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Sopra, Tatiana Tramacere
La giovane donna 27enne di Nardò, ritenuta scomparsa, ma semplicemente autoreclusa e nascosta a casa di un amico fa riflettere, oltre che discutere.
In un mondo che l’ha cercata per più di dieci giorni usando appelli e forze dell’ordine, lei si era volontariamente rifugiata e nascosta a tutto e tutti. Avere decine di migliaia di followers, diventare un caso nazionale, far parlare di sé un’intera nazione: questo genere di sparizioni volontarie un tempo erano appannaggio degli adolescenti. Scomparivano e lasciavano atterriti e sgomenti genitori e l’intera comunità di appartenenza.
Gli adolescenti a volte manifestano movimenti vitali caotici e disordinati e la fuga da casa è contemplata tra le trasgressioni/ manifestazioni problematiche/comportamenti a rischio che spesso connotano questa età.
I giovani adulti invece utilizzano la loro condizione di autonomia e autodeterminazione per allontanarsi dalla famiglia senza il bisogno di tenere il mondo adulto con il fiato sospeso. Non vuoi più stare nella casa dei genitori? Usi la tua autodeterminazione e la lasci. Anche se loro non sono d’accordo.
Sono moltissimi gli adulti che hanno lasciato la famiglia di origine con uno strappo e senza simulare una scomparsa. In questo caso specifico, ciò che colpisce è che la giovane donna si trovasse – da scomparsa - praticamente a poca distanza dalla casa della sua famiglia. Colpisce che il mondo la cercasse dappertutto mentre lei era lì dove era sempre stata. Aveva semplicemente cambiato figura di protezione. Non più la mamma e il papà, ma l’amico trentenne. Non sembra averlo fatto per affermare un diritto all’amore non corrisposto dalla famiglia. A quanto ha rivelato, si è compreso che era confusa e disorientata. Forse un problema di salute ha mandato in tilt i suoi funzionamenti psichici e la sua consapevolezza.


Tatiana Tramacere in una foto tratta da Facebook
(ANSA)Oggi le storie di giovane adultità sono le più diverse. E di queste diversità, il caso della giovane donna di Nardò ne è esempio eclatante. Ci sono giovani uomini e donne con una popolarità da decine di migliaia di followers, guardate e prese a modello attraverso la propria identità digitale, che nella realtà non sanno orientarsi e trovare la propria direzione. Della loro esistenza percepiscono solo la dimensione virtuale, mentre del reale sanno poco. Si muovono meglio dentro un social piuttosto che dentro al contesto sociale di riferimento. E tutto diventa sfocato.
La cronaca ci ha raccontato una pseudofuga da casa, trasformatasi poi in un ritorno in famiglia dove tutti tirano il fiato perché nessuno si è fatto male. Vediamo genitori felici per il ritorno nel luogo di protezione del giovane figlio adulto. Ma ciò che ci dovrebbe, invece, far riflettere è che a quasi trent’anni, alcuni figli diventano protagonisti di fatti di cronaca solo perché spaventati dalle loro stesse vite che non sanno dirigere, abitandole con la stessa incoerenza caotica di un giovane adolescente. Dovrebbero essere pronti ad occupare il loro posto attivo nel mondo e invece sono specialisti di attività virtuali nel mondo online. Così può capitare che le loro apparizioni nel mondo reale si trasformino in sparizioni che obbligano tutti a occuparsi di loro, sentendo il bisogno di proteggerli come se fossero piccoli indifesi, potenzialmente minacciati dalla cattiveria del mondo. Abbiamo temuto che la ragazza 27enne fosse diventata una sorta di Cappuccetto Rosso contemporaneo intercettata da un lupo cattivo nel bosco tenebroso della vita reale. Invece – e per fortuna - c’è solo una giovane adulta disorientata, protetta da un altro giovane adulto ingenuo che non si sono resi conto che l’adultità ha regole molto diverse dai copioni adolescenziali. Alla fine tutto questo, si trasforma in un boomerang: perché proprio nello spazio virtuale, ricompare un mondo adulto reale che, senza alcuna empatia e compassione, trasforma la tua inadeguatezza in bersaglio e ti travolge di insulti.
Di tutto questo, io percepisco che la parola fragilità oggi è una parola che veste le nostre vite, sia reali che virtuali, più di quanto noi stessi siamo in grado di comprendere.




