Un bagno di folla per papa Leone XIV prima di scendere sotto l’altare della confessione per incensare il Trophaeum Apostolico (dove sono state deposte il pallio, l’anello del pescatore e l’Evangelario) insieme con i patriarchi delle Chiese orientali. Il Pontefice comincia ufficialmente il suo ministero petrino. Le delegazioni hanno già preso posto sul sagrato. E chissà se il vicepresidente JD Vance, uscendo dalla basilica vaticana poco prima del presidente ucraino Zelensky, ha avuto modo di scambiarsi almeno una stretta di mano.

Ma l’attenzione ora è tutta sulla celebrazione, cui partecipano anche rappresentanti delle altre Chiese cristiane, a cominciare dal patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, ma anche la comunità ebraica, i musulmani, gli induisti, i buddisti, i sikh, i zoroastriani e i giainisti.

Dopo la lettura del Vangelo in greco, la consegna del pallio pastorale e dell’Anello del Pescatore. A imporre il pallio il cardinale diacono Mario Zenari (che sostituisce il previsto Mamberti ricoverato d’urgenza in ospedale per una fibrillazione), con una preghiera recitata dal cardinale presbitero Fridolin Ambongo Besungu, mentre l’anello del pescatore viene consegnato dal cardinale vescovo Luis Antonio Tagle. Ai tre, che rappresentano i continenti di Europa, Africa e Asia segue l’obbedienza prestata al Santo Padre da parte di tre cardinali a nome di tutto il Collegio: i cardinali Frank Leo (per l’America del Nord), Jaime Spengler, (per l’America del Sud) e John Ribat (per l’Oceania). Poi prestano obbedienza anche alcuni rappresentanti del Popolo di Dio: il vescovo di Callao (Perù) Luis Alberto Barrera, il sacerdote Guillermo Inca Pereda, il diacono Teodoro Mandato, i religiosi suor Oonah O’Shea, presidente dell’Unione internazionale delle superiore generali, e padre Arturo Sosa, presidente dell’Unione dei superiori generali, una coppia di sposi, Rafael Santa Maria e Ana María Olguín, e i giovani Josemaria Diaz e Sheyla Cruz.

Subito dopo il Papa, visibilmente emozionato, prende la parola e, all’omelia, il suo pensiero va all’unità delle Chiese e a quel suo motto episcopale, tratto dalle opere di Sant’Agostino, che ha voluto conservare anche da Pontefice: «Nell’unico Cristo siamo uno». Lo ricorda alla Chiesa cattolica, ma anche a tutte le altre cristiane e non cristiane sottolineando che la meta è diventare un’unica famiglia umana. «Una strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace».

Leone comincia il suo ministero - dichiara lui stesso citando l’opera di Søren Kierkegaard, in cui il filosofo danese riflette sulla fede di Abramo chiamato a sacrificare suo figlio – «con timore e tremore».

Pensa a papa Francesco la cui morte «ha riempito di tristezza il nostro cuore e, in quelle ore difficili, ci siamo sentiti come quelle folle di cui il Vangelo dice che erano “come pecore senza pastore”. Proprio nel giorno di Pasqua, però, abbiamo ricevuto la sua ultima benedizione e, nella luce della Risurrezione, abbiamo affrontato questo momento nella certezza che il Signore non abbandona mai il suo popolo, lo raduna quando è disperso e “lo custodisce come un pastore il suo gregge”».

In questo spirito di fede, osserva, «il Collegio dei Cardinali si è riunito per il Conclave; arrivando da storie e strade diverse, abbiamo posto nelle mani di Dio il desiderio di eleggere il nuovo successore di Pietro, il Vescovo di Roma, un pastore capace di custodire il ricco patrimonio della fede cristiana e, al contempo, di gettare lo sguardo lontano, per andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi».

E sulla sua elezione ripete: «Sono stato scelto senza alcun merito e, con timore e tremore, vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia, camminando con voi sulla via dell’amore di Dio, che ci vuole tutti uniti in un’unica famiglia».

Le due dimensioni della misisone affidata a Pietro da Gesù sono «amore e unità», sottolinea. «Ce lo narra il brano del Vangelo, che ci conduce sul lago di Tiberiade, lo stesso dove Gesù aveva iniziato la missione ricevuta dal Padre: “pescare” l’umanità per salvarla dalle acque del male e della morte. Passando sulla riva di quel lago, aveva chiamato Pietro e gli altri primi discepoli a essere come Lui “pescatori di uomini”; e ora, dopo la risurrezione, tocca proprio a loro portare avanti questa missione, gettare sempre e nuovamente la rete per immergere nelle acque del mondo la speranza del Vangelo, navigare nel mare della vita perché tutti possano ritrovarsi nell’abbraccio di Dio».

Un compito che è possibile solo perché Pietro «ha sperimentato nella propria vita l’amore infinito e incondizionato di Dio, anche nell’ora del fallimento e del rinnegamento. Per questo, quando è Gesù a rivolgersi a Pietro, il Vangelo usa il verbo greco agapao, che si riferisce all’amore che Dio ha per noi, al suo offrirsi senza riserve e senza calcoli, diverso da quello usato per la risposta di Pietro, che invece descrive l’amore di amicizia, che ci scambiamo tra di noi». Quando Gesù chiede a Pietro se lo ama è come se gli dicesse «solo se hai conosciuto e sperimentato questo amore di Dio, che non viene mai meno, potrai pascere i miei agnelli; solo nell’amore di Dio Padre potrai amare i tuoi fratelli con un “di più”, cioè offrendo la vita per i tuoi fratelli. A Pietro, dunque, è affidato il compito di “amare di più” e di donare la sua vita per il gregge. Il ministero di Pietro è contrassegnato proprio da questo amore oblativo, perché la Chiesa di Roma presiede nella carità e la sua vera autorità è la carità di Cristo. Non si tratta mai di catturare gli altri con la sopraffazione, con la propaganda religiosa o con i mezzi del potere, ma si tratta sempre e solo di amare come ha fatto Gesù». E Pietro «deve pascere il gregge senza cedere mai alla tentazione di essere un condottiero solitario o un capo posto al di sopra degli altri, facendosi padrone delle persone a lui affidate; al contrario, a lui è richiesto di servire la fede dei fratelli, camminando insieme a loro»:.

E poi sprona: «Questo, fratelli e sorelle, vorrei che fosse il nostro primo grande desiderio: una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato. In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia».

 

Sprona a non «chiuderci nel nostro piccolo gruppo né sentirci superiori al mondo; siamo chiamati a offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo».

Dice con forza: «Fratelli, sorelle, questa è l’ora dell’amore! La carità di Dio che ci rende fratelli tra di noi è il cuore del Vangelo e, con il mio predecessore Leone XIII, oggi possiamo chiederci: se questo criterio “prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?”». Su questo stimolo, allora, «con la luce e la forza dello Spirito Santo», conclude Leone, «costruiamo una Chiesa fondata sull’amore di Dio e segno di unità, una Chiesa missionaria, che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lascia inquietare dalla storia, e che diventa lievito di concordia per l’umanità.  Insieme, come unico popolo, come fratelli tutti, camminiamo incontro a Dio e amiamoci a vicenda tra di noi».