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Taybeh, villaggio cristiano palestinese nella Cisgiordania occupata da Israele, 10 agosto 2026.
Le scritte sono sempre lì: come nove mesi fa, l'ultima volta in cui eravamo stati a Taybeh, i muri del villaggio sono ancora tappezzati di scritte in ebraico, minacce contro la popolazione e incitazioni alla vendetta.
Il villaggio divenuto ormai simbolo, suo malgrado, della cristianità in pericolo in Cisgiordania a causa dell’escalation di violenza da parte dei coloni, è oggi isolato. Dal 23 luglio l’esercito israeliano ha dichiarato infatti questa zona, che comprende inoltre una serie di villaggi musulmani, “area militare chiusa”, fino al 27 giugno 2027. La motivazione è l’aumento di attacchi dei coloni, ma l’ingresso al villaggio oggi è interdetto non solo ai coloni israeliani ma anche agli attivisti israeliani e agli internazionali.
«Dal 23 luglio hanno dichiarato Taybeh, Rammun, il villaggio vicino, e parte di Deir Jarir, il terzo villaggio dell'area, zona militare chiusa. Finora non sappiamo esattamente quali siano i risultati e quale sia il vero scopo di queste misure, che dovrebbero servire a proteggere la nostra gente e le loro case. Ma finora i coloni continuano entrare armati nella nostra terra», spiega padre Bashar Fawadleh, il parroco cattolico palestinese della parrocchia di Cristo Redentore a Taybeh.
Solo la settimana scorsa un gruppo di giovanissimi coloni ha invaso la proprietà privata di uno dei fedeli della parrocchia.
«Hanno tagliato la recinzione della proprietà di un nostro parrocchiano nella zona occidentale. Sono entrati in molti nel perimetro con pecore, mucche, distruggendo le coltivazioni e cercando di rompere le finestre per entrare in casa», continua padre Bashar. E aggiunge: «Gli attacchi e la situazione stanno degenerando gravemente. Per mesi la nostra comunità ha subito ripetute incursioni in terreni privati e agricoli, intimidazioni contro famiglie e lavoratori, incendi, invasioni di uomini armati, di coloni e del loro bestiame in proprietà private e tentativi di stabilire una presenza permanente intorno al villaggio. Lasciano scritte inneggianti alla vendetta e minacce. Hanno già dato fuoco a otto auto da febbraio fino allo scorso luglio. Hanno appiccato il fuoco sul monte Al-Masis a giugno e hanno impedito ai pompieri palestinesi di spegnerlo. Hanno sparato tre volte contro i residenti che cercavano di domare le fiamme, hanno rubato i loro telefoni e distrutto le loro auto. Questi incidenti hanno generato paura e minacciano la vita quotidiana e il futuro della nostra comunità cristiana a Taybeh. Lo fanno essenzialmente per rendere la vita invivibile all'interno del villaggio, per spingere le persone ad andarsene».
Oggi a Taybeh vivono 1.208 persone, negli ultimi tre anni 15 famiglie se ne sono già andate. Il mese scorso è partita un'altra famiglia. Questo significa che 16 nuclei familiari in totale sono stati costretti ad andare via dal 7 ottobre 2023 ad oggi a causa dell’escalation della violenza dei coloni israeliani.
Tuttavia, quello di Taybeh è un caso che ha portato a sé moltissima attenzione internazionale, probabilmente per la sua particolarità di essere l'ultimo villaggio interamente cristiano nella Cisgiordania occupata. Già lo scorso 19 luglio l'ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, aveva visitato il villaggio in seguito alle proteste e alle denunce dei residenti per le aggressioni e la profanazione dei luoghi di culto da parte di coloni israeliani.
Al momento non è chiaro se le ultime misure prese dall’esercito servano davvero a proteggere la popolazione palestinese che vive nell’area o solo ad impedire l’ingresso di attivisti e giornalisti. Qualche giorno fa l’esercito è entrato nel monastero cercando cittadini ebrei israeliani, ma tra questi ci sono sia i coloni che tanti degli attivisti alloggiati nelle case dei palestinesi per fare presenza protettiva contro i coloni.
