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di Lorenzo Rossi
C'è un certo tipo di libri che si leggono tutto d’un fiato e altri che, pur divorandoli, si sentono addosso a lungo, come un profumo che torna a bussare in certe giornate d’inverno. Anche se proibito di Giulio Ravizza appartiene con decisione a entrambe le categorie. È un’opera travolgente e necessaria, di quelle che riportano il lettore là dove la memoria collettiva rischia di scolorire: nella grande e tragica epopea delle avanguardie russe, nella follia creativa di Igor Vitalyevich Savitsky, nell'URSS del silenzio e della censura.
Il romanzo si apre con un’exergo che è già una dichiarazione di poetica: «I fatti assurdi di questo romanzo sono veri mentre quelli ordinari sono inventati». Ed è proprio nell’assurdo storico, nel grottesco reale, che Ravizza trova il tono giusto per raccontare una vicenda tanto incredibile da essere autentica. Igor Savitsky — personaggio reale, misconosciuto e titanico — è il protagonista di un'odissea culturale e umana: raccolse e salvò, sotto il naso del regime sovietico, centinaia di capolavori dell’arte proibita, sottraendoli all’oblio e alla distruzione, per custodirli nel museo più improbabile dell’URSS: quello di Nukus, in Karakalpakstan, un deserto alla fine del mondo.
Ravizza racconta questa missione con un’ironia lucida e struggente, intrecciando l’invenzione romanzesca con una ricostruzione storica rigorosa, ma mai pesante. La scrittura è vivida, teatrale, spesso lirica, eppure affilata come la lama che svela una verità nascosta sotto la propaganda. È impossibile non affezionarsi a Igor, “direttore in pantofole” con una tosse cronica e un’anima da poeta, il cui eroismo è inversamente proporzionale alla sua prestanza fisica. Un antieroe magnifico, che avanza nel deserto sovietico armato solo di un giradischi e di una radiografia trasformata in vinile, per ascoltare clandestinamente Rachmaninoff.
Ogni pagina di questo romanzo è un omaggio alla forza della bellezza, al coraggio ostinato degli artisti che dipingevano ciò che “non si poteva” e delle vedove che custodivano le loro opere come reliquie. Ogni incontro tra Igor e una di queste donne è un piccolo dramma teatrale che si chiude con la stessa melodia: la salvezza. Ma è anche una riflessione sul senso dell’arte, sul rapporto tra memoria e potere, tra verità e narrazione. «Hanno sotterrato Lev senza sapere che era il bulbo di un fiore» dice Igor a una vedova, e lì si capisce che il suo progetto non è solo museale, è liturgico.
Ravizza riesce nel miracolo di rendere la storia di un archivista sovietico uno dei più intensi e commoventi romanzi d’avventura del nostro tempo. Anche se proibito non è solo un omaggio all’arte che resiste — è esso stesso un atto di resistenza, una dichiarazione d’amore al coraggio degli umili, una sinfonia per chi rifiuta il conformismo della menzogna. Un romanzo straordinario, che ogni lettore serio dovrebbe leggere almeno una volta. E poi magari anche due. Unico, piccolo (ma non troppo) rilievo. Savitsky è stato definito lo Schindler delle opere d'arte ma secondo noi il paragone è imrpoprio: Schindler salvava vita, Savitsky opere, e tutti capolavori dell'umanità di tutti i tempi non valgono quanto una vita umana.




