata l'idea.

Il primo ostacolo era il denaro. Non ne aveva abbastanza. Poi ha sentito parlare di Kefeta — un programma di microcredito sostenuto da Amref Health Africa, la più grande organizzazione sanitaria africana nata in Africa, con sede a Nairobi. Kefeta Youth SACCO è una cooperativa di risparmio e credito pensata dai giovani per i giovani, la prima di questo tipo in Etiopia. «Quando ho sentito parlare di Kefeta, ho pensato che fosse una grande opportunità. Era molto accessibile per i giovani». Il processo per ottenere il prestito, all'inizio, era quasi incredibilmente rapido. «Credo di averlo ricevuto nel giro di una settimana».

Con quel primo finanziamento l'asilo ha aperto. Oggi Beta ha quattro dipendenti. Donne del quartiere che, grazie a lei, hanno un lavoro. Le madri possono uscire, guadagnare, tornare. Una catena di autonomia, fragile quanto preziosa.

La macchina che si inceppa

Ma quella catena ora scricchiola. Beta ha fatto domanda per un secondo prestito, necessario per ampliare l'asilo e aprire nuove sedi. La risposta è stata una lista d'attesa. «So che al SACCO i soldi sono pochi a causa dell'interruzione dei finanziamenti USAID», dice. La preoccupazione nella sua voce non è panico, è qualcosa di più sottile e più duro: la consapevolezza di un sistema che si è ristretto senza preavviso.

«Ho paura di non riuscire a ottenerlo», ammette. Non è paura di fallire, lei ha già dimostrato di saper costruire. È la paura di un ostacolo arbitrario, imposto da decisioni prese in sale riunioni a migliaia di chilometri di distanza, da persone che probabilmente non hanno mai sentito il nome di Tulu Dimtu.

Eppure Beta dice una cosa che mi resta dentro, una cosa che chi fa la cooperazione farebbe bene a scrivere sopra ogni porta di ufficio: «La maggior parte dei SACCO che conosco crolla quando i finanziamenti si fermano. Questo invece è ancora in grado di sostenere l'intero sistema». È questo il segreto di Kefeta: è stato costruito per durare, non per dipendere. Ha i suoi membri, le sue quote, la sua logica interna. I tagli lo hanno ferito, ma non ucciso.

Attualità

Il “capitale umano” di Amref

Il “capitale umano” di Amref
Il “capitale umano” di Amref

Galan: la sartoria e il sogno rimandato

Tsion Gebreheywot ha 23 anni e una piccola sartoria nella cittadina di Galan, alla periferia meridionale di Addis Abeba, nell'Akaki district. Quando la incontro, è seduta dietro la sua macchina da cucire, concentrata su un orlo. Accanto a lei, sua madre prepara il bunna, il caffè etiope, con quella cerimonia lenta e odorata di frankincenso che in Etiopia scandisce il tempo, trasforma l'attesa in rito, fa di una conversazione un momento sacro.

Alle pareti della boutique sono appesi schizzi di abiti, disegni fatti a mano che mostrano alle clienti cosa Tsion è capace di creare. Ha studiato fashion design al Tegbared Technical College. «Ho scelto questo percorso perché è qualcosa che mi si addice perfettamente», dice, con quella fiducia pacata di chi ha trovato presto il proprio posto nel mondo.

Anche lei è arrivata a Kefeta attraverso le sessioni di formazione organizzate direttamente nel college. La cosa che l'ha convinta? Il tasso di interesse, più basso di qualsiasi altra organizzazione. «Non sono andata da altre organizzazioni», racconta. «Ho iniziato immediatamente a mettere da parte i soldi per il prestito Kefeta».

Prima era una studentessa senza reddito, dipendente dai genitori. Con il primo prestito è diventata imprenditrice. La formazione che ha ricevuto comprendeva life skills, business planning, educazione alla salute. «Quando abbiamo fatto domanda per il prestito, dovevamo presentare un business plan. Questa formazione mi ha aiutata molto».

L'inflazione e il secondo sogno

Ma il mondo non aspetta i sogni. L'inflazione in Etiopia negli ultimi anni è stata feroce, uno di quei fenomeni che divorano i piani con la stessa indifferenza dell'acqua che corrode la pietra. Quando Tsion ha presentato il suo business plan, i macchinari costavano ancora una cifra sostenibile. Nel giro di poco tempo, i prezzi sono raddoppiati, triplicati. Ha dovuto lavorare da casa, rinviando l'apertura di un laboratorio vero e proprio.

