È catastrofe in Colombia, dopo il devastante terremoto che la mattina del 10 agosto ha colpito e messo in ginocchio la zona centro-occidentale del Paese, dove è stato dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Il bilancio delle vittime sale drammaticamente di ora in ora, mentre ancora si scava tra le macerie, in una corsa disperata contro il tempo per salvare chi è rimasto intrappolato nei crolli degli edifici. Al momento le vittime sono più di 300, ma ci sono migliaia di dispersi. Le immagini mostrano i vigili del fuoco e i volontari che lavorano fianco a fianco fra i detriti alla ricerca di persone da salvare. Ma i soccorsi vanno a rilento, ritardati da tante difficoltà, a partire dalle interruzioni dei collegamenti che rendono complicati gli spostamenti.

Uno sforzo immane e disperato, segnato da alcuni barlumi di speranza: una donna di 32 anni è stata estratta viva dopo 36 ore sotto le macerie di un albergo di Pereira, una delle città più colpite, nella zona di produzione del caffè, dopo che un’altra giovane donna era stata salvata tra le macerie di un edificio a Cali dopo 30 ore. Sempre a Cali, la terza città del Paese e una delle più colpite dal sisma, ha fatto esplodere un moto di gioia il salvataggio di una mamma con il suo bambino neonato, rimasti intrappolati in un edificio di cinque piani.

Piccole luci nelle tenebre di una tragedia enorme, in un Paese tormentato, lacerato da un lungo e complesso conflitto armato interno che, nonostante gli accordi di pace del 2016, di fatto non è stato superato, si trascina e persiste soprattutto nelle zone rurali, con azioni di guerriglia e violenze di bande legate principalmente al narcotraffico.

Intanto, nelle ore successive al sisma - un incubo di quattro terrificanti, interminabili minuti - la macchina dei soccorsi e degli aiuti si è messa in moto. Nelle zone colpite dal sisma è in arrivo la rinomata brigata internazionale dei “Topos Azteca”, un gruppo di volontari messicani, creato nel 1985 in coincidenza del terremoto a Città del Messico, conosciuto per la sua esperienza nel gestire i soccorsi nelle ore successive ai terremoti. La squadra ha operato anche a La Guaira, in Venezuela, subito dopo il sisma che ha colpito il Paese lo scorso 24 giugno.

La ricerca di persone ancora vive tra le macerie di Cali.
La ricerca di persone ancora vive tra le macerie di Cali.

La ricerca di persone ancora vive tra le macerie di Cali.

(REUTERS)

La Chiesa si è immediatamente attivata mobilitando la propria rete. Il Secretariado Nacional de Pastoral Social (SNPS) – Cáritas Colombiana e le Caritas locali hanno immediatamente avviato il coordinamento della risposta. I banchi alimentari si sono mobilitati con campagne e punti di raccolta. È stata lanciata anche la campagna “Con Colombia hasta el último rincón” – Con la Colombia fino all’angolo più remoto – per mettere in evidenza l’urgenza di raggiungere e assistere anche le comunità più lontane e meno accessibili.

Come sottolinea Caritas italiana, la priorità della risposta umanitaria è nel Chocò, il dipartimento dove si è collocato l’epicentro del terremoto. Questo territorio è abitato in prevalenza da comunità rurali, indigene e afrodiscendenti remote, isolate, difficilmente raggiungibili. Le comunicazioni sono assenti o molto precarie. Per arrivare ai centri urbani principali molte comunità devono affrontare viaggi fluviali di diverse ore (in questa zona i movimenti e trasporti avvengono via fiume). A questa situazione complicata si aggiungono l’insicurezza, l'instabilità e le tensioni legate alla presenza dei gruppi armati che costringono la popolazione locale a continui sfollamenti.

Affacciato sull’Oceano Pacifico e confinante a nord con Panama, carente di infrastrutture, il Chocò è il dipartimento più colpito dal conflitto armato nel quale, dopo l’accordo del 2016, ai ribelli delle Farc – Forze armate rivoluzionarie della Colombia si sono sostituiti i guerriglieri dell’Eln – Esercito di liberazione nazionale, oltre al cartello del Clan del Golfo, interessati al narcotraffico e al mercato illegale di oro e legno.

