Ahimè, povera grandeur! Il debito pubblico alto, un governo traballante, un presidente della repubblica in declino, perfino un incredibile furto di gioielli napoleonici al Louvre: e ora l'ex presidente Nicolas Sarkozy che si costituisce e finisce in una cella del carcere parigino! E invece no: la prigione per chi è stato il primo cittadino della nazione ha due volti. L'uno avvilisce, certo; ma l'altro inorgoglisce un popolo che può dire di avere una giustizia libera da ogni soggezione ai potenti. Infine, i francesi potrebbero oggi proclamare che la legge è uguale per tutti, annunciando così una condizione rarissima e prestigiosa, quasi la realizzazione di un traguardo irraggiungibile. La condanna è stata severa, l'esecuzione provvisoria, cioè a sentenza ancora soggetta a impugnazione, ha suscitato stupore, benché la procedura penale francese la consenta.

Così, mentre telefono ai miei amici francesi esordendo con cautela per non ferirli, mi sento rispondere “va bene così, Sarkozy ha preso un sacco di soldi dai libici, sono cose che non si fanno”. E subito dopo la ferma conclusione: la legge, appunto, è uguale per tutti. O, se si preferisce, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Così sta scritto anche nella nostra Costituzione, ed è ripetuto a caratteri cubitali in ogni aula di giustizia.

Ma è a questo punto che sento una fitta battere dentro: non eravamo noi il Paese additato a esempio dell'indipendenza della magistratura, e proprio in particolare dai colleghi francesi sui quali in passato aveva premuto l' esecutivo? E siamo noi ora quelli che vedono il governo combattere i magistrati, talora con intollerabile insolenza, ma soprattutto con riforme che vogliono piegare la giustizia, come la separazione delle carriere. Siamo noi quelli cui dal convegno dei magistrati di novanta Paesi è venuto l'appello a fermare quella riforma.

In ultimo, la memoria ha i suoi meccanismi spietati e, a proposito di Libia, sussurra“ Almasri, Almasri”.