di Federico Bianchetti

Il nome scelto dal cardinale Prevost per il suo pontificato è quello di Leone IV, nella linea di successione rispetto a papa Pecci Leone XIII, il grande pontefice della Rerum Novarum, attento alla giustizia sociale, alla dignità e ai diritti dei lavoratori, oltre che al grande Leone Magno, colui che assicurò lapace andando incontro ad Attila. Molti avrebbero preferito che avesse scelto Francesco II.  Ma a ben vedere c'è un particolare nel nome Leone che lo lega a Francesco d'Assisi, il santo ispiratore di papa Bergoglio, e ci piace pensare che il nuovo pontefice lo abbia scelto anche per questo. Una suggestione, una coincidenza, o forse un disegno della Provvidenza. Leone in fatti è il nome del miglior amico di Francesco D'Assisi, che fungeva anche da segretario particolare. 

Frate Leone di Assisi è una delle figure più discrete ma decisive della vicenda francescana. Non predicatore, non superiore, né fondatore di conventi, ma custode della memoria viva del patrono d'Italia.Era una presenza discreta. Talmente discreta che se non avesse trascritto con la sua calligrafia certosina il Cantico delle Creature, potremmo pensare che non sia mai esistito. E invece c’era, c’era eccome. Lo troviamo alla Verna, mentre assiste alla stimmatizzazione del suo amico Francesco, e non dice nulla. Lo troviamo alla Porziuncola, alla morte del Santo, e di nuovo tace. Ma registra. Scrive. Ricorda. Custodisce.

Nato presumibilmente verso la fine del XII secolo, Leone si unì presto al movimento dei frati minori, divenendo uno dei primissimi compagni del Santo, probabilmente tra il 1210 e il 1212. Come detto lui a trascrivere, per mano propria, il “Cantico delle Creature” (detto anche “Cantico di frate Sole”) nella versione conservata nel Codice 338 della Biblioteca Comunale di Assisi, uno dei documenti più preziosi della letteratura italiana. A lui si deve anche la copia autografa della Benedizione a Frate Leone, scritta da San Francesco nel 1226, oggi custodita nel medesimo codice, che reca ancora, nella parte finale, una croce disegnata a mano dal Santo.

Leone fu testimone oculare della stimmatizzazione di Francesco alla Verna nel 1224. In una nota del Codice 338 scrisse di aver visto «con i propri occhi» i segni delle piaghe nel corpo dell’amico, pur mantenendo un tono riservato, come si addiceva al suo carattere. Era presente anche alla morte di Francesco, avvenuta la sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola. Più che un semplice “segretario”, Frate Leone fu confidente spirituale, colui al quale Francesco affidava i pensieri più profondi, le angosce e i dubbi. Nelle sue lettere Francesco si rivolge a lui con tenerezza e fiducia. È celebre la Lettera a Frate Leone, dove Francesco gli dice: «Così ti dico, figlio mio, come una madre» – un’espressione che dice tutto del loro legame. La lettera fu musicata da numerosi compositori, tra i quali Angelo Branduardi, e ha ispirato una celebre canzone del musical "Forza venite gente". Una delle scene più toccanti è dedicata al concetto di Perfetta letizia, in cui San Francesco spiega a Frate Leone il vero significato della gioia cristiana.

Dopo la morte del Santo, Leone si schierò con forza contro ogni tentativo di “normalizzazione” dell’Ordine. Fu vicino a frati come Elia e Ubertino da Casale, che criticavano l’allontanamento della comunità francescana dalla povertà radicale voluta dal fondatore. A partire dagli anni ’30 del Duecento, Leone fu tra i principali autori e compilatori delle prime biografie di Francesco, opponendosi alla versione ufficiale redatta da Tommaso da Celano. Morì intorno al 1271, e fu sepolto nella basilica di San Francesco, accanto all'altare della Maddalena. Su di lui, Dante non scrisse versi, ma senza Frate Leone, molto di ciò che sappiamo di San Francesco andrebbe perso o distorto. Fu lo scriba dell’anima del Santo. Il custode silenzioso, che non cercò la gloria ma lasciò al mondo una testimonianza incancellabile.