Ora ha bisogno di un secondo prestito — 200.000 birr — per comprare macchine overlock e interlock, per trasformare la piccola sartoria in una vera linea produttiva. Ha fatto domanda. Ma la risposta tarda. «Il processo è in ritardo e sto aspettando da molto tempo.» La ragione? «Penso che ci sia una carenza di fondi.»

I tagli a USAID, che sostenevano Kefeta, hanno avuto un effetto a cascata. Erano stati pianificati anche spazi di lavoro condivisi per i beneficiari del programma. «Avevano programmato di affittare un locale per noi», racconta Tsion. «Ma quando abbiamo chiesto aggiornamenti ci hanno detto che i fondi erano stati tagliati.» Le conseguenze sono banalmente concrete: «Se avessi ricevuto i soldi in tempo, avrei assunto più persone e comprato più macchine. Sto ancora lavorando con una sola macchina. È difficile».

Nella piccola boutique di Galan, mentre il caffè finisce e il frankincenso si dirada nell'aria, la crescita è rimandata. Non per mancanza di talento o di idee. Per fondi che arrivano troppo tardi o non arriveranno affatto.

Etiopia: il programma che valeva 60 milioni

Wasihun Andualem è il responsabile dei programmi di sviluppo giovanile di Amref Health Africa in Etiopia. È un uomo che sa misurare le cose in numeri prima di raccontarle in parole. «Il programma principale per i giovani aveva un budget di circa 60 milioni di dollari», spiega. «Con i tagli, il portafoglio dei programmi giovanili di Amref è stato ridotto di oltre il 90%. Oggi operiamo con appena il 10% del budget originale».

Prima dei tagli, i programmi sostenuti da USAID avevano permesso la creazione di 23 coalizioni giovanili, coinvolgendo circa 74.000 giovani in attività di partecipazione civica, dialogo comunitario, volontariato urbano. «Tutte queste attività sono state completamente interrotte.» I centri giovanili attivi sono scesi da 23 a 10. Gli 88 punti di erogazione dei servizi per la salute sessuale e riproduttiva? «L'intero programma è stato cancellato». Le attività per gli sfollati interni in Tigray e Amhara, dove anni di conflitto hanno creato una delle più gravi crisi umanitarie del continente? Anch'esse chiuse.

L'obiettivo era raggiungere due milioni di giovani. «Siamo riusciti a raggiungerne circa 1,1 milioni. Il resto è rimasto scoperto.» Sono quasi un milione di persone che stavano aspettando un'opportunità che non è arrivata. Un milione di promesse non mantenute — non da Amref, ma dal sistema internazionale che aveva fatto quelle promesse.

La strategia della sopravvivenza

Ma Wasihun non è il tipo che si ferma al lamento. La crisi ha prodotto in lui, e nell'organizzazione, una riflessione profonda sulla sostenibilità. «A differenza di molte organizzazioni che hanno chiuso gli uffici, Amref ha ripensato i progetti esistenti, concentrandosi su ciò che poteva continuare ad avere un impatto».

La nuova strategia si è focalizzata su tre assi: sviluppo delle competenze, accesso al lavoro, accesso alla finanza. Il programma di competenze digitali è rimasto attivo in dieci centri giovanili, in collaborazione con partner come Vodafone Foundation e Safaricom Ethiopia. Oltre 50.000 giovani hanno potuto accedere a percorsi di formazione e orientamento al lavoro.

E poi c'è Kefeta. La cooperativa era nata all'interno dei programmi finanziati da USAID, ma è sopravvissuta al crollo del suo finanziatore perché era stata costruita su fondamenta diverse. «Ha quasi 14.000 membri attivi ed è sopravvissuta proprio perché è costruita su un modello sostenibile». L'accesso al credito avviene con bassi tassi di interesse e requisiti ridotti di garanzia, con attenzione particolare a giovani donne e persone con disabilità. «Circa il 90% dei prestiti va a piccole imprese giovanili», spiega Wasihun. «E ogni attività, in media, crea lavoro per almeno altri due giovani».

Quando arrivano nuovi finanziamenti — come quelli recenti della Gates Foundation — Amref sceglie di canalizzare parte delle risorse attraverso la SACCO. «Non vogliamo creare dipendenza dall'assistenza, ma sostenere opportunità economiche che continuino nel tempo». È una filosofia che suona semplice, quasi ovvia. Ma nella storia della cooperazione internazionale, costruire per l'uscita è stato troppo spesso l'eccezione, non la regola.