«Ai cittadini israeliani, stranieri e anche ai giornalisti non è permesso entrare perché si tratta di una zona militare chiusa. Quando i giornalisti hanno chiamato l'esercito israeliano, è stato detto loro che potevano entrare a Taybeh, ma prestando attenzione a non creare problemi e a non intralciare il lavoro dell’esercito israeliano», continua padre Bashar, «in realtà il sindaco e il comune di Taybeh non hanno ricevuto nessuna indicazione dall'esercito, né dal COGAT (l’unità del Ministero della Difesa israeliano responsabile dell'attuazione della politica civile e del coordinamento degli aiuti umanitari in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza) né dall'ufficio di coordinamento militare palestinese. Non hanno comunicato nulla a nessuno, né oralmente né per iscritto».
Quel che è certo finora è che gli attacchi dei coloni, nonostante la dichiarazione della zona militare chiusa, non si sono ancora fermati: l’ultimo attacco è avvenuto la settimana scorsa, nella zona occidentale di Taybeh presso la cava della fabbrica di cemento. «Finora la decisione di chiudere militarmente la zona non sta impedendo gli attacchi», denuncia ancora il prete.
Lunedì, a Taybeh ha fatto visita anche Ofer Cassif, membro della Knesset per il partito arabo-israeliano Hadash. «Sono andato specificamente a Taybeh perché ci sono diversi villaggi interessati. Alcuni di essi sono lontani l'uno dall'altro, piuttosto isolati e proprio quelli isolati sono sotto attacco continuo e massiccio da parte dei coloni. Almeno due o tre volte al giorno, un'orda di coloni si presenta in questi punti specifici, attaccandoli e molestandoli», dichiara il parlamentare a Famiglia Cristiana, «nonostante i militari israeliani abbiano dichiarato l'area “zona militare chiusa” i coloni continuano a fare ciò che vogliono, ma gli attivisti vengono cacciati. In uno di questi punti che ho visitato personalmente, alcuni coloni sono arrivati semplicemente per disturbarci. Hanno violato la zona militare chiusa, ma nessuno ha fatto niente». E ribadisce che i coloni «sono solo gli esecutori» di quello che per lui è diventato a tutti gli effetti «terrorismo di Stato». «I coloni sono difesi dai militari israeliani, che sono un ramo dello Stato, incoraggiati e finanziati dal governo», conclude.
Lo scorso giugno la Knesset ha approvato, su spinta del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, la legge sulle agevolazioni fiscali per gli insediamenti. Il provvedimento designa 58 insediamenti (tra cui Rimonim, che sorge ad appena 5 chilometri in linea d'aria da Taybeh, e altri grandi blocchi dell'area come Shiloh e Beit El) come comunità i cui residenti hanno diritto a una detrazione fiscale del 7% sul reddito. La misura rimarrà in vigore fino al 31 dicembre 2027, con la possibilità di proroghe biennali. Questi sgravi fiscali sono destinati specificamente agli insediamenti israeliani situati a est del muro. Così, se da un lato viene dichiarata la zona militare chiusa per contenere la violenza, dall’altro il governo fa di tutto per agevolare la colonizzazione dell’area.
«I coloni non fanno distinzione tra cristiani e musulmani nella zona. Ci attaccano perché siamo palestinesi e perché abbiamo deciso di restare nella nostra terra. Vogliono occupare più territorio e vedere le nostre proprietà vuote per potersene impossessare. Tuttavia, quando parlano di cristiani, cercano di applicare la logica del “dividi et impera”, fingendo di voler proteggere i cristiani per creare divisioni tra cristiani e musulmani. Questo per noi è inaccettabile», dice padre Bashar. E conclude: «Il mio messaggio per tutti è: venite a vedere, e restate con noi. Anche se ve lo proibiscono, dovete venire, vedere le nostre realtà, ascoltare le nostre storie e raccontare la verità così com’è. Abbiamo bisogno delle vostre preghiere, che possano fare miracoli e portare cambiamenti».





