Bruxelles accelera sulla linea dura in materia di migrazioni. Lunedì scorso i ministri dell’Interno dei Ventisette hanno approvato una nuova intesa che introduce una lista europea dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri”, nuove regole sui “Paesi terzi” e apre alla possibile estensione del modello Albania, quello dei centri di rimpatrio fuori dai confini dell’Unione, i cosiddetti return hub. Una svolta che ha sollevato un’ondata di critiche da parte di Ong, operatori dell’accoglienza e giuristi, preoccupati per quello che viene definito un ulteriore svuotamento del diritto d’asilo.

«Non è una buona notizia per le persone migranti», avverte padre Camillo Rigamonti, presidente del Centro Astalli per i Rifugiati, «questa intesa non è uno strumento di regolamentazione, ma una nuova stretta sul diritto d’asilo». Secondo il gesuita, invece di affrontare il fenomeno migratorio in modo strutturale e lungimirante, «si continua a intervenire in difesa dei confini, che diventano lo spartiacque tra chi ha diritto ad avere diritti e chi, di fatto, non li ha».

La lista dei “Paesi sicuri” sotto accusa

Il punto più controverso riguarda l’adozione di una lista comune europea di Paesi di origine sicuri. Nell’elenco, così come emerso dall’intesa del Consiglio, figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia.

Per i giuristi si tratta di un passaggio critico e potenzialmente molto pericoloso; «Siamo di fronte al paradosso di una norma dell’Unione europea che rischia di entrare in conflitto con i suoi stessi principi fondativi», spiega Gianfranco Schiavone, dell’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. «La lista in sé non sarebbe un problema, se i Paesi individuati rispondessero davvero alla definizione giuridica di “Paese sicuro”: uno Stato democratico, in cui non vi sia, in modo generale e costante, un rischio concreto di persecuzione. Ma questo requisito, per alcuni di questi Paesi, semplicemente non c’è».

Il riferimento più esplicito è all’Egitto, «un Paese a ordinamento non democratico, tra quelli con i più alti tassi di violenza politica». Inserirlo tra i Paesi “sicuri”, secondo gli esperti, rischia di trasformare le procedure accelerate di asilo in respingimenti mascherati.

La protesta di alcuni attivisti della Rete contro la detenzione dei migranti davanti al centro di detenzione gestito dall'Italia a Gjader, in Albania, il 1° novembre 2025
La protesta di alcuni attivisti della Rete contro la detenzione dei migranti davanti al centro di detenzione gestito dall'Italia a Gjader, in Albania, il 1° novembre 2025

La protesta di alcuni attivisti della Rete contro la detenzione dei migranti davanti al centro di detenzione gestito dall'Italia a Gjader, in Albania, il 1° novembre 2025

(EPA)

Il modello Albania e i “return hub”

Nel pacchetto approvato dal Consiglio Ue rientra anche il tentativo di normalizzare e replicare il “modello Albania”, tentato finora con poco successo dal governo italiano, cioè la creazione di centri di trattenimento e rimpatrio in Paesi terzi considerati sicuri. Una prospettiva che allarma le organizzazioni umanitarie.

«Il modello Albania si è già rivelato per quello che è: una vetrina politica per mostrare durezza verso i più vulnerabili, non una soluzione ai problemi reali», afferma Laura Marmorale, presidente dell’Ong Mediterranea Saving Humans, «replicarlo significherebbe moltiplicare luoghi di segregazione, dove le persone vengono private della libertà, della trasparenza procedurale e delle garanzie fondamentali. Siamo di fronte forse al più grave attacco al diritto d’asilo della nostra storia. I diritti umani rischiano di restare solo sulla carta, se manca una struttura politica che li renda effettivi per ogni individuo».

«L’Europa rischia di perdere se stessa»

Parole dure arrivano anche da Emergency, secondo cui la nuova stretta «colpisce il cuore fondativo dell’Unione europea». «L’Europa non aspira più a essere un riferimento di diritti e umanità, ma si chiude a fortezza», afferma l’Ong. Le nuove norme, ora al vaglio del Parlamento europeo, «erodono il diritto di ogni individuo a chiedere asilo sul territorio dell’Unione e riducono gravemente gli standard di protezione».

Sulla stessa linea Sea-Watch, che parla apertamente del rischio di uno «stato di polizia europeo». «L’Europa perde se stessa», denuncia l’organizzazione, puntando il dito soprattutto contro «le deportazioni di massa verso presunti Paesi terzi sicuri, come la Tunisia, dove le persone rischiano violenze, respingimenti e l’assenza di garanzie minime». E dove, ricordano, «uomini, donne e bambini vengono abbandonati nel deserto, lasciati morire di fame».

Un passaggio decisivo al Parlamento europeo

Le nuove misure dovranno ora passare al vaglio del Parlamento europeo, che potrà modificarle o respingerle. In gioco, secondo le organizzazioni umanitarie e gli operatori dell’accoglienza, non ci sono solo regole procedurali, ma l’idea stessa di Europa: se restare uno spazio di tutela dei diritti fondamentali o trasformarsi, sempre più, in una fortezza chiusa a chi fugge da guerre, persecuzioni e violenze.

La proposta di riforma del sistema migratorio è stata promossa tra gli altri dal governo della Danimarca, che ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea. Pur essendo di centrosinistra il governo danese promuove politiche molto dure sull’immigrazione, apprezzate dalla destra. In generale molti governi europei stanno irrigidendo le proprie politiche sull’immigrazione, come risposta all’ascesa dell’estrema destra che ha fatto della questione uno dei suoi elementi di forza.