«Quello che abbiamo imparato da questi tagli», conclude Wasihun, «è che la sostenibilità deve essere al centro di ogni progetto. Anche in un contesto difficile, è possibile continuare a cambiare la vita dei giovani, se i programmi sono pensati per durare».

Malawi: dove il fiume divide i vivi dai morti

Il Malawi è uno di quei Paesi che le statistiche descrivono con una serie di superlativi negativi. Più di una persona su due vive in povertà. Il livello di sviluppo umano è tra i più bassi al mondo. La terra è fertile ma le istituzioni sono fragili, le strade sono poche, le distanze sono enormi per chi non ha i mezzi per colmarle.

In questo Paese, Amref implementava insieme a molti partner il programma Momentum Tikweze Umoyo: un intervento da 28 milioni di dollari finanziato da USAID, nato per ridurre morti e malattie tra madri e bambini in cinque distretti, rafforzare i servizi sanitari di base, costruire quel collegamento tra comunità e sistema sanitario che nei Paesi ricchi si dà per scontato e nei Paesi poveri è spesso l'unica linea di sopravvivenza. Con i tagli a USAID, il programma Momentum è stato cancellato per intero.

La cancellazione ha un nome e un volto. Si chiama Eniya Nkhoma, vive in una comunità rurale vicino a Chidongo, ha tre figli. Il più piccolo si chiama Mwayiwawo. Mwayiwawo — «il nostro ultimo arrivato» — ha trascorso il suo primo anno di vita in un Paese che stava perdendo, pezzo per pezzo, i suoi sistemi di assistenza sanitaria.

«Il mio primo ricordo di Mwayiwawo, quello che mi torna in mente così, all'improvviso, è quando ha cominciato a gattonare all'indietro. La mia vita era felice, perché non mi era mai capitato prima, ed ero piena di gioia».

Eniya racconta la sua storia con quella pacatezza che in certi luoghi d'Africa è la maschera della dignità, il modo in cui si reggono le cose quando non ci si può permettere di crollare. La sua voce è diretta, quasi cronachistica, come se stesse descrivendo i fatti a un giudice che deve decidere qualcosa di importante.

«Da quando non arrivano più le cliniche mobili, che portavano gli operatori sanitari nelle nostre comunità, è dura. Durante la stagione delle piogge i fiumi si gonfiano, non riusciamo ad attraversarli, e i nostri bambini crescono senza servizi sanitari».

Le cliniche mobili del programma Momentum erano questo: operatori sanitari che si spostavano nelle comunità, che portavano i vaccini dove le strade non arrivano, che visitavano le donne incinte senza aspettare che fossero le donne incinte a trovare il modo di arrivare all'ospedale. Una logica ovvia, quella di andare dove c'è il bisogno. Ma ovvia non significa gratuita.

Eniya appartiene a un gruppo di banca rurale. Le donne si riuniscono, mettono da parte i soldi, si prestano denaro in caso di emergenza, si parlano di igiene e salute dei bambini. È una rete di solidarietà orizzontale, autorganizzata, che funziona anche senza i fondi internazionali. Ma non può sostituire un ospedale, non può attraversare un fiume in piena, non può conservare i vaccini a temperatura corretta.

«Alcune famiglie provano comunque a raggiungere l'ospedale distrettuale, ma la maggior parte non può permetterselo. La distanza è grande e la povertà rende ogni viaggio un sacrificio».

Mwayiwawo è cresciuta sana. Eniya ha fatto di tutto: ha coltivato ortaggi, ha venduto quello che aveva, ha messo insieme i soldi per i trasporti ogni volta che la bambina aveva bisogno di un vaccino. «Non ha mai saltato una vaccinazione», dice con orgoglio, con quella fierezza specifica delle madri che hanno lottato per qualcosa che altrove si ottiene semplicemente nascendo nel posto giusto.

Ma Eniya sa bene che non tutte le sue vicine hanno avuto la stessa determinazione, o le stesse possibilità. «Ci sono donne con bambini come Mwayiwawo. Alcune ci provano, ma la maggior parte non riesce, perché andare a Kasungu è molto lontano da dove viviamo, e la maggior parte di loro è povera».

Il messaggio all'America

«Qui nel villaggio non capiamo il vero motivo per cui il governo americano ha smesso di sostenerci. Realizziamo semplicemente che le cliniche non vengono più, e siamo sorpresi di quello che il governo americano pensa di noi poveri qui in Malawi. Nessuno».

Quella parola finale — «nessuno» — risuona. Non è rabbia. È qualcosa di più desolante: la constatazione di chi ha capito di non esistere nella mappa mentale di chi ha deciso. Il governo americano non ha pensato a loro. Non li ha considerati. Li ha cancellati senza averli mai visti.