I guerriglieri dell'Eln sul fiume San Juan nel Chocò lo scorso giugno.
I guerriglieri dell'Eln sul fiume San Juan nel Chocò lo scorso giugno.

I guerriglieri dell'Eln sul fiume San Juan nel Chocò lo scorso giugno.

(REUTERS)

Caritas italiana da tempo lavora con Caritas Colombia nei municipi più remoti del Chocó, con interventi rivolti alle comunità indigene e afro-colombiane, oltre che ai venezuelani che hanno abbandonato il loro Paese in preda alla crisi umanitaria e si sono stabiliti nella regione, persone che vivono condizioni di povertà ed emarginazione sociale, subendo gli effetti del conflitto armato.

Un importante sostegno è arrivato dalla Santa Sede. Tramite l'Elemosineria Apostolica, papa Leone ha inviato una donazione urgente per le diocesi colpite: una somma di 100 mila euro indirizzata al Secretariado Nacional de Pastoral Social (SNPS) – Cáritas Colombiana.

Anche l’Unione europea ha risposto all’emergenza: la Commissione Ue ha stanziato 2,1 milioni di euro in aiuti salvavita per sostenere le zone più colpite. La commissaria Ue per l’Uguaglianza, la preparazione e la gestione delle crisi, Hadja Lahbib, ha dichiarato: «In questo momento così difficile, il nostro pensiero va a tutte le persone colpite dal terremoto. Fin dalle prime ore, l’Unione europea è stata al fianco della Colombia, sostenendo rapide valutazioni delle esigenze affinché i primi soccorritori e gli aiuti umanitari urgenti potessero raggiungere le comunità più duramente colpite. Oggi rafforziamo questo impegno con ulteriori 2 milioni di euro di aiuti di emergenza, per contribuire a fornire assistenza salvavita là dove è più necessaria. La Colombia può contare sul costante sostegno dell’Ue, che rimane pronta a intervenire ulteriormente».

Varie organizzazioni umanitarie impegnate in favore dell’infanzia in Colombia, come Save the children e Cesvi, lanciano l’allarme per i più piccoli. «Sappiamo per esperienza che gli effetti di un terremoto non finiscono quando terminano le operazioni di soccorso. Nelle settimane e nei mesi successivi donne, bambini e famiglie che hanno perso la casa, i propri cari e i punti di riferimento quotidiani potranno trovarsi in condizioni di estrema vulnerabilità», dichiara Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi. «Per questo stiamo seguendo attentamente l’evoluzione dei bisogni. Cesvi sta valutando un intervento negli ambiti in cui ha una forte esperienza nel Paese e in America Latina: la protezione dell’infanzia e delle donne e il supporto psicosociale alle comunità colpite».

Persone sfollate a Pereira.
Persone sfollate a Pereira.

Persone sfollate a Pereira.

(REUTERS)

Cesvi è presente in Colombia in prossimità del confine con il Venezuela, dove assiste le famiglie in fuga dalla grave crisi venezuelana. Dopo la fase immediata dei soccorsi, osservano dalla Fondazione, è fondamentale non lasciare soli i più vulnerabili. La perdita della casa, dei familiari, della scuola e della quotidianità, insieme alla paura e alla permanenza in sistemazioni temporanee, può avere conseguenze profonde soprattutto sui bambini.

L'Unicef fa sapere che sta potenziando il suo intervento nelle zone colpite. «I danni alle infrastrutture essenziali», si legge nella nota dell’agenzia Onu per l’infanzia, «hanno interrotto l’accesso all’acqua, all’elettricità, all’istruzione, all’assistenza sanitaria e alle telecomunicazioni, mentre le difficoltà di connettività e la dispersione geografica delle comunità continuano a ostacolare la valutazione dei bisogni». L’Unicef in particolare «sta fornendo acqua, servizi igienico-sanitari e prodotti per l'igiene a 22.000 persone nel Chocó e a Buenaventura, tra cui kit per i servizi idrici e igienico sanitari (Wash) per le famiglie, kit per l'assistenza materna, kit per l'igiene mestruale e serbatoi per lo stoccaggio dell'acqua. L'Unicef sta inoltre collaborando con l'Istituto colombiano per il benessere familiare per rafforzare le misure di prevenzione e di risposta in materia di protezione dell'infanzia a favore dei bambini colpiti dal terremoto».