Nella notte di sabato, a Teheran le strade hanno ripreso a parlare. E lo hanno fatto gridando contro il potere. Slogan antigovernativi, cori contro la Repubblica islamica, un clima da resa dei conti che l’Iran non vedeva da almeno tre anni. Nonostante la repressione dura, nonostante il blackout quasi totale di Internet, la protesta è tornata a occupare lo spazio pubblico, come racconta l’Agence France-Presse.

Il regime individua subito il colpevole esterno: gli Stati Uniti. Secondo le autorità di Iran, le manifestazioni – scoppiate due settimane fa per le difficoltà economiche – sarebbero state alimentate da Washington e trasformate in una contestazione politica che chiede apertamente l’estromissione della guida religiosa dal potere. Una lettura classica, quasi rituale, che però non cancella la radice interna del malcontento.

Intanto il bilancio delle vittime continua a salire. Secondo l’ong statunitense Human Rights Activists News Agency, i morti sono almeno 116, quasi il doppio rispetto alle stime di poche ore prima. Sette sarebbero minorenni. La maggior parte delle persone, riferisce l’organizzazione, è stata uccisa da munizioni vere o da colpi a pallini, spesso esplosi a distanza ravvicinata. Tra le vittime figurano anche 37 membri delle forze di sicurezza e un magistrato. Gli arresti, sempre secondo l’ong, hanno superato quota 2.600.

Dal fronte istituzionale il tono è quello dello scontro aperto. Il capo della polizia nazionale, Sardar Radan, ha parlato di un “livello di confronto aumentato con i rivoltosi” e ha rivendicato “arresti importanti”, assicurando che i principali responsabili dei disordini sono stati fermati. Parole che suonano come un avvertimento, più che come un bilancio.

Da fuori, gli Stati Uniti osservano e incalzano. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington è “pronta ad aiutare” il movimento di protesta, avvertendo che Teheran rischia “grossi guai” se continuerà sulla strada della repressione. La risposta iraniana non si è fatta attendere: il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha avvertito che qualsiasi attacco statunitense porterebbe a una reazione contro Israele e contro le basi militari americane nella regione, definite senza esitazioni “obiettivi legittimi”.

Sul Paese, intanto, cala il silenzio digitale. Il blackout di Internet dura da oltre 60 ore, secondo il monitor indipendente NetBlocks. Una misura di censura che, avverte l’organizzazione, rappresenta “una minaccia diretta alla sicurezza e al benessere degli iraniani in un momento cruciale per il futuro del Paese”. Tradotto: isolare la protesta per spegnerla. È una tecnica vecchia, già vista, che il regime conosce bene.

Ma la storia insegna che il silenzio imposto non coincide sempre con la fine della protesta. A volte è solo la pausa prima di una nuova, più dura, ripresa. In Iran, oggi, la partita è tutta qui: capire se la paura tornerà a vincere, o se la strada continuerà a parlare.