E poi Eniya pronuncia quelle parole che sono, al tempo stesso, una supplica e un'accusa — l'unica forma di diplomazia disponibile a chi non ha altri strumenti: «Le mie ultime parole sono per chiedere all'America di continuare a sostenerci qui in Malawi sulle questioni di salute. Perché viviamo molto lontano dall'ospedale distrettuale, e la maggior parte di noi è povera, eppure le donne hanno ancora bisogno di accedere ai servizi per una maternità sicura. I decessi di donne in gravidanza non dovrebbero aumentare, e dovremmo poter accedere ai servizi di pianificazione familiare. Perciò, supplico quel Paese di non smettere di sostenere noi poveri».

Ho letto molte suppliche nella mia vita. Le ho lette nei documenti delle Nazioni Unite e nelle lettere dei profughi. Ma raramente ho trovato qualcosa di così nudo, così privo di retorica, così irrefutabilmente umano. Eniya non chiede pietà. Chiede coerenza. Chiede al mondo ricco di ricordare le promesse che ha fatto.

I numeri e la memoria

Negli ultimi due decenni, i finanziamenti dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo hanno salvato milioni di vite. Non è un'iperbole né una propaganda: è il dato di uno studio pubblicato su The Lancet, una delle riviste mediche più autorevoli al mondo. Il finanziamento dell'APS è stato associato a cali enormi della mortalità nelle principali malattie trasmissibili: 70% per HIV/AIDS, 56% per malaria, 56% per carenze nutrizionali, 54% per malattie tropicali neglette.

Questi non sono progressi naturali, frutto di qualche misterioso miglioramento spontaneo. Sono il risultato diretto di scelte politiche, di fondi trasferiti, di programmi costruiti e mantenuti nel tempo. E ora quei programmi si stanno smontando.

Lo stesso studio stima che, se il definanziamento continuerà ai trend attuali, entro il 2030 si conteranno 9,4 milioni di morti aggiuntive evitabili. Di queste, 2,5 milioni saranno bambini di età inferiore ai cinque anni. Bambini come Mwayiwawo, che ha avuto una madre abbastanza determinata da fare tutto il possibile. Bambini che non avranno quella fortuna.

Roberta Rughetti, Direttrice di Amref Italia, usa parole che conoscono bene i meccanismi del sistema: «Sistemi sanitari fragili, mancanza di prevenzione e cooperazione insufficiente possono trasformare problemi locali in emergenze globali». È la versione tecnica di quello che Eniya dice con le sue parole di contadina: se non ci aiutate, le conseguenze non resteranno confinate ai nostri villaggi.

La pandemia da Covid-19 avrebbe dovuto insegnarcelo una volta per tutte. I virus non rispettano i confini, non controllano i passaporti, non si fermano alla dogana. Un focolaio in un villaggio senza cliniche può diventare, in pochi mesi, un'emergenza globale. La sicurezza sanitaria del mondo ricco dipende, in misura che i politici del mondo ricco faticano ad ammettere, dalla salute dei luoghi che ritengono lontani.

Il sondaggio e l'ignoranza benevolente

Gli italiani cosa ne sanno? Amref ha commissionato a Ipsos un'indagine sull'opinione pubblica italiana riguardo all'Africa e alla salute globale. I risultati sono istruttivi nella loro innocenza.

Solo un italiano su dieci — l'11% — dichiara di conoscere USAID, l'agenzia americana per la cooperazione internazionale. Tra i giovani della Generazione Z e i Millennials la percentuale sale al 17%; tra i Baby Boomers scende al 5%. Un paese che non conosce gli strumenti della cooperazione non può valutare le conseguenze del loro smantellamento.

Un italiano su cinque si è dichiarato d'accordo con il blocco dei finanziamenti USAID. Tra la Generazione X la percentuale sale al 29%. Sono opinioni legittime, formate in un vuoto di informazione. È difficile difendere ciò che non si conosce, ed è facile approvare tagli a qualcosa di cui si ignora il funzionamento e l'impatto.

Eppure l'Italia stessa fatica a rispettare i propri impegni: destina circa lo 0,3% del reddito nazionale all'Aiuto Pubblico allo Sviluppo, meno della metà della soglia dello 0,7% promessa nel 1970. È una coerenza spezzata, condivisa con quasi tutti i Paesi europei.

Da Nairobi, dove ha sede la casa madre di Amref Health Africa — l'organizzazione africana più grande e più antica del continente nella cooperazione sanitaria — il Direttore Globale Githinji Gitahi scrive una lettera aperta che circola nelle riunioni degli addetti ai lavori e che merita di raggiungere un pubblico più largo.

