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«Come faccio a essere vista se sono vestita di beige?». Se c’è una frase che spiega Elisabetta II forse è questa. Perché la regina che il mondo ricorda in tailleur fucsia, verde acido o giallo limone aveva capito benissimo che il potere, oggi, passa anche dall’immagine. E così la sovrana più controllata, più disciplinata e meno “pop” che si potesse immaginare è diventata, invece, una delle figure più iconiche della cultura contemporanea.


Oggi, cento anni dopo la sua nascita (il 21 aprile 1926) Elizabeth Alexandra Mary continua a essere molto più di una regina: è un simbolo, un personaggio che appartiene ormai all’immaginario globale.
L’arte della distanza
Dietro quella battuta sull’abbigliamento, pronunciata con la consueta ironia britannica, c’è però molto più di una scelta estetica. C’è una strategia: «Ha lavorato molto sulla sua immagine, si è prestata a giocare con essa», osserva Lavinia Orefici, esperta di royal family e autrice del volume Elisabetta II. Dalla A alla Z. Ma non solo. Elisabetta II non si è mai davvero avvicinata al pubblico: ha mantenuto la distanza, ha custodito il mistero, ha difeso il ruolo di sovrana: «Era una forma per preservarsi, ma anche per mantenere quell’aura che circonda lei e i Windsor», continua l’esperta.
A un certo punto, però, la regina smette di appartenere solo alla monarchia ed entra nella cultura pop. È il 1977, anno del Giubileo d’argento (cioè i 25 anni di regno di Elisabetta II) quando la canzone God Save the Queen dei Sex Pistols trasforma il volto della sovrana in un’immagine provocatoria. Il ritratto ufficiale della regina, scattato da Cecil Beaton, viene rielaborato dall’artista Jamie Reid: la sua faccia viene coperto da scritte, gli occhi e la bocca oscurati e diventa uno dei simboli visivi più potenti del punk. Da quel momento, Elisabetta II non è più solo una regina: è un’icona.
Bond, la regina e il mito
Nel 2012, durante la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Londra, la regina si presta a recitare accanto a James Bond, interpretato da Daniel Craig, in una scena destinata a restare nella memoria collettiva. È sorprendente: una sovrana che ha costruito tutta la sua immagine sul controllo accetta di giocare con se stessa davanti al mondo. «Per una donna che ha condotto una vita esemplare al servizio del suo Paese, del dovere e dell’istituzione, è stato un ulteriore passo verso il mito», spiega Orefici. «Anche perché, in un certo senso, James Bond è il “bodyguard” della regina», aggiunge.
Dieci anni dopo, spiega Lavinia Orefici, quello stesso registro riappare in un altro momento diventato virale: il siparietto con Paddington Bear (l’orsetto simbolo della cultura britannica) durante le celebrazioni del Giubileo di Platino nel 2022. In un breve video, la regina prende il tè con lui e rivela di nascondere nella borsa un panino alla marmellata, proprio come il personaggio. Un dettaglio ironico e sorprendente, che conferma una capacità rarissima: restare fedele al ruolo, senza rinunciare a reinventarlo.


Il linguaggio dei colori
In questo equilibrio tra rigore e immagine, il guardaroba gioca un ruolo decisivo. Negli anni Duemila, sotto la guida della sua storica collaboratrice Angela Kelly, diventa un vero e proprio linguaggio visivo: colori accesi, abbinamenti studiati, una riconoscibilità immediata che le vale il soprannome di “Rainbow Queen”. Non è solo stile: è comunicazione.
Ma il mito di Elisabetta II non si costruisce solo attraverso l’immagine. Sono anche i dettagli, le abitudini, le piccole stranezze a renderla un personaggio riconoscibile. A cominciare dai due compleanni: quello reale, il 21 aprile, e quello ufficiale celebrato a giugno con il Trooping the Colour. «Esiste il compleanno vero del sovrano e poi quello ufficiale, quello che festeggia il Paese», spiega Lavinia Orefici. «Questa usanza nasce per una ragione molto pratica: se il sovrano è nato in un mese invernale, diventa difficile organizzare celebrazioni all’aperto. Così si è deciso di fissare una data più favorevole, ed è una tradizione che continua ancora oggi».
Le curiosità sulla regina Elisabetta II
Poi ci sono i corgi, i suoi cani, inseparabili fin dall’infanzia. «Il primo arriva quando Elisabetta è ancora bambina, ma quello davvero importante è Susan, ricevuto per i suoi 18 anni», continua l’esperta. «Dal quale nasce una stirpe lunghissima, più di dieci generazioni». Cani amatissimi, al punto da diventare quasi una firma personale della regina. «Su di loro ha sempre derogato a tutto, anche alla disciplina: a palazzo raccontavano che fossero maleducatissimi e che ogni tanto mordessero gli ospiti».


Infine, i piccoli paradossi istituzionali. Elisabetta II non aveva né patente né passaporto. «È molto semplice il motivo», spiega Orefici: «Sono documenti rilasciati in nome di Sua Maestà, quindi lei non ne aveva bisogno». Eppure guidava benissimo. «Aveva imparato durante la Seconda guerra mondiale, quando si era arruolata come volontaria e si occupava anche di trasporti». Ma anche dopo, non aveva mai perso l’abitudine di guidare: «A Balmoral amava portare in giro gli ospiti stranieri, e guidava molto forte. Una sua guardia del corpo ha anche raccontato di un principe saudita completamente terrorizzato».
Iconica, fino alla fine
Anche negli ultimi anni, Elisabetta II ha continuato a osservare il mondo – e la propria famiglia – con uno sguardo lucido, a tratti disincantato. «Secondo alcune ricostruzioni emerse di recente, parlando del matrimonio tra il principe Harry e Meghan Markle la regina avrebbe confidato a persone a lei vicine: non è una questione di “se” finirà, ma di “quando”», conclude Lavinia Orefici.
Che sia vero o no, poco importa. A cento anni dalla sua nascita, Elisabetta II non è soltanto la regina dei record. È un personaggio che continua a vivere nel racconto: controllato e ironico, distante e familiare, istituzionale e pop. In una parola: iconico.