«Il panorama della salute globale appare più incerto che mai. Dall'inizio del 2025 stiamo assistendo a trasformazioni profonde nel modo in cui l'assistenza allo sviluppo viene finanziata e distribuita. Governi, donatori e filantropi stanno rivedendo le loro priorità e, in alcuni casi, cambiando radicalmente i loro modelli di sostegno».

Gitahi non è un uomo che usa le parole per nascondersi. Enumera le conseguenze concrete: persone che vivono con HIV o tubercolosi e faticano ad accedere ai farmaci, progressi contro le malattie prevenibili con i vaccini che vengono messi in discussione, focolai di malattie infettive che continuano a ricordare quanto fragile sia la sicurezza sanitaria globale.

Ma poi aggiunge qualcosa che sarebbe facile sottovalutare e che invece è il cuore del discorso: «Nonostante le difficoltà, ci sono anche segnali positivi. Nuovi partner stanno scendendo in campo. Stiamo sperimentando soluzioni innovative per rendere le cure salvavita più efficaci. In tutta l'Africa, i Paesi stanno collaborando per costruire sistemi sanitari equi, sostenibili e resilienti ai cambiamenti climatici».

È un'affermazione che non vuole essere propaganda. È la voce di chi lavora sul campo e sa che accanto al crollo ci sono sempre, nei popoli, le risorse per ricostruire. L'Africa non è solo il continente dei problemi. È il continente dove, con risorse minime, si costruiscono cooperative che reggono, cliniche che raggiungono i luoghi remoti, programmi di formazione digitale che preparano i giovani al lavoro. Quello che manca non è la capacità. È il tempo e il denaro per costruire quella capacità a scala sufficiente.

«Continuiamo a credere fermamente che nessuno sia davvero al sicuro finché non lo siamo tutti. In un mondo attraversato da sfide sanitarie, climatiche ed economiche che si intrecciano, la solidarietà non è un lusso: è una necessità.»

Il mondo che deve scegliere

Torno mentalmente a Eniya, al suo villaggio vicino a Chidongo, al fiume che in stagione delle piogge diventa un muro. Torno a Beta, che aspetta il secondo prestito guardando i bambini che dormono sui materassini. A Tsion, che lavora con una sola macchina da cucire e disegna abiti che ancora non riesce a produrre su scala. A Wasihun, che con il 10% del budget originale cerca di non perdere i programmi che ha costruito in anni.

Ognuna di loro sta aspettando che il mondo faccia una scelta. Non una scelta drammatica, non un gesto eroico. Una scelta amministrativa, quasi banale: continuare a destinare una piccola percentuale della ricchezza prodotta ai luoghi in cui quella ricchezza non arriva. Mantenere le promesse fatte mezzo secolo fa. Non smontare, per ragioni di bilancio o di calcolo politico, sistemi che hanno impiegato decenni a costruirsi.

Il mondo ricco si sta ritirando. Lo fa lentamente, con la discrezione delle manovre finanziarie e dei comunicati tecnici. Ma nei villaggi del Malawi e nelle periferie di Addis Abeba, il ritiro si sente immediatamente: nella clinica mobile che non arriva, nel prestito che tarda, nella cooperativa che sopravvive ma non può crescere abbastanza.

Githinji Gitahi ha ragione: nessuno è davvero al sicuro finché non lo siamo tutti. Non è romanticismo. È epidemiologia, è economia, è geopolitica. È, semplicemente, la logica del mondo in cui viviamo — un mondo in cui i confini, per le malattie come per le crisi, sono sempre più permeabili.

Ma c'è un'altra verità, più scomoda. I Paesi che si ritirano dalla cooperazione internazionale non lo fanno perché convinti che sia giusto. Lo fanno perché calcolano che nessuno li chiederà conto. Che le Eniya del mondo non votano nelle loro elezioni, non comprano i loro prodotti, non hanno voce nei loro dibattiti pubblici.

Dare voce a quelle storie — portarle dove vengono prese le decisioni, farle entrare nelle conversazioni dove si parla di tagli e di percentuali — è forse la cosa più importante che si possa fare. Non al posto dell'azione politica, ma come suo presupposto. Perché le politiche cambiano quando i cittadini capiscono cosa è in gioco. E i cittadini capiscono quando qualcuno racconta le storie nel modo giusto.

Il mondo si ritira. Ma le persone resistono. E finché resistono, c'è ancora tempo per scegliere diversamente.